Frassati, da ricco che era a santo dei poveri

Chi è Pier Giorgio Frassati? «Un giovane che ha saputo testimoniare Cristo con singolare efficacia in questo nostro secolo»: parola di Giovanni Paolo II, il 16 luglio 1989, davanti alla sua tomba a Pollone. Quel giorno il Papa spiega che «la fede impegna ogni credente all’osservanza lieta e generosa del comandamento della carità. Proprio la fede e la carità hanno contraddistinto la giovane figura di Pier Giorgio Frassati.

La fede, vissuta in modo intelligente e generoso, favorisce anche il progresso civile e sociale, perché apre l’animo dei cittadini alla promozione di uno stile di convivenza fondato sull’amore del prossimo, sulla giustizia e sulla solidarietà». Il miglior compendio di una brevissima, intensa, straordinaria vita. Ce la racconta il bel libro di Carla Casalegno «Pier Giorgio Frassati», pubblicato dalla editrice Effatà (400 pagine, 15 euro).

Giovanni Paolo II torna a parlare di lui domenica 20 maggio 1990 in piazza San Pietro: «Noi, accogliendo il desiderio del nostro fratello Giovanni Saldarini, arcivescovo di Torino, di molti altri fratelli nell’episcopato e di molti fedeli, dopo aver avuto il parere della Congregazione delle cause dei santi, dichiariamo con la nostra autorità apostolica che il venerabile Servo di Dio Pier Giorgio Frassati d’ora in poi sia chiamato beato e che si può celebrare la sua festa, nei luoghi e secondo le regole stabilite dal diritto, ogni anno nel giorno della sua nascita al cielo: il 4 luglio».

Il libro ci accompagna a scoprire come è potuto accadere che questo figlio dell’alta borghesia liberale torinese dell’inizio del Ventesimo secolo, nato a Torino il 6 aprile 1901, sia potuto diventare santo. Non c’erano le premesse. Il padre Alfredo, giornalista, editore, fondatore de «La Stampa» di Torino, senatore del Regno, ambasciatore a Berlino, non si occupa e preoccupa minimamente di fede e di religione e dunque non le trasmette ai figli Pier Giorgio e Luciana. La mamma Adelaide Ametis si limita a osservare freddamente e formalmente il precetto festivo, nulla di più. Eppure il bimbetto fin dai primissimi anni vive una sua spiritualità semplice che lo porta presto a coltivare sentimenti di bontà, di solidarietà, di amore verso tutti. Qualcosa ha imparato dalle persone di servizio in casa, che gli raccontano fatti di Vangelo uditi in chiesa; altro dal salesiano don Antonio Cojazzi, precettore suo e di Luciana.

Tutto quel fervore religioso non piace granché a mamma e papà: temono diventi uno smidollato bigotto. Arrivano anche due bocciature in latino, con cambi di scuola, dal liceo D’Azeglio, al Sociale dei gesuiti, di nuovo al D’Azeglio, all’Istituto agrario Bonafous, ancora al Sociale. Alla fine prenderà una brillante licenza liceale e si iscriverà alla facoltà di Ingegneria industriale meccanica del Regio Politecnico di Torino. Sullo sfondo della Grande guerra 1915-18, della prima industrializzazione (a Torino c’è già la Fiat, dalla fine dell’800), della nascita del movimento operaio, dell’impegno dei cattolici in politica, della crisi post-bellica e dell’avvento del fascismo, Pier Giorgio matura la sua scelta. Dalla parte di Dio. Non del mondo, ma nel mondo. Non ha paura di esporsi, di “sporcarsi le mani”, di fare politica, di prendere tessere.

Si iscrive giovanissimo all’Apostolato della preghiera e alla Compagnia del SS. Sacramento, poi alla Lega eucaristica, alla Congregazione mariana e alla Conferenza di San Vincenzo. Poiché ama la montagna, aderisce anche al Club alpino italiano (Cai). Nel novembre 1919 eccolo iscritto al circolo fucino «Cesare Balbo»; frequenta il circolo operaio cattolico della Fiat «Girolamo Savonarola». Il 4 dicembre 1920 si iscrive al Partito popolare italiano, fondato l’anno prima dal sacerdote siciliano di Caltagirone don Luigi Sturzo. Poi ancora: i Giovani Adoratori notturni universitari, i Giovani operai, la Pax romana. Fonda nel 1922 il circolo cattolico «Milites Mariae». Diventa Terziario domenicano con il nome di «fra Girolamo», in onore del Savonarola. Dà vita infine, nel 1924, alla sua «Società dei Tipi Loschi». Aveva il portafoglio pieno di tessere, e riusciva a star dietro a tutto, con enorme sacrificio personale, nell’incomprensione familiare. Un ragazzo controcorrente, coerente, generoso e coraggioso: prende a pugni e caccia via le camicie nere fasciste che un giorno si presentano a casa Frassati con cattive intenzioni.

Totalmente di Dio, ma totalmente immerso nelle cose del mondo e del tempo. Soprattutto nella carità verso i poveri. Lui, da ricco che era, abitante nel quartiere bene di Torino, si è messo al servizio degli ultimi, degli infimi nelle soffitte e nelle casupole delle periferie. Non è che vada a parlar loro di Dio: gli mostra il volto di Dio, chinandosi sulle loro ferite come il buon samaritano sulla strada di Gerico. Porta il cibo, compra le medicine, tiene compagnia, regala i suoi soldi e le sue cose. Allevia infinite sofferenze, sempre col sorriso sulle labbra. Dirà: «Tu mi domandi se sono allegro; e come potrei non esserlo? Finché la fede mi darà forza sempre allegro! Ogni cattolico non può non essere allegro: la tristezza deve essere bandita dagli animi cattolici; il dolore non è la tristezza, che è una malattia peggiore di ogni altra». Con questo stile percorre i vicoli della Torino della povertà. Serve il Signore in letizia, come i grandi, come i veri santi di ogni tempo. Spinto dalla carità di Cristo, come il Cottolengo qualche decennio prima su quelle stesse strade.

Un ragazzo moderno e sportivo, che scala montagne, viaggia, legge, coltiva amicizie maschili e femminili (e s’innamora, anche) compie miracoli di amore in una Torino che deve fare i conti con nuove sfide, legate soprattutto all’industrializzazione e al conseguente aumento della popolazione. In un Paese diviso, impoverito e avvelenato dalle violenze dei fascisti dell’ex socialista Benito Mussolini che prende il potere nel 1922 senza incontrare resistenze, per la debolezza della politica. Il regime porterà l’Italia, dopo i vaneggiamenti imperiali, alla tragedia della Seconda guerra mondiale. Un ragazzo che ci mette la faccia, che non delega ad altri, che non gioca allo sport nazionale dello scaricabarile.

Muore giovanissimo e sfiancato dalle fatiche, il 4 luglio del 1925, per una polmonite fulminante. Al suo funerale, imponente, arrivano in massa i poveri di Torino. Così il ricco del quartiere bene viene accompagnato nell’ultimo viaggio dagli abitanti delle soffitte e delle baracche. Loro già sanno chi è Pier Giorgio Frassati. Un santo.



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