La vera nascita di Maigret

Un libro assolutamente da non perdere per gli appassionati di Simenon è «La vera nascita di Maigret» (Medusa, pp. 133, euro 14,50) di Francis Lacassin, critico e amico dello scrittore belga, a cui ha dedicato diverse interviste. Due pecche del volume sono il gran numero di refusi, a conferma che quello del correttore di bozze è un mestiere ormai inesistente, e l’assenza del nome del traduttore, incappato in un errore elementare, “nelle mémoires”, perché in francese il termine mémoire è maschile (p. 70).

Questo saggio, uscito in Francia nel 1992, ricostruisce la genesi del più celebre commissario della letteratura e soprattutto ci offre una panoramica dell’opera di Simenon meno conosciuta, almeno in Italia, quella dei romanzi degli anni Venti scritti sotto pseudonimo. Lo scrittore belga, approdato a Parigi non ancora ventenne, dopo più di tre anni di gavetta come giornalista tuttofare alla «Gazette de Liège» e un romanzo ingenuo e satirico scritto a diciott’anni, «Au pont des Arches» (1921), esercita la sua vocazione letteraria offrendo racconti a varie riviste. Dotato di una «prodigiosa fecondità» e di una mostruosa velocità di scrittura, in sette anni scrive quasi duecento romanzi popolari, storie d’amore, di avventura, di cappa e spada, di intrighi romanzeschi, firmati con una quindicina di pseudonimi e pubblicati da Ferenczi, Tallandier e Fayard. Per conquistare il pubblico, lui che non sopporta le regole, usa tutti gli stereotipi della letteratura popolare assorbiti dalle letture di Sue, Dumas, Gaboriau, Montépin: agnizioni, imboscate, pugnali e veleni, fughe, inseguimenti, travestimenti, esotismi.

Alla fine degli anni Venti Simenon alza il tiro e dal romanzo popolare passa al romanzo poliziesco, trampolino di lancio per proiettarlo verso il romanzo con ambizioni letterarie, il roman dur, come lo chiamerà lo stesso autore, un genere che lo consacrerà come uno dei più grandi scrittori del Novecento. In quarant’anni, dall’inizio degli anni Trenta all’inizio degli anni Settanta, ne scriverà ben 117, tutti firmati Georges Simenon, senza contare i 75 romanzi con Maigret.

In quegli anni in Francia la passione del pubblico per i fatti di cronaca nera, i faits divers, è fortissima, quasi morbosa. Nel 1928 esce da Gallimard la rivista «Detective», che raccoglie storie cruente di delitti sensazionali e ospita diversi racconti di Simenon, che scopre il suo modello in Rouletabille, il protagonista de «Il mistero della camera gialla» di Gaston Leroux.

Prima di ottenere il personaggio di Maigret crea ben diciotto investigatori, alti, bassi, magri, massicci, bonari, intransigenti. Fa le prove, dissemina indizi per catturare il favore del pubblico. Alla fine ne sceglie due: uno di mezza età, plebeo, di origini contadine, corpulento, con la pipa, la bombetta e il cappotto col colletto di velluto; l’altro giovane, elegante e sicuro di sé, intrepido come Rouletabille, con i capelli rossi. Il primo lo chiama Jules Maigret, probabilmente dal cognome del suo vicino di casa quando abitava a place des Vosges, il secondo G 7, dal nome dei taxi rossi, o Sancette, un soprannome derivato dal suo numero di telefono interno, 107 (cent sept), della prefettura di polizia di Parigi. Questo investigatore è presente ne «Il castello delle sabbie rosse», uno dei suoi ultimi romanzi popolari, e nel racconto «La pazza di Itteville». Simenon lo tiene in serbo nel caso Maigret avesse fallito.

L’editore Fayard, che aveva già pubblicato nel 1910 la fortunata serie di «Fantomas» di Souvestre e Allain, chiede a Simenon quattro romanzi di Maigret, uno al mese, per la collana «Série Noire». Nel febbraio del 1931 escono «Il defunto signor Gallet» e «L’impiccato di Saint-Pholien», a marzo «Il cavallante della Providence» e ad aprile «Il cane giallo».

Per lanciare i primi due volumi della collana, il 20 febbraio a Montparnasse, nel locale La Boule blanche, viene organizzato il «ballo antropometrico», un autentico spettacolo, che rimane, come scrive Lacassin, «l’evento parigino più mediatico dell’anteguerra», dove si prendono le impronte digitali agli invitati, rappresentanti del bel mondo e artisti, tra cui gli scrittori Colette e Carco e la fotografa Germaine Krull, che realizza alcune delle più belle copertine della serie Maigret, tra cui quella de «La nuit du carrefour», immagine rovesciata di una donna assassinata, distesa a terra con il petto squarciato. Le copertine fotografiche di Fayard erano bellissime e costituivano una novità assoluta, imitata anche da altri editori. Uno dei più grandi fotografi del Novecento, Robert Doisneau, ha realizzato la copertina de «Il cane giallo».

Per firmare i romanzi di livello più alto, Simenon utilizza due pseudonimi, più vicini alla sua identità, Christian Brulls (rispettivamente il nome del padre e il cognome della madre) e Georges Sim. Nel 1929 scrive quattro romanzi in cui compare la figura di Maigret, quella dei suoi aiutanti Lucas e Torrence e del giudice Coméliau. Con il primo pseudonimo escono «Treno di notte», tragica storia d’amore tra un giovane marinaio e una femme fatale, appartenente alla borghesia di Marsiglia, e «La ragazza con le perle», ambientato nel mondo della finanza e dei faccendieri, non esente dagli stereotipi del romanzo popolare, complotti tenebrosi, coincidenze miracolose, linguaggio sciropposo. Con il secondo escono «La donna rossa», in cui un padre onesto, pensionato delle ferrovie, va alla ricerca della figlia, fuggita con un assassino, e «La casa dell’inquietudine», tradotto in italiano nel 1931 nella collana Mondadori di romanzi popolari, «Il romanzo mensile», dove Maigret non è più, come nei precedenti, una figura secondaria, ma diventa protagonista della vicenda. C’è già il commissario «burbero e tenero», «aggiustatore di destini», che annusa i luoghi e s’impregna dell’atmosfera in cui ha vissuto la vittima.

Lacassin rileva due elementi, già noti agli addetti ai lavori, ma non al grande pubblico. «Pietr il Lettone» è il primo Maigret come stesura ma non come uscita editoriale. La leggenda della nascita del celebre commissario, avallata in parte dallo stesso Simenon, è falsa. Nel settembre 1929 lo scrittore si trovava nel porto olandese di Delfzijl. In attesa che la sua barca, l’Ostrogoth, venisse calatafata, si sistemò in una chiatta abbandonata dal fondo pieno d’acqua utilizzando casse di diverse dimensioni per sedersi, per posare i piedi e la macchina per scrivere. Il punto è: quale romanzo con Maigret stava scrivendo Simenon? Lui non l’ha mai detto, anche perché la sua memoria cronologica era piuttosto approssimativa, confondeva le date e la successione dei fatti, come testimoniano molti suoi romanzi. Comunque, quasi certamente non si trattava di «Pietr il Lettone», scritto nell’inverno tra il 1929 e il 1930, ma de «La casa dell’inquietudine», secondo Lacassin, o di «Train de nuit», secondo Eskin, autore di un bel saggio biografico (1987) su Simenon, tradotto da Marsilio nel 1996.

Massimo Romano

 



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