Papa Francesco alle claustrali: il domani di Dio

All’appello di papa Francesco non mancano neanche le monache di clausura! Per la giornata Pro Orantibus che cade, da alcuni decenni, nella memoria della Presentazione di Maria al Tempio, papa Francesco si è recato al monastero di Sant’Antonio sull’Aventino a pregare con le monache camaldolesi. Mons. Rino Fisichella ha chiaramente contestualizzato questo ulteriore gesto di papa Francesco tra gli eventi conclusivi di questo Anno della fede voluto e inaugurato da Benedetto XVI.

Fisichella ha spiegato in anticipo questa scelta con parole chiare che esigono di essere comprese in tutto il loro peso: «La scelta di questo monastero è dovuta al fatto che queste monache, a partire dal Concilio Vaticano II, hanno rivisitato la loro regola, cercando di ritornare alle origini del loro carisma. Secondo una antica tradizione, probabilmente proprio sull’Aventino si hanno le prime tracce di vita monacale femminile a Roma. Il Papa si fermerà in preghiera con le monache, che in questi anni hanno aperto il loro monastero alla condivisione della lectio divina e della mensa dei poveri. Un aiuto che va incontro alla duplice esigenza della fede: scoprire la ricchezza della Parola di Dio e condividere la propria mensa con chi non ha da mangiare».

Tra tutti i monasteri di clausura che si trovano a Roma e tenuto conto che quello voluto da Giovanni Paolo II all’interno delle mura leonine è stato trasformato nella residenza del Papa emerito, papa Francesco ha scelto proprio quello la cui storia e la cui ricerca monastica è stata caratterizzata, non senza tensioni, fatiche, prove e disapprovazioni all’interno stesso del monachesimo femminile italiano, dalla spinta verso una sempre più ampia apertura nella linea della condivisione che si fa rischio di apertura. Lo stesso Fisichella ha motivato questa scelta perché l’Aventino rievoca la grande epopea di quelle donne che proprio tra queste ville mutarono le loro dimore in monasteri. La venuta a Roma di san Girolamo nel 381 diede un ulteriore contributo alla diffusione dell'ideale ascetico coinvolgendo specialmente le nobili matrone romane dell'Aventino, poi pronte a seguire san Girolamo stesso in Palestina. Queste donne abbracciarono una vita monastica segnata da una grande ascesi non disgiunta da un’apertura intellettuale - soprattutto nello studio delle Scritture - e una sempre viva e operosa attenzione per i più poveri. Nomi come quelli di Melania, Paola ed Eustachia evocano una vita monastica al femminile dominata da generosità nell’ascesi come espressione di profonda libertà, acuta intelligenza e inventiva carità.

Visitando il monastero femminile dell’Aventino, che sorge accanto al Collegio benedettino di Sant’Anselmo, papa Francesco ha posto ai monasteri – monaci e monache – di tutto il mondo una domanda assai impegnativa: «Nei monasteri si aspetta il domani di Dio?». La Madre di Dio, modello di vita monastica nel senso di una discepolanza di Cristo e del suo Vangelo senza tentennamenti, è stata presentata da papa Francesco, rievocando un’immagine così cara al cardinal Martini, come la «donna del Sabato Santo» che «ci sostiene nei momenti di buio, di difficoltà. Di sconforto, di apparente sconfitta o di vere sconfitte umane». Con la sua visita all’Aventino papa Francesco ha confermato quell’invito già espresso al suo passaggio nel Protomonastero delle Clarisse di Assisi, lo scorso 4 ottobre.

Con tono familiare, ma non meno esigente, papa Francesco ha chiarito alle monache e, per estensione, ai monaci tutti che: «La normalità del nostro pensiero penserebbe che questa suora diventa isolata, sola con l’Assoluto, sola con Dio; è una vita ascetica, penitente. Ma questa non è la strada di una suora di clausura cattolica, neppure cristiana». Il criterio di discernimento, secondo il Papa, di una compatibilità cristologica ed evangelica di una vita monastica sarebbe non l’angelizzazione deincarnata, ma il quotidiano immergersi nel mistero dell’«Incarnazione del Verbo» e la capacità di misurarsi fino ad impastare la propria vita di contemplazione con la «realtà». Parlando alle Clarisse papa Francesco ha detto con rara chiarezza: «E questa è la vostra strada: non troppo spirituale».

