Ripartire dall'Incarnazione

L’Esortazione apostolica di papa Francesco, Evangelii Gaudium, è chiaramente più che l’eco dell’ultimo Sinodo dei vescovi sulla nuova evangelizzazione: è una proposta radicale di «cammino per la Chiesa nei prossimi anni».

Il testo si presta ad essere letto e interpretato da varie angolature e può suggerire cammini ed emozioni tra le più svariate essendo un testo lungo, complesso, articolato e, soprattutto, coraggioso. Non potendo e non dovendo riprendere tutti i temi e le sfide lanciate dal Vescovo di Roma, vorrei accogliere questo testo semplicemente sottolineando un aspetto che mi sembra fondamentale per la conversione del nostro modo di cercare di essere discepoli del Signore Gesù e obbedienti al suo Vangelo.

Al cuore dell’esortazione apostolica c’è una citazione della Prima lettera di Giovanni che mi sembra essere ormai il cuore pulsante di ciò che papa Francesco ci sta aiutando a ritrovare, come fondamento e differenza irrinunciabile del nostro essere discepoli di Cristo Signore. La citazione è la seguente: «In questo potete riconoscere lo Spirito di Dio: ogni spirito che riconosce Gesù Cristo venuto nella carne, è da Dio» (1Gv 4, 2). Papa Francesco ricorda a tutti i fedeli, che desiderano conformare la loro vita al Vangelo, il dovere di ripartire continuamente dal mistero dell’incarnazione. Essa è il primo passo di quegli abbassamenti del Verbo, come amano ripetere i santi Padri, che si rivela pienamente nel mistero pasquale. E’ in questo mistero che siamo stati battezzati e ogni giorno scegliamo di essere ribattezzati attraverso l’obbedienza concreta alle esigenze della Parola di Dio, racchiusa nelle Sacre scritture e sempre ardente nel cuore degli uomini e delle donne di ogni tempo e di ogni luogo.

Il fatto che l’esortazione apostolica di papa Francesco sia stata consegnata alle soglie di un nuovo tempo di Avvento se è forse casuale, non è certo privo di significato. Mentre la liturgia ci fa riprendere il cammino verso quell’Oriente da cui sorge il Sole di giustizia, il Vescovo di Roma ci chiede di ripartire verso Betlemme sotto la guida dei pastori, per riconoscere in quel «bambino avvolto in fasce» la rivelazione dell’Amore preveniente di Dio per la nostra umanità. Ripartire dall’incarnazione significa imparare a ripartire sempre dalla realtà che, secondo le parole del Vescovo di Roma, non solo è «superiore all’idea» (233), ma è il luogo e il modo privilegiato di lasciare che il Verbo ancora prenda dimora dentro di noi per poter piantare la sua tenda di incontro e di benevolenza al cuore dell’umanità così assetato di giustizia e di pace.

Senza inutili giri di parole, papa Francesco cerca di rinnovare alla Chiesa del nostro tempo la chiamata ad essere «porta» (47) aperta, perché tutti possano entrare nelle stanze amorose del Regno di Dio che viene. Il Vescovo di Roma ci mette in guardia da alcune tentazioni che rischiano di rendere vana la carne e la croce di Cristo, fuori dalle quali non c’è salvezza vissuta e non è possibile alcuna salvezza annunciata. I pericoli sono chiaramente indicati con parole forti: «Questo implica di evitare diverse forme di occultamento della realtà: i purismi angelicati, i totalitarismi del relativo, i nominalismi dichiarazionisti, i progetti più formali che reali, i fondamentalismi antistorici, gli eticismi senza bontà, gli intellettualismi senza saggezza» (231). Papa Francesco elenca sette minacce da cui ogni credente e la Chiesa stessa, come corpo di Cristo in crescita verso la pienezza del Regno di Dio, devono concretamente tenersi vigilanti e attenti.

Al cuore della sua Esortazione, papa Francesco indica la strada ai suoi fratelli e sorelle nella fede, indicando un criterio di discernimento senza il quale si rischia di girare a vuoto attorno a noi stessi senza uscire verso il volto di Dio, che si invera in quello concreto e normalmente ferito dei nostri fratelli e sorelle in umanità: «Il criterio di realtà, di una Parola già incarnata e che sempre cerca di incarnarsi, è essenziale all’evangelizzazione. Ci porta, da un lato, a valorizzare la storia della Chiesa come storia di salvezza, a fare memoria dei nostri santi che hanno inculturato il Vangelo nella vita dei nostri popoli, a raccogliere la ricca tradizione bimillenaria della Chiesa, senza pretendere di elaborare un pensiero disgiunto da questo tesoro, come se volessimo inventare il Vangelo. Dall’altro lato, questo criterio ci spinge a mettere in pratica la Parola, a realizzare opere di giustizia e carità nelle quali tale Parola sia feconda. Non mettere in pratica, non condurre la Parola alla realtà, significa costruire sulla sabbia, rimanere nella pura idea e degenerare in intimismi e gnosticismi che non danno frutto, che rendono sterile il suo dinamismo» (233).

