Austerità (e poveri in aumento)

«Alla libertà del mercato è subentrata l’egemonia economica; alla bramosia del lucro è seguita la sfrenata cupidigia del predominio; e tutta l’economia è così divenuta orribilmente dura, inesorabile, crudele». Sembrano scritte oggi queste parole, invece risalgono al 1931 e si trovano nell’enciclica Quadragesimo Anno, l’enciclica sociale di papa Pio XI. Dopo più di 80 anni la stessa analisi possiede pari capacità di denuncia e il filo rosso, che si dipana inizialmente dalla Rerum Novarum di Leone XIII e arriva all’esortazione apostolica Evangelii Gaudium di papa Francesco, descrive una realtà sociale ed economica privata di speranza.

Se n’è parlato a lungo, a più voci, durante il terzo Festival della dottrina sociale della Chiesa, tenutosi a Verona dal 21 al 24 novembre scorsi, che quest’anno aveva per titolo «Meno disuguaglianze, più differenze». Un’impostazione del dibattito che ha puntato a valorizzare le risorse soffocate di una società diventata globale, contro quindi una globalizzazione che invece di liberare le opportunità ha omologato e schiacciato milioni di perdenti in partenza. Una gara truccata, insomma, alla quale nessuno ha potuto sottrarsi, ma per la quale non ci si può più entusiasmare. Perché a terra sono rimasti in troppi, anche nelle società che si ritenevano al sicuro.

«Mancano meno di due anni allo scadere degli Obiettivi di sviluppo del millennio, ma c’è ancora tanta incertezza nell’economia mondiale che, nonostante tutti gli sforzi, dal 2000 a oggi non si è nemmeno riusciti a dimezzare la povertà», ha affermato all’apertura del festival il cardinale Oscar Rodriguez Maradiaga, presidente di Caritas internationalis e coordinatore del gruppo di otto cardinali scelti dal Papa per studiare la riforma della curia. La relazione ha avuto come punto fermo la condivisione di un’esperienza dolorosa vissuta dalla maggior parte dei Paesi latinoamericani, che il presidente della Conferenza episcopale dell’Honduras conosce approfonditamente.

«Il fallimento delle nazioni povere è spesso analizzato dalle agenzie internazionali esclusivamente su basi monetarie, mentre la maggior parte degli esperti ritiene che la povertà sia una realtà che non coinvolge solo il reddito. Ridurre la malnutrizione, aumentare l’alfabetizzazione e l’aspettativa di vita sono obiettivi che anche le Nazioni Unite ritengono essere centrali, perché il reddito da solo non costituisce la somma della vita umana. Purtroppo però la dimensione tecnica dell’economia ha prevalso su quella etica che, come già diceva nel 1977 Amarthya Sen, premio Nobel per l’economia, è strettamente legata alla domanda “a cosa servono gli sforzi delle persone e dei popoli nel proprio lavoro?”».

Chiedersi il perché dello sviluppo deve quindi tornare ad essere il quesito fondamentale. «Se l’economia orientasse le decisioni politiche senza basarsi anche sulla dimensione etica, allora mancherebbe di equità», ha ripreso Maradiaga. «La scienza economica invece ha raffinato gli aspetti tecnici, tanto che le si è attribuita la capacità esclusiva di risolvere i problemi del nostro tempo. In realtà questa visione dominante, che confonde lo sviluppo con la crescita, contiene in sé limitazioni serie che impediscono una percezione integrale». È qui che ha origine la perdita di direzione, nell’aver escluso gli elementi fondamentali della vita umana, nell’aver ridotto la realtà ai fattori produttivi e alle variabili economiche, continuando a produrre povertà.

«Ma che scopo ha lo sviluppo? Innanzitutto, al centro va posta la giustizia sociale. Parliamo quindi di austerità: le disposizioni della Trojka e del Fondo monetario internazionale l’hanno fatta diventare una parolaccia, quando invece l’austerità ha in sé anche un aspetto virtuoso», ha continuato il cardinale. «Ridotta a rigore economico, ha portato solo l’indebolimento dei meccanismi di lotta alla disuguaglianza, tanto che in tempi così difficili la spaccatura tra ricchi e poveri si è allargata, con una distribuzione del reddito sempre più disuguale». Un’affermazione che Maradiaga rafforza con il recente rapporto Oxfam sui costi reali dell’austerità in Europa. Lo studio parla di «decennio perduto», causato dalla crisi e dalle relative politiche di riduzione di bilancio, prevedendo entro il 2015 l’aumento di ulteriori 15-25 milioni di nuovi poveri nell’Unione, mentre le élite hanno persino beneficiato di aumenti del proprio reddito totale.

