Matrimonio vero resta solo quello tra uomo e donna

Il dibattito aperto da alcuni anni sui “diritti” delle coppie omosessuali, integrato in quello più generale dei “diritti” delle coppie di fatto eterosessuali (e quindi anche dei diritti dei figli delle une e delle altre, compresi i nati con l’inseminazione artificiale e l’uso di semi e/o di uteri altrui), è ormai materia comune sia per quanto riguarda l’etica (e la religione) sia per quanto attiene alla scienza medico-psicologica, sia per quanto appartiene alla democrazia in quanto strumento e ambiente civile di legislazione.

Ne fanno fede la decisione di Putin di ammettere l’adozione internazionale di bambini russi solo all’Italia, dove non sono concesse le nozze gay, e il referendum in Croazia risoltosi con il «si» a inserire nella Costituzione la definizione del matrimonio come un’unione esclusiva fra «un uomo e una donna».

E’ dunque naturale che in queste due nostre pagine dedicate all’argomento figuri anche la recensione di un libro appena uscito da una casa editrice cattolica, la San Paolo. Si intitola «Io vi dichiaro marito e marito», é lungo 155 pagine e costa 12 euro. E’ stato scritto da due personalità ben note nella cultura cattolica italiana, il giurista Francesco D’Agostino (una delle firme più autorevoli del quotidiano «Avvenire») e Giannino Piana, teologo moralista già docente universitario di questa materia alla Libera Università di Urbino e collaboratore di parecchie riviste cattoliche, fra le quali «Jesus» e «Rocca».

Lo scopo del libro è quello di mostrare come sia possibile un dialogo fra posizioni divergenti, che restano tali fino in fondo ma hanno il merito indiscutibile di fornire all’una e all’altra parte, ma soprattutto al lettore comune, argomenti validi, e non meramente propagandistici, per far capire le ragioni contrapposte, senza propositi discriminatori, ma anzi nel rispetto delle persone coinvolte nella disputa.

Il volume si apre con l’intervento del teologo, che percorre la storia del giudizio religioso sull’omosessualità partendo da due libri dell’Antico Testamento: «Genesi», in cui l’episodio di Sodoma è riletto con la riduzione dell’omosessualità nel contesto della più generale condanna della violenza in tutti i suoi aspetti; e «Levitino», dove il rifiuto è molto più diretto e perentorio: «Con un uomo non avrai rapporti come si hanno con una donna: è un abominio».

Per quanto riguarda il Nuovo Testamento, i testi commentati da Piana sono tre lettere di Paolo, la «prima ai Corinzi», la «prima a Timoteo» e quella «ai Romani», in cui l’apostolo parla dell’omosessualità come «alienazione da Dio» alla stregua di tanti altri peccati, e introduce l’argomento della natura (che l’omosessualità contraddice) già presente nella filosofia greco-romana e in quella ebraica. La sintesi storica prosegue con l’adattamento di quella prima definizione paolina nella tradizione etica cristiana, dal Medioevo fino a oggi, passando da Giovanni Crisostomo (IV secolo: «I peccati omosessuali sono peggiori dell’assassinio») ad Ambrogio, Agostino, Gregorio Magno e alle più recenti prese di posizione della Chiesa su comportamenti che contraddicono la funzione essenziale della coniugalità maschio-femmina: la procreazione e la continuità della specie umana.

Detto tutto questo, Giannino Piana riconosce i contributi che la scienza e la filosofia hanno dato negli ultimi secoli all’antropologia, e sostiene «la necessità di abbandonare il paradigma “naturalistico” per aderire a un paradigma “relazionale”», in cui prendono rilievo «il primato della persona sulla natura e il primato della relazione sulle forme che essa concretamente assume».

Il capitolo finale di Giannino Piana riguarda «la questione politica e legislativa», in cui si fa il bilancio di una storia giuridica che tocca tanti Paesi (e molto poco finora l’Italia) ed è apertamente confutata dalla dottrina biblico-tradizionale della Chiesa. Qua e là si nota una certa polemica con l’atteggiamento ecclesiale che cerca di difendere l’istituto del matrimonio uomo-donna, opponendosi a una legislazione “liberista” che finirebbe con il distruggerlo. L’attuale crisi del matrimonio, secondo Piana, sarebbe invece il «frutto di un processo molto più ampio di privatizzazione della vita a due, nei confronti della quale la richiesta di riconoscimento pubblico delle coppie di fatto rappresenta un, sia pure parziale, orientamento in controtendenza».

In definitiva, il teologo moralista si dichiara favorevole ai Pacs istituiti in Francia, «i quali garantiscono una forma di solidarietà fra persone conviventi mediante dispositivi legislativi che offrono precisi benefici in tema di assistenza, previdenza, sgravi fiscali ecc.».

La seconda metà del libro, a cura di Francesco D’Agostino, si intitola «Sessualità, omosessualità e diritto» e consiste di quattro capitoli che rispondono, più in termini dialettici e filosofici che di storia, agli argomenti in favore dei veri o presunti “diritti” delle coppie omosessuali. E’quanto si evince da alcuni dei paragrafi di quei capitoli: ad esempio, «omosessualità, giudizi e pregiudizi», «una malattia?», «contro natura?», «la riforma del diritto di famiglia», «il modello del matrimonio», «violentare la verità», e così via.

Da tutto questo emerge, nota D’Agostino, che la lunga «variabilità delle forme coniugali nella storia e nelle diverse culture (…) non ha mai impedito la limpida percezione della distanza, anzi del salto, che si dà tra le convivenze coniugali e quelle che non possono essere riconosciute come tali».

Il giurista descrive quale sia la sua prospettiva in materia: «Se è impossibile negare la storicità dell’esperienza umana (e di quella coniugale), credo che sia altrettanto impossibile negare che qualunque esperienza umana (e in particolare quella della coniugalità) si radichi in una dimensione di bene, che non ha carattere né di occasionalità né di arbitrarietà. Ed è proprio ed esclusivamente questo riferimento al bene che garantisce la possibilità di fare un discorso sull’uomo che abbia carattere universale, e cioè non violento né discriminatorio». Di qui, il proposito di compiere «una riflessione sulla rilevanza non solo fisica, ma sociale, della sessualità omosessuale. Si tratta di una riflessione che viene in genere rimossa, e che noi dobbiamo invece mettere al centro della scena», per i suoi rapporti con il diritto.

Lasciamo ai lettori l’interesse e anche il piacere (perché no?) di trovare nel libro le risposte di D’Agostino ai problemi che egli pone, ma è doveroso indicare almeno le conclusioni che egli ricava dal suo paziente, competente, obiettivo esame della materia. Eccolo: «Non è dal diritto che gli omosessuali possono ottenere per le loro coesistenze quell’equilibrio interiore della cui mancanza, con ogni evidenza, essi soffrono, e duramente: sono essi stessi che devono eventualmente crearsi una loro regola per il loro rapporto (se la verità del loro rapporto può tollerare di essere ricondotta a una regola), senza pretendere di ricorrere a regole, come quelle coniugali, precostituite per altre esperienze e per altri fini. A sua volta il sistema giuridico ha il dovere di resistere alla tentazione di rincorrere, per giuridificarle, tutte le illusioni umane».

Beppe Del Colle



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