Abituati a sentire esortazioni che hanno di mira piuttosto i mali che affliggono il mondo esterno che la Chiesa al suo interno, siamo profondamente toccati dal fatto che papa Francesco parli ai suoi fratelli e sorelle in Cristo, richiamando ciascuno a quella grazia battesimale che ci fa testimoni di gioia e lievito invincibile di speranza. Con quello stile cui ormai cominciamo ad abituarci e da cui ci sentiamo sempre più sollecitati, papa Francesco ha sentito il bisogno persino di coniare un neologismo che si premura di spiegare: «La Chiesa “in uscita” è la comunità di discepoli missionari che prendono l’iniziativa, che si coinvolgono, che accompagnano, che fruttificano e festeggiano. “Primerear, prendere l’iniziativa”: vogliate scusarmi per questo neologismo. La comunità evangelizzatrice sperimenta che il Signore ha preso l’iniziativa, l’ha preceduta nell’amore (cfr 1 Gv 4,10), e per questo essa sa fare il primo passo, sa prendere l’iniziativa senza paura, andare incontro, cercare i lontani e arrivare agli incroci delle strade per invitare gli esclusi. Vive un desiderio inesauribile di offrire misericordia, frutto dell’aver sperimentato l’infinita misericordia del Padre e la sua forza diffusiva. Osiamo un po’ di più di prendere l’iniziativa» (33).

Nel mistero del Natale contempliamo come l’Amore fa sempre il primo passo. Così il nostro cammino di discepoli ci obbliga ad osare sempre i primi passi e primi gesti di un amore che, per essere cristologicamente compatibile, deve essere unilaterale e incondizionato.

Nella sua Esortazione apostolica, papa Francesco conferma quello che i suoi gesti e le sue parole ci hanno fatto intuire sin dal primo momento della sua elezione. Possiamo condividere l’espressione di un giornalista tedesco che, commentando questo testo, esordisce così: «Accidenti! Quest’uomo mantiene quel che promette! Dice quello che pensa e pensa quel che dice» («Una rivoluzione radicale» di Ingo Brüggenjürgen in www.domradio.de).

Come ormai è chiaro a tutti a papa Francesco interessa prima di tutto l’atteggiamento interiore che, continuamente in conversione, illumina la lettura di ogni realtà alla luce dell’essenza stessa del Vangelo: la libertà di ciascuno che fruttifica nella solidarietà e nell’amore verso tutti e, in particolare, verso coloro che rischiano di essere trattati come «scarto» (53). Ciò che il Vescovo di Roma chiede alla Chiesa tutta, e prima di tutto a se stesso, è di prendere ancora una volta il «largo» (Lc 5). Si schiude un cammino lungo ma appassionante, aperto e richiesto ad ogni credente: libertà e non costrizione, invito e non controllo, misericordia e non mero adeguamento a norme. Il sogno si fa invito ad essere segno e richiede alla Chiesa di essere fedele ad uno degli appelli più ricorrenti del suo Signore: «Non temere» (141). La Chiesa è chiamata a non avere paura di errori e di ambiguità, ma a saper attraversare il mare della storia senza chiudersi in una corazza di riti e di modi che si presumono immodificabili, aprendo ciecamente la strada alla «mondanità spirituale, che si nasconde dietro apparenze di religiosità e persino di amore alla Chiesa, consiste nel cercare, al posto della gloria del Signore, la gloria umana ed il benessere personale» (93).

Papa Francesco ha suonato lo shophar che dà inizio ad un tempo di rinnovamento e di conversione che tocca la vita e il cuore di tutti i membri del Corpo di Cristo che è la Chiesa. Il Vescovo di Roma è il primo a mettere in discussione il modo in cui è chiamato a vivere il suo servizio a vantaggio di tutta la Chiesa e di tutte le Chiese per la gioia e la consolazione dell’umanità, cominciando con la «conversione del papato» (32). In particolare un cammino serio di conversione e di rinnovamento è richiesto a quanti, nella Chiesa, esercitano un ministero. Dopo cinque secoli sembra essere accolto ciò che Lutero indicava come un «torto» (Lutero, «La libertà del cristiano», 23) fatto dai chierici ai battezzati. Papa Francesco ricorda a tutti coloro che hanno ricevuto un ministero attraverso l’ordinazione che «il sacerdozio ministeriale è uno dei mezzi che Gesù utilizza al servizio del suo popolo, ma la grande dignità viene dal Battesimo» (104). Conseguenza di un modo evangelico di pensare e vivere il ministero è che: «L’Eucaristia, sebbene costituisca la pienezza della vita sacramentale, non è un premio per i perfetti ma un generoso rimedio e un alimento per i deboli. [51] Queste convinzioni hanno anche conseguenze pastorali che siamo chiamati a considerare con prudenza e audacia. Di frequente ci comportiamo come controllori della grazia e non come facilitatori. Ma la Chiesa non è una dogana, è la casa paterna dove c’è posto per ciascuno con la sua vita faticosa» (47). Ad una mondana cultura dell’immagine e dell’apparenza, papa Francesco contrappone la verità di se stessi sempre in cammino di conversione: «Non ci viene chiesto di essere immacolati, ma piuttosto che siamo sempre in crescita, che viviamo il desiderio profondo di progredire nella via del Vangelo» (151).

La piramide della Chiesa si è capovolta e questo non può non dare un po’ di capogiro. Ancora una volta è il Pastore ad essere avanti a tutte le pecore, mentre siamo abituati e pensare che questi sia nelle retrovie ad evitare gli assalti alle spalle, piuttosto che aprire orizzonti sempre più ampi. Per dirla tutta, papa Francesco ci ha simpaticamente sorpassati e ci sembra di avere il fiatone a stargli dietro! Sapremo accogliere la sfida? Risuona in tutto il suo splendore di speranza e di audacia l’invito del profeta: «Venite, camminiamo nella luce del Signore» (Is 2, 5).

MichaelDavide osb



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