Le disuguaglianze che si stanno creando con queste manovre «mettono a rischio la crescita sostenibile di lungo periodo, perché nonostante le soluzioni delle trojke, non si può dire che non capiterà più un’altra crisi finanziaria. In America Latina abbiamo già visto l’applicazione negli anni 90 di queste ricette: austerità, aumento dei prezzi, dei costi di elettricità, acqua, telefono, benzina, che hanno prodotto solo più povertà. I più furbi si sono riempiti le tasche, mentre di tanta ricchezza accumulata non si è riversato nulla sui poveri». Come cambiare rotta, allora, se ad influenzare le decisioni politiche, che stimolano la disuguaglianza, sono soprattutto i ricchi?

«L’onda di austerità che ha travolto l’Europa rischia di danneggiare seriamente e in modo permanente il modello sociale del Continente: lo sostiene Joseph Stieglitz, che vede proprio dell’aumento della disuguaglianza, più che nella paralisi della crescita, la causa di una perdurante fragilità economica, con l’aumento della disoccupazione e della povertà. Tutto ciò avviene perché si è fatto del mercato il vitello d’oro, il dio da adorare nonostante tutto. Per questo non occorre una nuova ideologia, ma l’evangelizzazione dello sviluppo umano. Una grande sfida per la Chiesa, perché occorre capire i diritti universali e indivisibili dell’uomo alla luce di una visione integrale della persona, dotata di capacità di bene, di vero e di Dio. Evangelizzare lo sviluppo umano richiede di annunciare Gesù Cristo come una speranza del sociale e non come un’utopia. E ciò appartiene innanzitutto alla comunità locale, per arrivare poi alla Chiesa universale».

Con il richiamo alla pastorale sociale il cardinale Maradiaga ha quindi invitato i sacerdoti, i religiosi, i laici, organizzati in associazioni e movimenti, a coinvolgersi «in base al proprio carisma e secondo principi di sussidiarietà, complementarietà, reciprocità. La Chiesa, articolata in più soggetti, deve rendere visibile Gesù Cristo testimoniandolo come speranza, realizzandosi come casa e scuola di comunione. La fede non è cosa di sacrestia o di cappelle, ma è della società che ha bisogno di un lievito diverso e non delle vecchie ricette degli organismi finanziari internazionali». Tornare quindi all’uomo e al suo incontro con Cristo, perché non basta recuperare i valori fondanti dell’essere umano, ma anche fidarsi della forza che viene dall’agape, dall’amore disinteressato. «Cristo è nostra unica speranza, e come cristiani dobbiamo superare lo scetticismo e il relativismo morale per conoscere la persona integrale, proporre una libertà che è fondata sul dinamismo dell’intelligenza e della volontà. La nostra sia una condotta dell’esistenza unificata, che non si sdoppi in una facciata pubblica e una nascosta, dietro la quale celare un’altra identità. L’amore diventi la norma suprema e costante dell’agire nella vita sociale e la morale torni a far parte costituiva della vita economica».

Non basta quindi che l’economia riparta, che cresca il Pil o il deficit si mantenga sotto al 3 per cento. «Quelle sono cifre: lo sviluppo sarà sostenibile se saprà essere umano. Pur trovandosi in una realtà piuttosto chiusa alla trascendenza, l’evangelizzazione del sociale trae speranza sia nel testimoniare la vita donata da Gesù, sia nell’incontrare tanti uomini di buona volontà. E ciò accade nella cooperazione, nell’economia, nella cultura. Lo sviluppo equo deve garantire il progresso dei popoli e dell’individuo, che raggiunge il suo più alto livello di realizzazione come soggetto solidale». Ma tenere lo sguardo alto, con una visione rivolta al Risorto, sarà sufficiente a cambiare un sistema di ingiustizie incancrenito e prevaricatore? «Di fronte a sfide come questa, ricordo il piccolo Davide di fronte al gigante Golia: è bastato un piccolo sasso, ben indirizzato. Non dico certo che si eserciti la violenza, ma ci si affidi alla ragione e non si diventi mai passivi. Per questo bisogna conoscere la dottrina sociale della Chiesa, che non serve a prendere voti: è piuttosto un tesoro custodito, ma poco conosciuto. Una forza, un lievito di cui la società ha bisogno più che mai. Una guida per costruire la Storia in alleanza d’amore con Dio».

Fabiana Bussola

 



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