Donne nella Bibbia finora nascoste

Qual è il ruolo della donna nella Chiesa? Quale l’immagine della donna nella Bibbia? E, ancora, quale contributo può dare alla società tutta l’approccio femminile alle Sacre Scritture? Ha cercato di rispondere a queste domande l’incontro «Donna, grande è la tua fede» organizzato a Torino, sabato 9 novembre, da «chiccodisenape» nel cinquantesimo anniversario del Vaticano II, in collaborazione con il Coordinamento teologhe italiane. Il dibattito, diciamolo subito, non si è incentrato sulla spinosa questione del “sacerdozio alle donne”, ma sulla necessità di far luce sulla presenza femminile nell’Antico e Nuovo Testamento studiata e raccontata «in modo più consapevole» dalla teologia contemporanea, ma non ancora passata nel comune sentire della pubblica opinione. Al punto che quando si parla di «Dio come Padre e come Madre» citando papa Luciani, c’è ancora chi si stupisce. E se scrivendo al computer si digita la parola «teologa» al femminile, il correttore ortografico di Word segna errore.

Per riflettere sul ruolo delle donne nella Chiesa «chiccodisenape» ha chiamato Maria Cristina Bartolomei, teologa, docente di Filosofia della religione all’Università di Milano, che da anni si occupa del rapporto tra teologia e filosofia, e del rapporto tra testo, pensiero e interpretazione, con particolare riferimento alla Bibbia. E la presidente del Coordinamento teologhe, Cristina Simonelli. All’inizio del dibattito, un omaggio al Concilio: «La restituzione al “popolo di Dio” della Bibbia, la nuova consapevolezza delle donne nella Chiesa e soprattutto la nuova lettura della Bibbia da parte della donna cristiana sono legate all’impulso conciliare. Non si ricorda mai abbastanza, ma oggi le donne possono studiare nelle Facoltà teologiche solo grazie al Vaticano II. Prima era loro vietato». Il Concilio, dice la Bartolomei, ha scoperto il dramma del nascondimento dell’universo femminile e oggi siamo qui a parlare del contributo della teologia femminile alla Scrittura solo grazie alla svolta avvenuta negli anni postconciliari.

Il ruolo delle donne è tutto da riscoprire o, meglio, da svelare nella sua autenticità, a partire proprio da una lettura «liberazionista» della Bibbia. Spiega Maria Cristina Bartolomei: «La Bibbia, come dicevano bene un filosofo come Spinoza e un teologo come Karl Barth, è il libro mediante il quale Dio ha parlato all’uomo. Ma è anche un libro che ci parla nell’oggi». E oggi possiamo dire che l’immagine della donna che ci restituisce la Bibbia è profondamente diversa rispetto a quella che finora ci hanno raccontato. «Ogni testo, infatti, non è mai uguale a se stesso, ma cambia in relazione alle domande che gli vengono rivolte», dice la Bartolomei, sposando la tesi dell’«ermeneutica del sospetto» che cerca di liberare la Bibbia dal «non detto» del testo per restituirgli tutta la sua carica profetica. «Non possiamo separare un testo dalla sua lettura. E adesso che a studiare le Sacre Scritture sono anche teologhe donne, ecco che si è cominciato a leggere nella Bibbia cose che prima non venivano trovate». Questo nuovo approccio non è solo il risultato di un’esegesi moderna, avverte la teologa, ma come diceva già san Gregorio Magno, papa, intorno alla fine del VI secolo, è vero che «la scrittura cresce con chi legge…». E se sono le donne a leggere, la Scrittura cresce parlando alle donne.

Non c’è nulla da scoprire nella Bibbia, ma molto da svelare. «Siamo vittime di uno sguardo asimmetrico», spiega la Bartolomei, «la donna per secoli è stata vista come l’altra in una cultura antropocentrica e patriarcale, cioè basata su un punto di vista maschile. Ma questo non corrisponde al racconto della Bibbia: in Genesi, uomo e donna sono stati creati “come esseri differenti ma equivalenti, perchè ci fosse relazione”. Il nostro compito, dunque, è quello di liberare la Bibbia da una sorta di «sequestro culturale» nel quale è stata tenuta per secoli e offrire le basi per una lettura più consapevole, perchè avvertita di questa asimmetria».