La tendenza e la tentazione gnostica è sempre in agguato nella ricerca spirituale che rischia di cedere al fascino dell’eccellenza e di una certa superiorità fino ad esigere una separazione sacrale. Questa tendenza che diventa spesso felpata tentazione è stata chiaramente “bandita” dalla parola di papa Francesco. La visita al monastero di Sant’Antonio all’Aventino è stata caratterizzata dalla semplicità di un’accoglienza in una comunità di monache «di clausura» dove sono mancati proprio i segni esterni di una «separazione» esterna sacralizzante e sacralizzata, che pure sono richiesti dalla legislazione vigente. Il Papa è stato accolto alla porta del monastero dall’Abbadessa come «domina» di casa e per nulla sottoposta ad alcuna protezione «maschile». Lo stesso priore generale della Congregazione camaldolese non ha avuto nessun ruolo rilevante né nella liturgia, né nel protocollo di accoglienza. Ciò che si è potuto contemplare nella visita del Papa all’Aventino è stata una comunità di donne libere e sovrane nella loro ricerca e nella loro discepolanza. Le monache presenti (tra loro monache di tutto il mondo che abitano a Sant’Antonio per compiervi gli studi di Teologia) “sfoggiavano” serenamente una bella diversità di abbigliamento soprattutto riguardo all’uso o al non uso del velo. Tutti avranno notato il modo discreto di avere il capo coperto ma non fasciato della Madre abbadessa e delle monache che compongono la comunità, propriamente detta, dell’Aventino.

L’immagine di una monaca che prega in mezzo all’assemblea - di fronte allo stesso Papa e a due vescovi - a mani levate per presentare l’offerta vespertina della sera è sembrata la rianimazione di uno degli affreschi più noti delle antiche catacombe di Priscilla nel cubicolo che prende il nome appunta dalla «Velata». Aldilà di tante parole e discorsi, quest’immagine ci ha fatto percepire realmente un modo di essere pienamente donne nella Chiesa e per la Chiesa senza troppe rivendicazioni e tanta libertà di azione e di contemplazione. Per molti aspetti la comunità, nella persona dell’Abbadessa si è posta “di fronte” alla struttura gerarchica della Chiesa richiamandola a misurarsi con le realtà carismatiche che rendono vivo il Corpo di Cristo. Il sacerdozio comune dei fedeli, e in particolare quello che da sempre riviene alle donne, è stato esercitato in tutta la sua pienezza davanti al Vescovo di Roma quasi dandogli la gioia di «partecipare» più che «presiedere». In realtà le monache di sant’Antonio hanno mostrato con semplicità come ciò di cui tanto si parla è già in atto senza esservi bisogno di rivendicarlo, piuttosto di viverlo nella sua pienezza, nella sua differenza, e, per alcuni aspetti, nella sua eccedenza ed eccellenza femminile.

Nel monastero di Sant’Antonio è vissuta l’ultima reclusa dei nostri giorni, sr. Nazarena, delle cui lettere le monache hanno fatto omaggio al Papa. È da sottolineare il fatto che nello stesso monastero, tra l’altro posto al cuore della città di Roma, è stata vissuta una delle avventure di reclusione e di ascesi dei nostri giorni «oltre ogni limite» («Oltre ogni limite», a cura di Emanuela Ghini, Edizioni Ocd 2007) e, al contempo, un grande rinnovamento del modo di essere monache nella Chiesa e nel mondo di oggi per essere in grado di «guardare sempre al domani».

L’identificazione della vita monastica femminile con la pratica della «clausura» si apre così ad una interpretazione più ampia che non indulge a costrizioni livellanti e frustranti. In realtà i carismi e le necessità personali non possono e non devono essere sottoposte ad una forma unica di espressione per tutte le monache e per ogni monaco, ma essere formate attraverso la pedagogia della regola e degli usi in vista di una fioritura dell’anima nella sua intimità e unicità. È innegabile che nella tradizione monastica vi siano sempre stati fratelli e sorelle che abbiano sentito un’attrazione per una separazione sensibile per custodire la propria ricerca di Dio e vivere il proprio carisma di intercessione. Ma che la «clausura», così come la si intende ormai comunemente, sia il segno unico e distintivo di una “vera” vita monastica sembra essere più un abuso spirituale che una custodia del carisma. Bisogna ricordare che la vita monastica risponde prima di tutto ad un bisogno antropologico che è trasversale a tutte le religioni e filosofie semper et ubique. Così spiega un monaco e teologo che ha frequentato il monastero di Sant’Antonio, parlando dei monaci e delle monache: «Sì, sono a parte, nella misura in cui ogni uomo è a parte dagli altri, ma pure nella misura in cui vi sono stato chiamato, oppure ho creduto di esservi chiamato o forse ho deciso di fare questa costruzione in umanità a parte. […] Questo perché il monaco si ap-parta, poiché costruisce la sua umanità in un modo diverso, in un quadro, un contesto, un ambiente, una società differenti» (G. Lafont, «Des moines et des hommes», Stock 1975, pp.20-21).

