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Betlemme in Kenya con i poveri di Chaaria

La giornata è stata drammatica, ma molto organizzata. Abbiamo lavorato come orologi svizzeri e abbiamo continuamente operato in due sale. Vengo chiamato per una emorragia post partum. La donna ha appena partorito. Mi appresto quindi a preparare una revisione uterina urgente: chiamo il ginecologo, avviso Jesse e dico a Kanana di preparare il campo. La donna continua a ripeterci di essere molto assetata, segno che la sua volemia è bassa. L’emoglobina è inferiore ai 4 grammi.

Mentre Massimo, Kanana e Jesse si occupano della donna, in laboratorio io seguo la determinazione del gruppo e delle prove crociate. Di sangue in emoteca ce n’è una sacca sola, e certo questa non basterà. La mamma è di gruppo 0 positivo, e c’è solo fr. Giancarlo a cui posso chiedere aiuto con una donazione urgente. Io infatti ho un gruppo differente. Il sangue dal laboratorio arriva a tempo di record e trasfondiamo velocemente due sacche. Le condizioni della donna peggiorano velocemente, la pressione arteriosa precipita e diventa imprendibile, e la saturazione è di 66 per cento nonostante l’ossigeno che le somministriamo.

Il quadro clinico sembra diventare più chiaro: l’emorragia post-partum non è il solo evento contro cui stiamo lottando. Molto probabilmente si è instaurata una cid (coagulazione intravascolare disseminata). La cid è una condizione difficilissima da controllare anche in Italia, e certamente richiede il trasporto in unità di terapia intensiva. Comunque non ci arrendiamo e continuiamo la rianimazione. Ma proprio quando ci pare che il respiro sia più regolare, e la saturazione raggiunge in effetti il 97 per cento, la mamma cessa di respirare.

Sto ascoltando i polmoni della donna mentre lei esala l’ultimo respiro. La sto guardando negli occhi spenti. La lunghezza dello stetoscopio mi obbliga ad una distanza ravvicinata da quel volto sfinito. Vedo in faccia la morte mentre si impadronisce di quella mamma, la avvolge e la porta via senza che lei abbia la forza nemmeno di un ultimo respirone forte. Semplicemente la respirazione si ferma di botto, senza un tremito del corpo, mentre ancora il fonendoscopio è sul torace. Lo sposto e lo dirigo sul cuore, ma anch’esso si è fermato per sempre. Mi sento come se avessi tentato di sostenere la povera paziente per una mano mentre stava precipitando in un burrone, mentre il sudore delle nostre mani l’aveva fatta scivolare via nel vuoto sotto i miei occhi sbarrati. Ci è scappata dalle mani; l’abbiamo vista precipitare e ci siamo sentiti impotenti.

Sono le 22.30. Il nostro umore è terreo. La donna giace esanime sulla barella della sala parto da cui non si era più mossa sin dal momento in cui, alle ore 19, aveva dato alla luce il suo sesto figlio, che ora ci guarda e si succhia il dito, completamente ignaro del fatto che non vedrà mai la sua mamma e mai si allatterà al suo seno. Il libro di Giobbe dice: «Il Signore ha dato; il Signore ha tolto... sia benedetto il nome del Signore». In questo momento, però, non riesco a pregare; non mi rimane che abbassare il capo e accettare l’ineluttabile, soffocando l’inevitabile domanda, “perchè?”, a cui comunque non troverei una risposta.

Massimo mi ricorda che la mortalità post-partum è un dato di fatto da accettare, e che non è zero neppure in Europa. Questo dato numerico, però, non mi aiuta molto a sollevare il macigno che mi sento sul cuore. La defunta viene da un villaggio poverissimo del Tharaka. Mi aspetto che l’orfanello starà con noi qui in ospedale per un po’ di tempo, ma per ora non posso sapere niente perchè il marito non ha un numero di telefono. Bisognerà aspettare che venga a trovare la moglie per dargli la terribile notizia che certo non si aspetta: ha un altro bambino, ma ha perso la sua dolce metà. Abbiamo salvato molte vite, oggi, ma quest’ultima vicenda è una coltre di dolore che mi impedisce di gioire per le persone che abbiamo aiutato. Sono le 23 e sono seduto nel mio studio con fr. Giancarlo: sembra che entrambi non vogliamo andare a letto per timore di non prendere sonno o di avere incubi ingestibili.