Per citare ancora Karl Barth: «Dio parla attraverso la Bibbia, nonostante la Bibbia, a volte contro la Bibbia, ma non senza la Bibbia». Questo per dire che la Bibbia attesta la storia umana e la lettura della Bibbia nei secoli ha portato con sé tutti gli stigmi di quella che fu una cultura antropocentrica e patriarcale. Oggi si cerca di liberare il testo da un pregiudizio che lo tiene prigioniero e le donne teologhe sono come «pastori» che cercano di «far camminare Dio nella storia su strade di sicurezza» (Heidegger).

Gli esempi non mancano. Nella Bibbia, ricorda la Bartolomei, non ci sono solo le «donne che devono tacere» (1 Corinzi, 14,34-35) o le donne che durante le riunioni «devono rimanere in silenzio» (1 Timoteo 2, 11-14) o le donne che «devono ubbidire in tutto al loro marito» (Efesini 5,22-23 e 5-25). Tre esempi, questi, di «sguardi subordinazionisti sulla Bibbia» come li chiama la Bartolomei, che disprezzano la donna e se la lodano lo fanno solo nella loro relazione con l’uomo. Nei Vangeli, per esempio, «questo sguardo subordinazionalista non c’è». La Bibbia parla anche di «donne che profetizzano» (1 Cor 11,5), del bisogno di «essere sottomessi gli uni agli altri, come si conviene in Cristo» (1 Cor 11,11-12), e del fatto che «non c’è giudeo e greco, schiavo e libero, uomo e donna, perchè siete tutti uno in Cristo». Ma in Colossesi, lettera più tarda, di scuola paolina, non di Paolo, la Bartolomei svela come sia rimasto solo «giudeo e greco, barbaro e scita, schiavo e libero», e scompaia invece «uomo e donna» (Gal 3,27-28). Questo per dimostrare come la Bibbia sia anche il portato di una cultura.

Continuando negli esempi, la Bartolomei sottolinea come in Genesi 3,15 si parli addirittura del «seme di lei», cioè della stirpe della donna. E tante ancora sono le figure di donne emblematiche. Sara in Genesi riceve una benedizione parallela ad Abramo. Miriam (Es 15,20-21) «viene mandata avanti a Israele come Mosè e Aronne». Debora è addirittura «giudice in Israele» (Gdc 4 e 5), pensiamo che in Italia le donne fino al 1963 non potevano accedere alla magistratura. E ancora la vedova di Zarepta e la Sunamita, donne che sostengono i profeti, ma anche le iniziative di Raab, le astuzie di Rebecca e la scaltrezza di Tamar sono narrate come episodi della «storia della salvezza». Una linea rilanciata da Gesù in modo rivoluzionario: ricordiamo la figura di Marta nel Vangelo di Luca, ma anche le donne nominate in gruppo nel Vangelo di Marco (15,40) e anche di Luca (8,3), che disegnano un vero «discepolato femminile di Gesù».

Tra loro emerge privilegiata Maria di Magdala, da non confondere con la peccatrice, presentata come testimone privilegiata della resurrezione e «apostola degli apostoli». Seduta ai piedi di Gesù ascoltava le sue parole, in una sorta di discepolato rabbinico (ricordiamo che il discepolato era vietato alle donne, che non potevano essere istruite nella Torah). Per non parlare di Febe (Rm 16,1): il testo dice di lei, che era «diacono», responsabile della Chiesa di Cenere, il porto di una città importante come Corinto; la precedente traduzione Cei della «Bibbia» usava il termine «diaconessa», la nuova traduzione dice «a servizio della Chiesa», quasi «a ridurre le donne da diaconesse a colf», chiosa amara la Bartolomei.

Gli ebrei dicevano che uomo e donna, quando si scrivono insieme, segnano il nome di Dio. La memorie delle donne e il loro diritto di cittadinanza, dicono in conclusione le teologhe Bartolomei e Simonelli, sono rimaste nella Bibbia, anche se la Chiesa sembra averle dimenticate. Alle donne teologhe e alle tante donne cristiane dei nostri giorni il compito di ricordarlo, per una lettura davvero «più consapevole» della Bibbia.

CRISTINA MAURO



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