Con le parole e i gesti compiuti da papa Francesco possiamo ritenere di aver fatto un passo decisivo nel chiarimento che la vita monastica “evangelicamente compatibile” deve sapersi spogliare – nella logica dell’incarnazione e degli abbassamenti del Verbo – da quella mentalità propria delle Vestali romane di cui molte monache si sentono le eredi spirituali e in cui spesso si maschera un bisogno narcisistico che crea una strana sproporzione tra il nascondersi per farsi vedere, tra il sottrarsi per essere cercati, tra il separarsi per mettersi invece al centro. Di questa mentalità “vestale” fa parte quel troppo ripetuto ministero da “parafulmine” di cui si investono e si lasciano investire le monache di clausura che fa, talora dimenticare, come il monaco è prima di tutto un peccatore che cerca guarigione e salvezza al fine di diventare testimone di speranza. Papa Francesco sembra chiedere ai monaci e alle monache dei nostri giorni di essere parte viva del cammino della Chiesa che si autocomprende come lievito impastato con la vita del mondo nella coscienza chiara che Cristo è l’unica «luce delle genti» e la sola «città posta sopra il monte» verso cui tutti pellegriniamo.

Il mondo monastico ha gioito e sofferto come tutti del seme di rinnovamento del Concilio Vaticano II. All’interno degli ordini monastici e in tutte le nuove forme di vita monastica che sono sorte, un po’ dappertutto in questi decenni, le tensioni e i conflitti sono stati sofferti come in tutte le altre realtà ecclesiali. Nondimeno proprio pensando alla vita monastica, spesso, si è ritenuto dovesse essere questa forma di vita la custode delle “cose antiche” e quasi farsi guardiana del faro delle tradizioni più toccanti ed emotivamente sensibili in particolare per quanto riguarda la liturgia, l’abito, i luoghi e i modi di vivere le relazioni.

Come sempre è successo nella storia non sono mancate forme di reciproca disapprovazione che ha prodotto scelte di isolamento dominate da un sentimento di assedio e questo sia nelle fughe in avanti verso la dispersione fino all’annichilimento di valori fondanti e irrinunciabili che nella fughe all’indietro con un atteggiamento da museo delle cere. Non raramente il livello di pratica della clausura con i suoi segni esteriori come le grate e la scelta di non mescolarsi alla vita e alla ricerca di tutti o la rinuncia all’approfondimento intellettuale della fede e della vita monastica, hanno rischiato di diventare – per i monaci e per quelli che li guardano e talora li vezzeggiano in modo insano – l’unico criterio di valutazione della vita monastica, una sorta di termometro di fedeltà alla tradizione assolutizzato e decontestualizzato. Raimon Panikkar sottolinea la differenza che c’è tra le realtà ecclesiali e quelle che non lo sono: «Non avviene così all’interno di una comunità religiosa di tipo monastico. Io non solo solo una pars in toto ma anche pars pro toto. Sono unico e indispensabile. I monaci con i quali ho vissuto di recente in un monastero del Tibet non comprenderebbero che si possa “entrare” in un monastero. Non si entra in una famiglia, ma ci si nasce: il tutto è precedente alle due parti» (R. Panikkar. «Beata semplicità. La sfida di scoprirsi monaco», Cittadella, Assisi 2007, p. 114).

Le parole e i gesti di papa Francesco, in modo semplice ma incisivo, hanno aperto una breccia in questo sistema talora, inconsapevolmente, malato di settarismo e di elitarismo spirituale che rischia di ammalare non solo i nostalgici del passato ma anche gli avveniristi del «dopodomani». Sembra che sia giunto il momento di dire: «Monaci e monache di tutto il mondo e di tutte le osservanze e regole unitevi». Quest’unità nella legittima diversità all’interno della Chiesa, nella relazione tra comunità diverse e persino nel rispetto dei cammini personali all’interno delle stesse comunità dovrebbe avere un solo fine: vivere nella gioia e sostenere la speranza dei nostri fratelli e sorelle in umanità. In questo modo i monaci e le monache potranno preparare nella loro carne «il domani di Dio» che si invera nell’oggi dell’amore per Dio e per l’umanità. In tal modo la stabilitas loci cui Benedetto obbliga i monaci e le monache che seguono la sua «Regola per principianti» diventa non la difesa di un recinto sacro inviolabile e privilegiato, ma l’ambito della propria fedeltà alla terra, alla storia, al limite, al corpo… al desiderio di Dio che ancora si fa carne in noi e si fa pane per tutti.

MichaelDavide Semeraro

 



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