Il giorno dopo sono molto teso, mentre aspetto d’incontrare il marito della defunta di ieri in sala parto. Non so quale possa essere la sua reazione e ho paura che mi aggredisca con violenza. D’altra parte oggi la mia situazione emotiva è molto labile, e, dopo quel che è successo ieri, mi sento davvero le lacrime in tasca. La notte scorsa è stata tremenda, quasi del tutto insonne; quando poi sono riuscito ad addormentarmi, incubi tremendi mi hanno atteso sotto il cuscino e mi hanno fatto risvegliare di soprassalto.

So di essere stato confuso, mentre cercavo di spiegare sia quello che era successo la sera precedente, e sia anche il dispiacere che provavo per quanto era capitato. La mia voce era rotta e tremante mentre ripetevo: «Non c’è stato ritardo. Ero presente in sala parto e sono intervenuto tempestivamente. Ho fatto tutto quello che si poteva fare in una situazione del genere. Le abbiamo dato due sacche di sangue, le abbiamo somministrato tutti i farmaci a nostra disposizione». Lui mi guardava con occhio triste, e davvero non ho potuto trattenere le lacrime quando ha abbozzato una sua risposta: «lo so che hai fatto tutto quello che potevi e che le medicine sono state somministrate tutte e in tempo, ma questo è l’ineluttabile della vita. E’ kazi ya Mungu (la volontà di Dio). Se Dio ha stabilito così, noi cosa ci possiamo fare? E poi, non dovremo passare anche noi di là un giorno o l’altro? Toccherà anche a noi morire».

Queste sono le lezioni dei poveri, i pugni nello stomaco che solo loro sanno darti. Li possiamo chiamare fatalisti, ma quanta forza c’è in loro nell’affrontare una vita in genere ingrata e crudele. Essi sono i vinti della storia; sono i perdenti, e per questo sono rassegnati di fronte ad ogni tipo di evento: se non piove, essi avranno la fame; se piove, essi non avranno la strada per raggiungere l’ospedale. Sono davvero i derelitti.

Quando gli ho detto che siamo disponibili a tenere il suo bimbo tra i nostri orfani per vari mesi, finchè egli si sarà sistemato, lui mi ha chiesto perdono e si è come scusato per non potermi dare una risposta immediata: «Posso andare a casa e consultare il resto della famiglia?». Mi sono rispuntate le lacrime agli occhi. Mentre lo salutavo, ho pensato che in tutti questi anni a Chaaria, le poche volte che ho avuto problemi con i parenti è stato sempre e solo con gente altolocata o comunque in una posizione sociale che li portava ad atteggiamenti di una certa presunzione. Solo i ricchi hanno tentato più volte di far del male a Chaaria, accusandoci di vari tipi di incompetenza o negligenza. I poveri, invece, non ci hanno mai fatto del male, e anche nelle situazioni più disperate sono riusciti addirittura a ringraziarci.

Dopo l’incontro con questo marito, ripenso all’epopea dei vinti di Giovanni Verga, ma rivado con la mente anche al Vangelo, là dove Gesù dice di essere venuto ad annunciare la buona Notizia ai poveri. Sì, perchè i poveri sono semplici e la buona Novella la sanno accogliere; i ricchi e i sapienti del tempo di Gesù già commentavano: «Da Betlemme potrà venire qualcosa di buono? Studia e vedrai…». Il vedovo di oggi mi ha fatto riflettere anche sulla nascita di Gesù in una capanna, e soprattutto sul fatto che fossero i pastori i primi testimoni della sua incarnazione: se fosse nato tra i ricchi di Gerusalemme, nessuno gli avrebbe creduto.

Stasera sono ancora molto turbato dalla morte della donna in sala parto, ma l’incontro con suo marito mi ha donato anche tanta pace dentro. Mi ha nuovamente radicato nella scelta preferenziale per i più poveri. Per questo, mentre ringrazio il Signore della pace del cuore che pian piano prende il sopravvento sul turbamento di ieri, mi sento molto debitore di questo “vinto della storia”, di questo semplice, di questo povero. Ora prego per l’anima della mamma che ieri è andata in Paradiso, e rivado con la mente all’esclamazione di esultanza di Gesù nel Vangelo: «Ti ringrazio, o Padre, perchè hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti, e le hai rivelate ai semplici».

Beppe Gaido

 



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