Il nucleare britannico "regalato" alla Cina

Si stenta a crederlo, ma non è un tardivo pesce d’aprile: la Gran Bretagna ha deciso di affidare alla Cina, eventualmente con pieno diritto di proprietà, i prossimi sviluppi della propria industria nucleare per la produzione di energia elettrica.

La notizia, data in tono esultante dal Cancelliere dello Scacchiere George Osborne la scorsa settimana, al termine d’un viaggio nella Repubblica Popolare, ha suscitato perplessità e aspre critiche in tutto l’arco politico, vale a dire da parte dei conservatori non meno che tra gli esponenti dell’opposizione socialista, gli uni e gli altri dubbiosi dell’affidabilità di Pechino riguardo alla sicurezza (sotto ogni aspetto) e perdipiù sconcertati dalle generosissime concessioni che il Cancelliere ha fatto ai nuovi partner.

Il Regno Unito dispone oggi di sedici reattori nucleari, i quali generano circa il 18 per cento del suo fabbisogno di elettricità, ma che dovranno tutti, tranne uno solo, essere disattivati e sostituiti con modelli più moderni entro il 2023. La produzione d’elettricità nucleare è calata, qui come quasi dappertutto (ma non in Cina) nell’ultimo decennio, particolarmente dopo il disastro della centrale giapponese di Fukushima. Il nucleare per usi civili, tuttavia, pur contestato aspramente per mezzo secolo da ecologisti e Verdi, è oggi riconosciuto anche dalla maggior parte di loro come energia meno inquinante del carbone e degli idrocarburi, quindi verosimilmente la più atta a stornare il surriscaldamento dell’atmosfera e i più temuti mutamenti climatici.

Alla fine degli anni Novanta l’output delle centrali nucleari inglesi era pari ad un quarto del fabbisogno nazionale. Adesso si cercherà di elevarlo almeno al 35 per cento nel volgere di una generazione. L’industria era stata privatizzata nel 1996, col nome di British Energy; ma, stanti lo scarso interesse e le prevenzioni degli inglesi per gli investimenti in questo settore, era costantemente in crisi e bisognosa di sovvenzioni governative. Così, nel 2009, fu ceduta a una grande compagnia statale francese, la Edf (Eléctricité de France), che già operava con successo nel Regno Unito in ogni altro ramo delle forniture energetiche.

E’ dunque già la Edf (nella quale Pechino ha un discreto pacchetto azionario) a gestire in proprio quasi tutti i reattori da rimpiazzare entro questo decennio. E sarà ora un consorzio formato dalla Edf e dalla compagnia statale China General Nuclear Power Company, con sede a Guandong, a provvedere alla sostituzione progressiva degli impianti desueti. La Cina si è segnalata da un paio d’anni con una ondata di investimenti in Europa: più di dieci miliardi di sterline, per esempio, nella sola Gran Bretagna, ossia dodici miliardi di euro. Nel “memorandum d’intesa” concordato l’altra settimana con il Cancellere dello Scacchiere, Pechino si impegna a provvedere a una parte sostanziale (almeno quattordici miliardi di sterline, per cominciare) del capitale necessario agli aggiornamenti.

Ma la contropartita richiesta e ottenuta è impressionante. Londra dovrà garantire, quali che siano le future circostanze del mercato e la situazione dell’economia, un prezzo di vendita profittevole (per non dire esoso) dell’energia prodotta; e le prime, approssimative proiezioni indicano che esso sarà, in termini reali, più del doppio di quello attuale, coinvolgendo ovviamente nel rialzo ogni fonte di energia, e il tutto a spese degli utenti e contribuenti. Per sintonizzarsi con queste prospettive e trarne subito vantaggio le maggiori compagnie energetiche, tutte prospere e avidissime da quando gas ed elettricità sono stati privatizzati, hanno già annunciato per dicembre un aumento delle loro bollette (in media il 9 per cento) tra l’indignazione dei consumatori e una sorta di filosofico “lasciar correre” del governo.

Né la Cina si è contentata di spremere un buon interesse dal suo investimento. Tra altre concessioni che qui trascuriamo, ha voluto l’autorizzazione preventiva all’acquisto, con diritto di prelazione, dell’intero complesso nucleare attualmente in mano alla Edf nel caso (non improbabile dinanzi a una buona offerta) che questa decidesse di disfarsene. E il Cancelliere e il premier Cameron hanno detto di sì, contenti e giulivi.

Tanto autocompiacersi, tanta prodigalità, sono valse loro un commento pieno di sarcasmo nientemeno che sul «Daily Telegraph», il più importante e prestigioso dei quotidiani conservatori. «Ma come», esodisce l’articolo, «ma dove siamo? Un Cancelliere conservatore, promotore della libertà dei mercati, difensore della sovranità nazionale, si fa vanto d’aver consentito a un Paese totalitario comunista quale è la Cina, cui si è rivolto implorante, di costruire centrali nucleari in Gran Bretagna (...) e accetta pure che essa abbia un ruolo finanziario di controllo sui progetti futuri. Poche altre nazioni, e meno che mai la Cina, permetterebbero una cosa del genere. Il signor Osborne lo ammette, ma aggiunge “lo faccio perchè voglio questi investimenti, senza di cui dovrei attingere ai contribuenti”». Il testo diffida quindi delle garanzie che può dare la Cina, la quale, pur avendo costruito circa la metà dei reattori nucleari esistenti nel mondo, è una nazione senza trasparenza, di cui si critica lo scarso riguardo per le misure indispensabili di sicurezza.

Più duro ancora è il commento pubblicato sul domenicale «Observer», di tendenze radicali, dal più seguito dei suoi politologi, Will Hutton. «La Gran Bretagna», leggiamo, «ha da essere una nazione aperta ai commerci, che ama gli investimenti al suo interno, così come i propri all’estero. Ma prostituire la nostra sicurezza e i nostri interessi economici a un Paese i cui valori, interessi e modi di fare sono in totale contrasto con i nostri, non è un segno di apertura, ma di incoscienza. L’altra settimana, George Osborne si è comportato a Pechino come il cerbiatto di Walt Disney, Bambi: occhi spalancati di meraviglia, candido tra i pericoli della foresta cinese ove stava vagabondando in completa ignoranza».

«Nel loro insieme», prosegue Hutton, «gli accordi stipulati (in tema di banche, energia nucleare, alta tecnologia) rappresentano concessioni unilaterali imbarazzanti al punto di costituire una umiliazione. In ciascuna di esse la Gran Bretagna ha rinunciato alla propria sovranità e si è esposta a rischi economici riconosciuti indegni del potenziale guadagno da chiunque abbia una minima comprensione della Cina contemporanea.(...) L’euroscettico Bambi e il suo partito, che rifiutano di collaborare più a fondo con l’Unione europea in campi come quello spaziale, si sono fatti l’idea che Pechino offra loro un libretto d’assegni in bianco. Così i cinesi non hanno più bisogno di scervellarsi a decifrare i segreti del nucleare, delle industrie spaziali, della tecnologia avanzata o d’altre specie per avvantaggiarsene militarmente o economicamente. Osborne, infatti, gli sta servendo le soluzioni su un vassoio».

Il giudizio dell’«Economist», portavoce della City, è molto più succinto. Premesso che la concessione del nucleare britannico ai cinesi in cambio d’investimenti è una mossa d’azzardo a lunga scadenza, ne conclude che se dovesse fallire non sarà l’attuale governo a farne le spese: «Toccherà ai governi futuri maneggiare il fallout», vale a dire, metaforicamente, le scorie nucleari politiche.

Carlo Cavicchioli

 



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