La Consulta e un diritto dimenticato

Il Presidente della Corte costituzionale, nel comunicare che la stessa Corte aveva bocciato la vigente legge elettorale (il porcellum), ha anche esplicitamente detto, a scanso di qualsiasi equivoco o dubbio, che comunque l’attuale Parlamento ben avrebbe potuto emanare un’altra legge elettorale, secondo i suoi poteri.

Una lettura non esagitata avrebbe tranquillamente portato a dire che, come dispone la Costituzione all’art. 136, «quando la Corte dichiara l’illegittimità costituzionale di una norma di legge o di un atto avente forza di legge, la norma cessa di avere efficacia dal giorno successivo alla pubblicazione della decisione». Dunque, per lo meno fino alla pubblicazione della sentenza nella sua forma integrale e con tutte le motivazioni, tutto resta come prima. In ogni caso sul piano giuridico. E’ noto che non esiste un termine perentorio perché la Corte pubblichi il testo integrale delle sue sentenze: se lo volesse, o se lo potesse, il Parlamento avrebbe tutto il tempo per legiferare.

D’altronde in questo strano (ma comprensibile, proprio perché strano è il clima in cui avviene) dibattito sugli effetti della sentenza “riduci porcellum”, tutti o quasi tutti i soloni che sono intervenuti si sono dimenticati di alcuni principi basilari del diritto costituzionale: primo, una sentenza della Corte costituzionale non può mai incidere sui rapporti “esauriti” che sono stati iniziati, condotti e conclusi nella vigenza della legge dichiarata incostituzionale: ne va della certezza del diritto, ne va del principio secondo il quale di solito le sentenze della Corte costituzionale annullano una legge, con la conseguenza che la sua efficacia vale di regola da quel momento in avanti.

Secondo, nel diritto pubblico vigono da sempre principi che servono a garantire l’esigenza di continuità dell’esercizio della funzione pubblica: se si va a leggere la normativa costituzionale sul parlamento, ci si imbatte nell’articolo 61, secondo comma, Cost. secondo il quale, nel delicato passaggio elettorale fra una ed un’altra legislatura, «finché non siano riunite le nuove Camere sono prorogati i poteri delle precedenti»; l’esigenza di fondo di tutto questo è quella di assicurare comunque il funzionamento di un organo pubblico e, più specificamente, costituzionale, e così importante come il Parlamento. Anche in questo caso, come è logico, il principio di continuità fa il suo utilissimo lavoro di evitare vuoti di potere.

In terzo luogo nel nostro ordinamento vige il diffusissimo principio secondo cui ogni atto deve essere disciplinato dalla normativa vigente al momento in cui esso è posto in essere (in latino si dice tempus regit actum). La legittimità di un atto (e a maggior ragione di un atto legislativo generale) si fonda, e deve essere accertata, con riguardo alle prescrizioni in vigore al momento in cui è stato formato e reso pubblico, anche se successivamente la disciplina è mutata. Dunque, tutti gli atti di legge fatti e conclusi dall’attuale Parlamento, e altresì tutti gli atti di amministrazione fatti dall’attuale Parlamento (si pensi a quelli relativi alla proclamazione degli eletti) hanno valore secondo le leggi vigenti al momento in cui sono stati emanati, e non possono più essere cambiati, se sono stati emanati correttamente secondo quelle leggi, nel caso di sopravvenienze normative o altro (come una sentenza della Corte costituzionale). In ogni caso gli atti e i rapporti in sé conclusi e consolidati restano, vorremmo dire naturalmente, e non possono essere messi in discussione da una sentenza successiva la cui efficacia normalmente, si dice, opera ex nunc, cioè da ora, dal momento in cui la sentenza viene pubblicata. Non prima.

