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Vivere il dolore per raccontarlo

«La mia è una piccola storia umana, insignificante rispetto all’immensità della tragedia siriana, dell’odissea quotidiana di dolore e di disperazione che venti milioni di abitanti stanno vivendo. Ma quello che mi ha colpito, lasciandomi sgomento e profondamente addolorato, è l’assenza del bene e la totalità del male che ho incontrato.

Ho vissuto tante altre guerre, in Somalia, Ruanda, Sierra Leone, Congo, Sudan, Algeria, mai avevo incontrato tanto odio verso l’altro in tutte le persone che ho avvicinato. La Siria oggi è il Paese del male», mi dice Domenico Quirico. Ma non c’è rancore nelle parole del rèporter de «La Stampa», soltanto una stupefatta pietà verso un popolo al quale due anni di una guerra spietata hanno strappato l’anima, hanno cancellato ogni senso del bene.

Lo hanno tenuto prigioniero con crudeltà ed efferatezza per cinque interminabili mesi. Trascinato senza alcuna pietà a piedi nudi nei continui spostamenti, da una prigione all’altra. Lo hanno picchiato e umiliato con il sadico piacere del carnefice che si sente forte perché ha un fucile in mano. E per sentirsi uomini oggi in Siria bisogna avere un fucile in mano e una licenza senza limiti di uccidere. Due volte è stato messo con la testa al muro, con la pistola puntata alla tempia, in una finta esecuzione. Per tre giorni è rimasto chiuso in uno sgabuzzino, con il compagno di prigionia, il belga Pierre Piccinin, con le mani dietro la schiena, quasi incaprettati, per punire il tentativo di fuga. E poi le torture psicologiche, gli insulti, le bugie, le umiliazioni, le risate degli aguzzini sulle sue lacrime. I resti del loro cibo come pasto, buttati per terra con disprezzo, come facevano con gli animali. La solitudine di giorni che diventano mesi in una dimensione sospesa ed estraniante, priva di qualsiasi comunicazione.

Gli chiedo, quasi imbarazzata di entrare con le parole nel dramma che ha vissuto: come ha potuto la Siria ridursi ad una condizione così buia e senza speranza? «Tante sono le cause che hanno portato a questa situazione estrema, che hanno provocato un incendio che nessuno riesce a spegnere. C’è una guerra politica, una guerra religiosa con i cristiani contro i sunniti, un conflitto economico con le classi sociali che attraverso la rivoluzione cercano di prendere il posto di altre classi sociali, ci sono le devastazioni del fanatismo jihadista .Tutte componenti esplosive che si mescolano di continuo e che hanno creato dei microbi che hanno dato vita ad un microbo più grande, mortale e purulento, nel quale la gente si è smarrita»

Lei era andato in Siria con nel cuore le promesse della rivoluzione laica di Aleppo di due anni fa. Poi che cosa è accaduto ?

Non mi riconosco più in quanto è accaduto dopo quel momento autenticamente rivoluzionario. Quello che doveva essere un cambiamento a favore della popolazione è divenuto un massacro senza fine. Volevo conoscere e raccontare una “primavera araba”, nata con tante speranze, ho accumulato una delusione dopo l’altra. Sono stato tenuto prigioniero dai ribelli per cinque mesi. Sono stato venduto da chi doveva proteggermi ad altre bande di ribelli. Il carattere orribile di questo conflitto è l’avere cancellato ogni elementare rispetto per l’altro. Tutto si era capovolto. Durante la prigionia ho attraversato il Paese dal Nord al Sud e non ho mai incontrato un solo giusto, ma solo un odio sconfinato ed esasperato verso tutti e tutto. Anche i bambini ne vengono nutriti. Un giorno, uno dei carcerieri ha portato con sé il figlio di quattro anni che si è messo a giocare con la pistola del papà. Un altro carceriere ha fatto finta di uccidergli il padre con il kalashnikov. Il bimbo ha reagito subito puntando a sua volta con le manine la pistola verso il carceriere e ha fatto il gesto di sparare. Tutti erano contenti perché il bimbo era già pronto a uccidere.

Ha avuto un giorno l’opportunità di uccidere i suoi carcerieri che la trattavano come un animale, non lo ha fatto. Perché?

E’ facile ammazzare un’altra persona. Ti dà una nefanda esaltazione di onnipotenza. Ma non sarei riuscito dopo a sopravvivere. Sì, è vero, non avevano avuto alcuna pietà verso di me, ma io non ero convissuto con gli orrori della guerra come era loro accaduto e accadeva. Il non provare odio nei loro confronti mi distingueva dai miei carnefici. E poi io non avevo diritto di impadronirmi delle loro vite e cancellarle.

Che cosa l’ha aiutata a sopravvivere a giorni e notti così spietati?

