La difficile strada per riavere crescita

I programmi dei politici la contemplano, alcuni la intravvedono, altri la rinviano, non pochi hanno smesso di sperarvi: «crescita» è la parola ricorsa più di frequente nell’ultimo biennio; addirittura inflazionata nell’ultimo scorcio d’anno. La frequenza nel nominarla è di per sé indice di quanto essa sia necessaria e come tale desiderabile, quale via necessaria per creare nuovi posti di lavoro e riportare benessere in una società fortemente segnata da una crisi che sembra essere senza termine.

Nel suo ultimo lucido intervento Mario Draghi, nel confermare il basso livello del tasso di interesse e nel dirsi disponibile per eventuali altri interventi orientati a sollecitare l’economia reale, ha qualificato come lo sviluppo debba essere: non fittizio, non cartaceo ma fondato sulla produzione di beni e servizi concreti.

Esiste dunque una qualità da perseguire facendo giustizia delle false illusioni nate con l’ingrandimento delle misure finanziarie, alimentato dalle scommesse speculative, vera bolla iridescente destinata a scoppiare e dissolversi con la stessa facilità con la quale s’è formata. L’orientamento chiama in causa le imprese verso le quali la finanza, resa disponibile dalle scelte della Bce, dovrebbe fluire per tornare a dare respiro a bilanci eccessivamente indebitati e sostenere la ripresa degli investimenti. Investire significa acquisire nuovi impianti, erigere stabilimenti o ristrutturarli per adeguarli ad esigenze nuove: operazioni che alimentano la domanda di particolari tipi di beni destinati a rafforzare il capitale del Paese, e quindi ad alimentarne la produzione, generando opportunità di occupazione. Si può spingere la previsione fino ad individuare per questa via la formazione di nuove possibilità di spesa, grazie alle quali incentivare gli acquisti dei beni e servizi che quegli impianti di nuova acquisizione dovrebbero porre sul mercato. Un sentiero virtuoso potrebbe aprirsi consentendo l’uscita da una mortifera stagnazione.

Troppo bello per essere vero? In parte sì, salvo a ben comprendere le condizioni da rispettare per rendere possibile intraprendere il percorso. Il flusso della finanza verso l’utilizzazione produttivo-reale può avvenire a condizione che essa non sia assorbita dal servizio del debito pubblico o peggio dal suo dilatarsi. Un primo caveat discende quindi dall’esigenza di mantenere i conti pubblici sotto controllo; il nostro Paese ha in tal senso compiuto sforzi assai rilevanti per frenare una degenerazione che si delineava irrimediabile; ha senso dunque allentare il rigore che ha consentito di evitare il disastro senza però perdere di vista la necessità di non ripiombare nelle precedenti condizioni di pericolo. Una via può essere quella di alleggerire il peso del debito individuando i risparmi nelle spese che lo alimentano, non dimenticando però che parte rilevante di quei pretesi sprechi è costituita da costi connessi a posti di lavoro e a masse di interessi passivi da corrispondere a cittadini, creditori di quel debito dello Stato.

Un’altra via è quella di rinunciare a gradi di publicizzazione nei beni e nelle iniziative facenti capo alla pubblica amministrazione.  In questa prospettiva, più realistica, è giocoforza rinunciare a determinati feticci secondo i quali ciò che è pubblico è sempre e per la sua totalità intoccabile: vedere scendere in piazza operatori del trasporto pubblico per opporsi alla cessione di quote di minoranza delle società che detti trasporti gestiscono, di grandi gruppi petroliferi; assistere, come s’è assistito, alla promozione di referendum come quello per impedire la parziale e minoritaria privatizzazione della gestione degli acquedotti è semplicemente inconcepibile nello stato di bisogno attuale. Occorre fare scendere le esigenze finanziarie della centralizzazione pubblica se si devono liberare risorse affinchè si possa sostenere la partenza dell’incremento dell’attività imprenditoriale.

Questa deve inoltre trovare incoraggiamento nella disponibilità di infrastrutture in grado di consentire la possibilità di operare in maniera efficace: le limitate risorse ottenibili dall’incidenza, peraltro cospicua, della tassazione e sperabilmente recuperate dalla lotta all’evasione, devono contribuire al miglioramento del sistema dei trasporti, della rete delle telecomunicazioni, dell’efficienza energetica sì da rendere la produzione nazionale competitiva rispetto a quella degli altri Paesi industrialmente evoluti.

Da queste poche note si comprende come l’obiettivo della crescita, forse finalmente a portata di mano, è la risultante dell’integrazione di vincoli numerosi e precisi, il superamento dei quali può avvenire muovendosi sul filo di rasoio di esigenze contrastanti da conciliare in difficili equilibri. Si comprende come in questo sentiero l’interlocutore politico giochi un ruolo di fondamentale importanza e come questo richieda condivisione in un’unità di intenti tale da comportare anche la rinuncia all’assolutezza di assiomi che, come tali, risultano frenanti fino a risolversi in veri e propri ostacoli. Tenendo conto di questi aspetti il traguardo di una crescita soddisfacente appare ancora lontano e il cammino per giungervi ragionevolmente lungo.

Giovanni Zanetti

 



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