Le leggi, poi, deve farle il Parlamento, ed è giusto che le faccia: il Parlamento è autonomo e può comunque legiferare, né un giudice, e neppure la Corte costituzionale, vi si può contrapporre. Anche se, come nel nostro caso, il Parlamento si dibatte (o si crogiola) in un’inerzia tanto più colpevole quanto più pretende di fare gli interessi della gente. Ci sono precetti costituzionali, o indicazioni di programma legislativo di grande rilievo e a detta dei più di grande saggezza e sapienza legislativa: eppure non sono stati ancora realizzati, proprio perché da quasi sessant’anni c’è chi non li vuole, e il Parlamento non legifera.

Ma se il Parlamento fa leggi incostituzionali, come il porcellum, e se nonostante questo non vuole o non riesce a cambiarle, la Corte costituzionale, organo supremo di garanzia dell’ordinamento, interviene a togliere di mezzo i focolai, i germi di incostituzionalità nelle leggi vigenti: ciò non vuol dire sostituirsi al Parlamento, non vuol dire un’ulteriore forma di conflitto fra poteri, perché la Corte è superiore: sta là dove c’è il limite delle leggi, ed è il guardiano di quel limite, oltre il quale c’è l’arbitrio sui diritti dell’uomo e sui suoi doveri di solidarietà; oltre c’è quello che è stato chiamato eccesso (o abuso) di potere legislativo. E se quel limite viene superato anche solo per omissione, per inerzia, per incapacità, e non solo per malizia, del Parlamento, la Corte costituzionale non farà nuove leggi, ma non potrà non richiamare il Parlamento a farle, dettando anche le regole e i paletti.

La Corte costituzionale ha individuato (pare) due punti di sfondamento di quel limite nell’attuale legge elettorale: il premio di maggioranza senza una soglia di sbarramento in entrata (cosicché, in un ipotetico ventaglio numerosissimo di partiti, anche un partito che abbia ricevuto pochi voti, ma uno di più degli altri, potrebbe avere la maggioranza assoluta); e la mancanza del riconoscimento del diritto del cittadino di esprimere non solo il voto per il partito, ma altresì la preferenza per il proprio rappresentante. Se il voto è libero, uguale, personale (art. 48 Cost.) non è possibile pensare che il voto di uno valga di più, o valga di meno, del voto di un altro o che un cittadino possa lasciare, appaltandogliela alla cieca, la propria scelta ad un altro soggetto (il partito).

Pare che la presunta incapacità a decidere del Parlamento, da cui scaturisce la decisione della Corte costituzionale, sia radicata proprio nella cattiva volontà dei partiti di non perdere il controllo delle candidature. Quelli più democratici in ragione di divisioni correntizie, non tanto sulle idee (ma anche ...), quanto sul modo per gestire il potere, l’esercizio delle funzioni, etc.; quelli più accentrati, più legati ad una rigida gerarchia o addirittura al culto della personalità (o del potere nelle sue varie forme) di una persona sola, in ragione dei vantaggi che vengono dallo stare alla corte e alla mensa del ricco e potente conducator, e del potere riflesso, che viene dal controllo sui suoi sottoposti, sulle loro carriere, sulle loro fortune.

Questo blocca lo sviluppo di una aperta e corretta nuova legislazione elettorale (per esempio secondo il modello comunale e provinciale): e allora si corre il rischio di infilarsi in una spirale senza fine, fra libertà e potere, fra democrazia e controllo economico, fra quanti hanno interesse a mantenere lo statu quo e quanti hanno il compito di tradurre in fatti la necessità di cambiare le leggi (le tanto citate, e pochissimo fatte, riforme) che però sono le stesse persone, messe lì dai capi a guardia non già dei limiti della legislazione, ma dei recinti fortificati del potere o dei poteri.

Si dice che si uscirebbe da questa spirale solo con uno scatto di etica e di orgoglio civico, di rispetto e sviluppo del bene comune. Ma quelli che lo dovrebbero fare sono proprio gli scherani dei beni particolari. O no?

Gianfranco Garancini

 



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