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Spie Usa: Londra non si scandalizza

All’ultimo vertice di Bruxelles, nel coro dell’indignazione per le prevaricazioni dello spionaggio americano, divenute l’argomento principale del raduno, una voce importante non si è fatta sentire: quella della Gran Bretagna. Non perchè il premier David Cameron fosse distratto, ma perchè era fortemente imbarazzato in quanto il suo Paese è stato, con i suoi servizi segreti, il più stretto collaboratore e, si può sospettare, anche l’ispiratore degli Stati Uniti nell’intercettare abusivamente le comunicazioni internazionali.

Londra dispone di un apparato di servizi segreti non meno raffinato e forse più efficiente di quello americano. Le due famose branche dell’Intelligence service, la Mi5 (spionaggio) e la Mi6 (controspionaggio) operano in unione con il Gchq (Government communications headquarter, ossia Quartier generale delle comunicazioni governative). Questo risale al 1919, ma fino al 1946 si chiamò Government code and cypher school (Gccs), vale a dire Scuola governativa dei codici e cifrari, con riferimento più o meno occulto al suo maggior compito, ch’era di intercettare e interpretare i messaggi segreti di possibili nemici e potenze straniere in generale. Nei primi anni Venti il Gcss aveva imparato a decifrare i codici diplomatici della neonata Unione Sovietica, grazie a questi scoprendo, tra l’altro, il sostegno che Mosca offriva ai sindacati e agli scioperi del Regno Unito. Per volere del premier Stanley Baldwin la documentazione fu resa pubblica.

Ma l’età gloriosa dell’Intelligence service venne con la Seconda guerra mondiale, in particolare quando il Gccs riuscì a decriptare i codici che la marina militare tedesca impiegava nelle comunicazioni con i suoi sommergibili (u-boote) dislocati nell’Atlantico a caccia dei convogli che dall’America, in una continua spola, provvedevano la Gran Bretagna di armamenti, alimenti e risorse d’ogni specie. Grazie a quell’exploit, ripetuto ogni volta che Berlino inaspriva le difficoltà del codice, il Gccs conosceva ora le rotte, i luoghi di appostamento e quelli di rifornimento d’ogni sommergibile nemico. Fu una svolta cruciale, non meno importante della caduta di Stalingrado, nell’andamento della guerra.

La Battaglia dell’Atlantico, d’altra parte, determinò una stretta collaborazione tra i servizi inglesi e quelli degli Stati Uniti. Ci fu un continuo scambio di informazioni tattiche su come sconfiggere i tedeschi e un aggiornamento reciproco sui marchingegni tecnologici che ricerche e scoperte stimolate dalla guerra mettevano a disposizione. La Gran Bretagna ogni tanto sopravanzava l’America e le faceva scuola. A partire dal ’43 il Gccs usava per la decriptazione quel che si può già chiamare un computer, di dimensioni inusitate, che gli valsero il nome di «Colossus». L’intesa politica e tecnologica angloamericana di allora, un aspetto della cosiddetta “relazione speciale”, sopravvisse al conflitto, e per alquanti versi, perdura tuttora.

Nel dopoguerra, come abbiamo accennato, il Gccs ha cambiato nome, è diventato il Gchq e insieme agli enti complementari Mi5 e Mi6, e come loro formalmente alle dipendenze del ministero degli Esteri, ha acquisito poteri sempre più ampi e mal controllati dal Parlamento, con capacità spionistiche accresciute dall’affinarsi della tecnologia. Una legge del 1994 (Intelligence service act) che doveva definirne le funzioni, le lascia invece assai nel vago, informandoci en passant che «il ministro degli Esteri ha il potere di concedere l’immunità da processi inglesi a quei funzionari dei Servizi segreti che operando all’estero fossero implicati in attività che i codici del Regno Unito considerano illegali, come ad esempio l’omicidio».

La cooperazione del Gchq con le agenzie spionistiche americane (Cia, Nsa, etc) è rimasta sempre intensa, sia nell’epoca della “guerra fredda” che negli anni successivi; e ha assunto speciale importanza durante la Guerra delle isole Falkland, quando per questo tramite i comandi della Royal Navy e dell’esercito erano tenuti al corrente, in anticipo, non solo dei movimenti, ma di ogni minima decisione argentina. Con l’avvento del terrorismo islamico, la guerra dell’Iraq, le spedizioni nell’Afghanistan, le insurrezioni in Egitto e in Siria, la crisi dell’Europa si può aver la logica certezza che la duplice sorveglianza anglo americana abbia toccato nuove punte e nuovi sconfinamenti irrispettosi d’ogni privacy, come risulta, in effetti dai documenti del Datagate divulgati da Edward Snowden.

Dal 2003 il Gchq, che dà lavoro a quasi seimila persone, ha una nuova sede, mastodontica, in forma di anello, a Cheltenham, nella contea di Gloucester. Un segno, parrebbe, di come si sia perso il senso della misura. L’edificio è dotato dei più avanzati sistemi computerizzati di ricezione e trasmissione, collegati al mondo intero e in particolare a numerose “stazioni d’ascolto” disposte nei Paesi del Commonwealth col permesso dei loro governi. In più ci sono le apparecchiature per l’analisi, la classificazione e lo stoccaggio dei dati raccolti. Tutto questo complesso servì già nel 2003 a registrare abusivamente le conversazioni dei delegati dell’Onu alla vigilia della guerra irachena; e nel 2009 a intercettare quelle dei partecipanti al summit londinese del G20. L’anno seguente cominciò invece il programma chiamato «Tempora» in concomitanza prestabilita con quello analogo americano che si chiama invece «Prism». Milioni di intercettazioni di ignari cittadini e cittadine d’ogni grado, d’ogni età o nazione, dalla signora Merkel a oscuri migranti clandestini.

Così stando le cose, si capisce l’imbarazzo di David Cameron di fronte all’indignazione degli altri esponenti europei per gli eccessi americani. Il segretario di Stato Kerry, l’indomani, ha definito ipocrita quell’indignazione, in quanto lo spionaggio lo fanno tutti i Paesi, compresi quelli che ora protestano. Ma gli si può obbiettare che su questo terreno accidentato nessuno s’é spinto così lontano come l’America e la Gran Bretagna, e senza alcun rispetto per la privacy, i diritti umani e la buona creanza diplomatica.

Carlo Cavicchioli

 



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