Le critiche a inaccettabili proposte sull'omofobia

Domenica 1° dicembre il Centro Incontri della Regione Piemonte a Torino è stato pacificamente preso d’assalto da un vasto popolo venuto a testimoniare il proprio «sì» alla famiglia. Era questo, «Sì alla famiglia», il titolo di un convegno organizzato da sedici associazioni cattoliche, riunite in un comitato coordinato da chi scrive, che ha presentato un manifesto (il cui testo è disponibile sul sito www.siallafamiglia.it) a una sala gremita in ogni ordine di posti, mentre altri hanno dovuto seguire l’evento tramite la televisione a circuito chiuso. Alla fine, dal Centro Incontri sono passate nel pomeriggio circa cinquecento persone: per chi sa quanto sia difficile riunire pubblici a Torino, tanto più in una domenica già prenatalizia, sono numeri che hanno un significato.

Che cosa è venuto a sentire questo popolo della famiglia? Oltre alle due relazioni magistrali del penalista Mauro Ronco, già membro del Consiglio superiore della magistratura, e del giudice Alfredo Mantovano, già sottosegretario agli Interni, la giornata ha presentato testimonianze e interventi di politici, i deputati Pagano e Gigli e il senatore Malan, e dirigenti nazionali di associazioni cattoliche.

Il punto di partenza è stato chiaro: da cattolici, ispirati dal Magistero della Chiesa, vogliamo che le persone omosessuali siano accolte con rispetto e delicatezza nella scuola e nella società. Siamo stati colpiti e commossi dalle parole di papa Francesco, che hanno fatto il giro del mondo: se una persona omosessuale «cerca il Signore e ha buona volontà, ma chi sono io per giudicarla?». Il richiamo al rispetto e al non giudicare le persone in quanto persone non può essere semplicemente retorico, e dev’essere preso sul serio. Nello stesso tempo, il Papa richiama costantemente al Catechismo della Chiesa cattolica, che secondo il Documento preparatorio del Sinodo del 2014 contiene la «comprensione aggiornata della dottrina della fede» su questi temi. Il Catechismo, mentre ribadisce l’invito a non giudicare le persone, giudica invece gli atti omosessuali, definiti «intrinsecamente disordinati», e invita a giudicare le leggi. Dire sì o no a una proposta di legge implica sempre un giudizio. Chi siamo noi per giudicare le persone omosessuali? Ma, nello stesso tempo, chi siamo noi per non giudicare le proposte di legge, sottraendoci a quello che è un dovere di cristiani e di cittadini?

Il convegno ha applicato questi principi, in particolare, alle proposte di legge contro l’omofobia. Se per omofobia s’intendono le minacce, le violenze, gli insulti nei confronti delle persone omosessuali, abbiamo espresso una chiara posizione favorevole a una repressione severa di questi fenomeni. Siamo anche favorevoli ad aggravanti, peraltro già presenti nelle leggi in vigore, che colpiscano più severamente chi si macchia dei cosiddetti «crimini di odio», cioè aggredisce, minaccia o insulta le persone omosessuali in ragione del loro orientamento sessuale. Se mi è permesso un piccolo riferimento personale, nell'anno 2011 sono stato Rappresentante dell'Osce (Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa) per la lotta al razzismo, alla xenofobia e all'intolleranza e discriminazione contro i cristiani e i seguaci di altre religioni, e ho cercato di fare della lotta ai «crimini di odio», contro chiunque siano commessi, una priorità del mio mandato, ottenendo diversi riconoscimenti internazionali. So, dunque, di che cosa sto parlando.

Diverso, però, è il discorso se per «omofobia» s’intende, come nella proposta di legge approvata dalla Camera e in discussione al Senato, la semplice espressione di opinioni sugli atti omosessuali. Certamente insultare le persone omosessuali con questo o quell'epiteto ingiurioso non è libertà di opinione. Ma, per esempio, la Corte Suprema degli Stati Uniti ha definito «discriminazione» anche l'opposizione di principio al matrimonio e alle adozioni omosessuali, e tribunali americani e britannici hanno considerato discriminatorie affermazioni secondo cui gli atti omosessuali sono «disordinati» dal punto di vista morale, un’espressione che come si è visto si trova anche nel Catechismo cattolico.

Vorremmo essere certi che citare il Catechismo (non solo in chiesa, ma anche a scuola o su un giornale, non solo da parte di ministri di culto, per cui s’ipotizzano «eccezioni», ma di chiunque) non porterà in Italia a finire in prigione. Vorremmo poter continuare a sostenere, in nome di una visione antropologica che sappiamo non essere da tutti condivisa, ma che non si può equiparare a un reato, che il matrimonio è solo quello tra un uomo e una donna, che le unioni civili non sono l’alternativa ma l’apripista e il battistrada al futuro matrimonio omosessuale, che, per quanto coppie omosessuali possano essere convinte di poter essere buoni genitori, un bambino, per apprendere la bellezza e il ruolo della differenza sessuale tra uomo e donna fin dalla prima infanzia, ha bisogno di un papà e di una mamma, non di due mamme senza papà o di due papà senza mamma. E vorremmo anche poter criticare l’educazione di genere che il nostro ministero dell’Istruzione sempre più, come il convegno ha documentato, affida nelle scuole ad attivisti della militanza omosessuale, anche qui senza venire accusati del reato di omofobia.

Se esprimere opinioni non «politicamente corrette» diventa un reato, la libertà religiosa e la stessa libertà di opinione sono in pericolo. Lo ha detto di recente papa Francesco, citando il profetico romanzo «Padrone del mondo» dello scrittore britannico Robert Hugh Benson (1871-1914): quando il «pensiero debole» del relativismo diventa «pensiero unico» obbligatorio per legge, finisce la libertà e iniziano nuove forme di totalitarismo pericolose per tutti.

Massimo Introvigne



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