Il Concilio resta vivo

Fare memoria e profezia del Concilio, celebrarlo, interpretarlo oppure viverlo? Questa è la domanda di fondo attraverso la quale, finita la fase delle celebrazioni e delle ribalta mediatica, il Vaticano II diventa  soprattutto stile e testimonianza cristiana nella dimensione feriale e nella quotidianità di ogni uomo di fede. Questa affermazione è risuonata con saggia consapevolezza e profondità nei primi mesi di pontificato da papa Francesco, per dire come il Vaticano II sia momento imprescindibile del cristiano nel modo attuale.

Nella storia della Chiesa contemporanea, infatti, il Concilio ecumenico Vaticano II ha rappresentato una novità fondamentale, una ventata d’aria fresca: un momento di apertura interna ed esterna della Chiesa cattolica e al cristianesimo e di dialogo con il mondo; un ritorno alle radici evangeliche e ai fondamenti della dimensione cristiana, l’annuncio del Vangelo. Con il concilio la Chiesa ha avviato un nuovo rapporto con la modernità come mai era accaduto nei precedenti secoli della storia del popolo cristiano. 

«Ritrovare la freschezza che arriva dal messaggio del “primo Papa extra-europeo”», per il quale «è possibile un nuovo cammino post-conciliare meno appesantito da una cultura segnata dall'ossessione del declino europeo». E’ questo l'invito che il presidente del Pontificio consiglio della famiglia, monsignor Vincenzo Paglia, ha rivolto alla Chiesa del Vecchio mondo durante il suo intervento all’incontro dal titolo «L'umanità condivisa. Il Concilio Vaticano II e l'uomo» promosso dalla Pastorale universitaria della diocesi di Torino e organizzato di recente nell’aula magna dell'Università.

«Per la prima volta», ha detto mons. Paglia, «abbiamo un Papa che non ha partecipato al Concilio. Non lo ha vissuto e lo cita poco, eppure il suo messaggio e il suo stile ne sono impregnati. Ma il suo rapporto con il Concilio non è mediato dalla cultura europea. Il declino dell'influenza europea nel mondo ha ripiegato gli europei su se stessi. I popoli della speranza non condividono questa sindrome della paura, non vedono il contesto attuale in modo diverso da quello in cui lo vedevano gli europei negli anni del Concilio, come un tempo di grande speranza nel futuro».

«Papa Francesco», ha concluso Paglia, «appare oggi più contemporaneo al Concilio di quanto lo siano molti di noi, e la freschezza del suo messaggio è quello che anche il nostro Paese e l'intera Europa dovrebbero ritrovare».

«È tempo di rispondere alla crisi antropologica in atto con la proposta di un umanesimo capace di dialogare col mondo», ha detto l'arcivescovo di Torino, monsignor Cesare Nosiglia, nell'introdurre i lavori del convegno. «Occorre un dialogo», ha sottolineato, «che non può prescindere dai linguaggi dell'oggi, compreso quello della tecnica. Esso non teme di dialogare con la scienza e con le culture e si fa promotore di un incontro interetnico, interculturale, interreligioso».

«In mezzo al trapasso culturale che il nostro tempo sta vivendo e subendo», ha sostenuto l'arcivescovo di Torino, «l'uomo non cambia. I problemi e le questioni vitali che lo coinvolgono restano sempre determinanti per la sua felicità e il suo futuro». Per mons. Nosiglia è quindi necessario «fare cultura dal basso partendo dalla realtà della vita», perché così facendo «il cristianesimo può ancora indicare la via del futuro» e non è solo «un retaggio pur valido del passato o un ostacolo alla libertà».

Anche il prof. Franco Garelli, sociologo dell’Università di Torino, ha posto l'accento su come il Concilio sia uscito dalla fase di interpretazione ermeneutica e diventato vita e confronto con il mondo nella Chiesa e fuori di essa anche grazie alle intuizioni di papa Bergoglio oggi e del cardinale Martini nella sua teologia del dialogo. «Viviamo in un mondo plurale nel quale il centro culturale, sociale, politico ed ecclesiale non è più l'Europa. Questo dato ci può indurre a comprendere come sia necessario approfondire con maggiore intensità i termini di una inculturazione del messaggio evangelico che riguarda una società polifonica ricca di aspetti legati alla modernità e alle sfide che vengono dal sud del mondo, troppo spesso guardati con sospetto da parte della Chiesa».

Francesco individua inoltre nella povertà quella dimensione di vita che consente sempre l’accoglimento misterioso di Dio. E’ imprescindibile ricomporre il quadro relativo alla “metabolizzazione” del Concilio pensando al vissuto dei cristiani, laici e ordinati, ma anche riprendendo le espressioni dei pontefici che hanno guidato il percorso post-conciliare, Paolo VI, Giovanni Paolo I e soprattutto Giovanni Paolo II. Nel nostro tempo di attesa e disincanto, crisi e mancanza di speranza, è cruciale approfondire il rapporto tra il pensiero di Ratzinger e lo stile di Bergoglio. Sia Benedetto che Francesco criticano la mondanizzazione della Chiesa. Ratzinger alla vigilia del suo pontificato aveva parlato della «sporcizia» dentro la Chiesa, invocando trasparenza per gli scandali di pedofilia, e ha sempre cercato di riproporre una Chiesa evangelica. Tutto questo si ritrova, esaltato anche nelle forme esteriori, nel pontificato di Bergoglio.

Ciò che li accomuna è lo sguardo verso la Chiesa dei primi secoli. Non è un caso che tanto Benedetto quanto Francesco abbiano in sant’Agostino un punto di riferimento essenziale. Papa Francesco ha espresso questo concetto in modo inequivocabile accennando alla storia della Madonna di Aparecida con i vescovi brasiliani: quando i pescatori hanno recuperato la statua di Maria nelle acque e l’hanno accolta nella loro dimora avevano portato nelle loro abitazioni il «Mistero». Bergoglio esplicita, ha ricordato lo storico Enrico Galavotti, «il passaggio fondamentale che è intervenuto nel dibattito teologico del XX secolo, quando si è passati dalla domanda «Chi è Dio?» alla domanda «Dov’è Dio?». Il carico del dolore e delle speranze dell’umanità è messo nelle mani di Dio, nella sua dimensione trinitaria, che è il centro della vita della comunità cristiana e di ogni credente. La liturgia diventa vita, la sinodalità esperienza comunitaria nella quale il Papa è guida e servo del Popolo di Dio in cammino verso il compimento.

Il Concilio è vivo perché intimamente legato alla Parola e al Vangelo, alla dimensione sacramentale e al mistero dell’incarnazione che si esplica nella dimensione eucaristica. In questo senso è condivisibile la riflessione del professor Massimo Borghesi che parla del rapporto tra l’azione del magistero di Benedetto XVI e i primi passi del pontificato di Francesco nei quali rileva come «nella sfera pubblica le motivazioni che nascono dall’esperienza di fede e di umanità proprie di un ambiente cristiano devono essere tradotte in un ambito laico e quindi devono essere motivate nella loro valenza pubblica con argomentazioni ed esempi convincenti e reali».

Luca Rolandi

 

 



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