Liturgia: compie 50 anni la riforma voluta da Paolo VI

«Questa discussione appassionata e complessa non è stata senza frutto copioso: quel tema che è stato affrontato, e che nella Chiesa è preminente, per natura e per dignità - la liturgia - è arrivato a felice conclusione, e viene oggi da noi promulgato. Per questo il nostro animo esulta di sincera gioia. È stato rispettato il giusto ordine dei valori e dei doveri: il posto d’onore va riservato a Dio; noi come primo dovere siamo tenuti a innalzare preghiere a Dio; la liturgia è la fonte primaria di quel divino scambio nel quale ci viene comunicata la vita di Dio, è il primo dono al popolo cristiano, il primo invito all’umanità a sciogliere la sua lingua muta in preghiere sante e sincere».

Cinquant’anni fa, il 4 dicembre 1963, Paolo VI promulgava in Concilio la costituzione sulla liturgia Sacrosanctum Concilium, approvata con un plebiscito, il più elevato numero di consensi fra i sedici documenti conciliari: 2.159 «placet», solo 5 «non placet». In calce ci sono le firme di «Io Paolo Vescovo della Chiesa cattolica» e di tutti i padri, compresa la pattuglia degli irriducibili antagonisti alla Lefebvre.

Il documento avvia la riforma e ne fissa i paletti; definisce la liturgia «il vertice verso cui tende l’azione della Chiesa e la sorgente da cui scaturisce la sua forza»; dopo un proemio si articola in sette capitoli: principi generali per la riforma e incremento della vita liturgica; mistero eucaristico; altri Sacramenti e sacramentali; ufficio divino; anno liturgico; musica sacra; arte e sacra suppellettile.

La riforma ebbe un forte e coinvolgente impatto nella vita dei fedeli e delle parrocchie. «Partecipazione» è il concetto chiave. Prima il popolo assisteva, era tagliato fuori e non capiva parole e gesti che il prete, spalle al popolo, celebrava da solo in latino e in canto gregoriano, nel silenzio dei fedeli mentre un chierichetto rispondeva per tutti e mentre la gente recitava preghiere o biascicava rosari per proprio conto.

La Messa era clericale, ora è popolare. Ora ogni battezzato ha il diritto e il dovere di «una partecipazione piena, consapevole, attiva e fruttuosa». «Prima bastava essere presenti alla messa, ora dobbiamo partecipare» osserva Paolo VI. La «scoperta della Bibbia» è un altro, straordinario risultato: il popolo di Dio riscopre e conosce la Sacra Scrittura, si riappropria della Parola di Dio, può accedere alle ricchezze dell’Antico e del Nuovo Testamento. La riforma della liturgia è il «grimaldello» del grande rinnovamento ecclesiale grazie alla rilevanza dottrinale, all’ancoraggio biblico, all’orientamento pastorale, al dialogo ecumenico, al bisogno di decentramento e inculturazione.

Abbondanti i frutti: l’uso delle lingue parlate; la partecipazione dell’assemblea; la riammissione dei laici nei ministeri e nel diaconato permanente; il ripristino della preghiera dei fedeli e della Comunione sotto le due specie per il popolo, in uso sino alla fine dell’XI secolo; il rinnovamento della predicazione; il riconoscimento della presenza di Cristo nell’assemblea, nel celebrante, nella Parola di Dio e nell’Eucaristia; l’adattamento all’indole, alle tradizioni, agli usi e costumi di ogni popolo; la semplificazione dei riti e l’abbattimento di quell’aura di mistero che li circondava, senza nulla togliere alla maestosa semplicità della liturgia; la più razionale ricollocazione delle chiese: crocifisso, mensa, sedi, ambone, tabernacolo, battistero, organo, corale, banchi, statue, quadri. 

In Italia si giunse a buoni risultati grazie alla Commissione episcopale per la liturgia, presieduta dall’arcivescovo di Bologna cardinale Giacomo Lercaro, uno dei quattro «moderatori» del Concilio, uno «padri» della riforma: vicepresidente era il torinese mons. Carlo Rossi, vescovo di Biella. Il 21 dicembre 1964 la Conferenza episcopale emana «le direttive per la liturgia» che introducono, da domenica 7 marzo 1965, i primi spezzoni della riforma: l’italiano nelle letture e in alcune parti della messa; la recita o il canto tra celebrante e fedeli di «Kyrie, Gloria, Credo, Sanctus, Agnus Dei».

Poi le preghiere dei fedeli, le nuove preghiere eucaristiche, i nuovi canti, la concelebrazione, lo scambio del segno di pace; l’altare verso l’assemblea; la riforma dei sacramenti, dei sacramentali e della «Liturgia delle ore» (breviario); la riorganizzazione dell’anno liturgico e delle feste del Signore, della Madonna e dei santi. Anche l’architettura delle chiese, l’arte sacra e la musica conoscono una ventata di novità. 

Nel 1969 Paolo VI promulga il nuovo «Messale romano» che recepisce i principi del Concilio, proprio come nel 1570 San Pio V aveva emanato il «Missale romanum» secondo i principi del Concilio di Trento, e lo aveva imposto a tutta la Chiesa ponendo così fine all’anarchia liturgica perché le diocesi seguivano testi, contenuti e riti diversi.

Ci sono stati eccessi e abusi, esagerazioni e stravolgimenti: ma furono colpa degli uomini e non responsabilità della riforma, per cui è assurda la critica che con la scomparsa del latino e del gregoriano si sia persa «l’atmosfera mistica», perché questa è data non dalla lingua, ma dal raccoglimento e dal silenzio, dalla partecipazione dei fedeli. Non ha senso riunirsi in un’assemblea muta e sorda dove uno solo prega e canta per tutti e gli altri fanno da spettatori come belle statuine.

Oggi la riforma vive una fase di stanca e ha bisogno di essere rivitalizzata. La Parola di Dio va «proclamata» e non «letta». È giusto considerare la chiesa «casa di Dio e degli uomini», ma non trasformarla in un «mercato» nelle celebrazioni dei matrimoni, delle prime comunioni, delle cresime. In questa materia i media sono ignoranti e sgangherati nel linguaggio. La messa non «è officiata a cura di….», ma «è celebrata da…» perché è una vera e propria celebrazione. Non si dice «ha preso i voti», ma «è stato ordinato diacono o sacerdote» e, nel caso di un religioso o di una religiosa, «ha fatto o emesso professione religiosa». 

Pier Giuseppe Accornero



SIR | Avvenire.it | FISC

PRELUM Srl - P.I. 08056990016