Si trova sempre un motivo per sopravvivere, anche banale, come la coperta in più che ti hanno dato, un pasto un po’ meno misero che ha attenuato il morso della fame. Ma soprattutto mi ha aiutato il pensiero della mia famiglia, di mia moglie, delle mie due figlie, verso le quali mi sentivo in colpa. Mi ha aiutato la volontà disperata di ritornare. Quando riuscii a fare la prima breve telefonata, a mia figlia Metella, che mi chiedeva «papà, quando torni a casa?», risposi «non lo so, ma ti assicuro che tornerò perché ho l’obbligo di venire a chiedervi perdono». E poi non si è mai veramente soli. Nessuno di noi, quando ha una qualsiasi fede, di spessore teologico o modesta, anche infantile, è mai veramente solo. C’è sempre qualcuno con te.

Non le è mai accaduto durante la prigionia di pensare che forse Dio non esisteva, o per lo meno si fosse così allontanato dalla sua vita da non riuscire più a sentirlo accanto a lei?

Si, in qualche momento ho pensato che fosse scomparso. Ma poi ho capito che quando apparentemente Dio è più assente, è più intoccabile e lontano, quando non lo senti più, non ne avverti più nemmeno il rumore, non riesci più a pregare, Lui è più presente che mai accanto a te.

Dall’esperienza drammatica che ha vissuto ha tratto qualcosa di positivo?

Ho imparato ad apprezzare le cose più semplici, come bere un bicchier d’acqua, potere liberamente aprire una porta senza che nessuno te lo impedisca, poter fare una telefonata, avrei dato la vita per una telefonata, cercare di vedere un pezzo di cielo attraverso una finestra, girare un interruttore e avere la luce. Per i due terzi del mondo schiacciare un interruttore e avere la luce, aprire un rubinetto e avere l’acqua corrisponde ad un miracolo biblico compiuto da un essere superiore. Ho imparato a riconoscere i tanti privilegi che abbiamo conquistato nel nostro mondo e ho capito che non dobbiamo essere ipercritici nei confronti dell’Occidente. Possiamo uscire di casa senza che nessuno mi prenda e mi tenga prigioniero per cinque mesi, senza che incontri un uomo che soltanto perché ha un fucile è più uomo di me, un fanatico che pensa che il suo Dio è migliore del mio. Siamo molto “pelosi” nel criticare i nostri sistemi politici e le nostre situazioni di vita , ricordiamoci che ci sono milioni di persone che non hanno nessuno di questi privilegi e mancano di quasi tutto quello che a noi sembra ovvio avere.

Raccontare l’uomo è sempre stato lo scopo principale dei suoi réportage, ma raccontarlo vivendo e condividendo di persona le situazioni di cui avrebbe parlato è diverso…

La mia vicenda di giornalista è quella delle migliaia di facce e di persone incontrate che ho accompagnato per un pezzo di vita. La maggior parte degli articoli sulla Siria sono di persone che non ci sono mai state. Descrivere il dolore è complesso. L’unico modo per avere la titolarità di farlo è di essere parte di quel dolore. Devo essere lì, quando racconto, non in terza linea. Non solo per il lettore, ma per la persona di cui parlo, che non deve mai potermi dire: «Ma tu dove eri? Come fai a dire questo? Perché scrivi questo di me?». Devi essere lì con lui, anche se è cattivo. Soltanto così puoi trasmettere la commozione. Oggi non sappiamo più comunicarla, ci vergogniamo di commuoverci. La commozione è pianto, lamento condiviso. E’ una parte iniziale del percorso di presa di coscienza di certe tragedie. Se non riesco a far commuovere attraverso quanto scrivo, le mie parole sono soltanto di carta.

Che cosa è cambiato nella sua vita dopo questa ultima drammatica avventura?

Il mio mestiere è quello di fare il giornalista nel migliore dei modi possibili e continuerò a farlo. Sto cercando di disancorarmi da quanto ho vissuto, non voglio essere colui che parla sempre della sua vicenda che è solo un pezzo della sua vita. Voglio disancorarmi dal mio io per occuparmi degli altri e vivere situazioni sempre nuove.

Quel Dio che pareva scomparso e ha ritrovato, oggi è sempre presente nella sua vita?

Oggi ha una presenza molto più viva. Ho con Dio un rapporto molto più intenso. Non mi è più possibile vivere quel «cattolicesimo di pasticceria» di cui ha parlato con tanta efficacia papa Francesco. Ogni qual volta ne avessi la tentazione e pensassi di accantonare Dio da una parte perché non ne ho bisogno, sarei costretto a ricordare quando ne ho avuto bisogno e Lui era accanto a me, anche se io non lo percepivo.

Mariapia Bonanate

 



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