Omosessualità? Proibito parlarne

Il fatto dell’Istituto Faà di Bruno di Torino ricorda il modo di agire di certi imprenditori del passato che sfruttavano vergognosamente i loro dipendenti, e quando venivano denunciati da qualche fraticello, non si preoccupavano di smentire le accuse, ma chiedevano al loro superiore di imporre il silenzio al religioso. E così avveniva.

Finchè un superiore di nuova generazione disse all’imprenditore che gli chiedeva di imporre il silenzio: «Non ho scritto io l’articolo; vada da chi l’ha scritto e discuta con lui». L’imprenditore non andò, ma finirono le offerte al convento. Questo sistema è finito, ma sembra che rinasca in altri ambiti: «Devi pensarla come me, e se non smetti di contraddirmi ti faccio tacere da chi ha potere e se non basta ti taglio i viveri». Nel caso della scuola Faà di Bruno è avvenuto addirittura peggio, perché non si è censurato quello che i relatori hanno detto, ma quello che si pensava che potessero dire. Non si è chiesto il silenzio, ma si è impedito di parlare. Censura preventiva da parte di chi predica la libertà di parola e di espressione.

Così il ciclo di conferenze sulla famiglia di questa scuola è stato sospeso, e la polemica si è spostata dalla famiglia all’omosessualità, con soddisfazione del Coordinamento Torino Pride Glbt che avrebbe detto («La Stampa» del 3.11): «Questo dimostra l’importanza del sistema Torino dove vi è un costante dialogo ed un confronto costante tra Lgbt riuniti nel Coordinamento Torino Pride e le istituzioni». Ci auguriamo che questo «confronto costante con le istituzioni» non sia del tipo che sopra abbiamo descritto, anche se ne abbiamo il timore.

Il primo confronto non dovrebbe essere con il potere, ma con chi sostiene un parere diverso. Può essere utile trarre da questo esempio (da non imitare) qualche indicazione per il futuro, per evitare che attecchisca tra noi il progetto di Putin che, dice la stampa di questi giorni, vuole imporre un testo unico per tutte le scuole.

Logica insegna che quando si affronta una qualunque disputa, la prima cosa da fare è conoscere il pensiero di entrambi i contendenti. Sembra evidente e condiviso, ma spesso non lo è. Si da per certo di sapere cosa l’altro dirà e di sapere che dirà cose false prima ancora che apra bocca. Così si ritiene di avere il diritto di impedirgli di parlare, perché non c’è diritto a diffondere il falso.

In concreto. Esistono due parole: «omosessuali» e «eterosessuali». Indicano la stessa realtà o indicano due realtà diverse? Se si ritiene che indichino realtà diverse, la seconda domanda è: come e in cosa sono diverse. In particolare: è una diversità che modifica profondamente la persona o semplicemente la qualifica come tante altre diversità? Ancora: come influisce nello sviluppo della persona? Dà origine ad un’unica storia con piccole varianti, o a due storie di vita notevolmente diverse? Anche qui vediamo che le conclusioni non coincidono; alcuni dicono che questa diversità non ha un influsso rilevante nello sviluppo della persona, altri invece sostengono che ne ha, e molto.

Di fatto vediamo che la persona omosessuale risolve il bisogno naturale di uscire dalla solitudine («Non è bene che l’uomo sia solo») creando una relazione profonda con una persona dello stesso sesso, mentre la persona eterosessuale risolve questo stesso problema con una persona di sesso diverso. Di qui la domanda: è indifferente per il suo futuro che Mario faccia coppia con Laura, o faccia coppia con Diego? Alcuni dicono che non produce diversità rilevanti, perché l’amore non chiede la carta d’identità; altri rispondono che le produce, perché dall’amore tra Mario e Laura nascono i figli, mentre dall’amore tra Mario e Diego i figli non nascono. In altre parole: il rapporto eterosessuale dà origine ad una vita di coppia e di famiglia, mentre il rapporto omosessuale crea una vita di coppia, ma non porta in sé la capacità di creare famiglia.

La discussione procede oltre, perché la coppia omosessuale può trovare la risposta al bisogno di procreare introducendo nella propria vita di coppia una terza persona, un donatore di seme nel caso della coppia lesbica, o una donatrice di ovulo e di utero nel caso di una coppia di uomini. E’ vero, risponde chi la pensa diversamente, ma bisogna esaminare se l’introduzione di un terzo nella procreazione sia senza conseguenze nella vita di coppia e nella vita genitoriale, ma soprattutto se non ha ripercussioni nella vita del figlio. Per alcuni non ha conseguenze, perché dicono non ha importanza il modo con cui si viene alla luce, ma l’amore che si ha per chi è venuto alla luce. Questo è semplicismo, perché – dicono altri – bisogna vedere se al figlio basta un solo tipo di amore (quello maschile o quello femminile) o ha bisogno di due diversi amori: come porta nel suo patrimonio genetico la vita di un uomo e di un donna così vuole che la sua vita sia portata avanti da chi ha deposto in lui l’inizio della vita.

I problemi non sono finiti. C’è un modo diverso di concepire la relazione tra queste persone e la società. La società deve riconoscere anche alle persone omosessuali i diritti che riconosce alle coppie eterosessuali? Anche su questo interrogativo troviamo risposte diverse. C’è chi dice che la società deve riconoscere ai suoi cittadini tutti i diritti, anche quello di sposarsi e di fare una famiglia (quindi il matrimonio, la procreazione, l’adozione), altri invece sostengono che la persona esercita questi diritti non in forza del solo fatto di essere persona, ma in forza di altre qualità che si aggiungono all’essere persona, e tra questa la differenza sessuale.

Tutti questi interrogativi sono ancora in atto nella nostra società e partendo dalla certezza che la persona è sempre persona qualunque siano le condizioni in cui vive, e quindi ha sempre diritto al rispetto, tutto il resto è ancora oggetto di confronto. In democrazia le diversità di opinioni non si risolvono con leggi che impediscono di parlare, ma con la forza degli argomenti che si portano per sostenere le proprie idee. Per questo è necessaria un’opera che educhi i cittadini all’accoglienza delle diversità e al rispetto della persona, ma bisogna educarla anche al confronto e liberarla dalla tentazione di imporre agli altri il proprio pensiero con leggi che chiudono la bocca al dissenso. Questo vale per tutti, in ogni circostanza, ma in particolare per chi ha responsabilità educative e vuole avere idee sempre più chiare su quanto riguarda l’opera educativa.

Giordano Muraro o.p.



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