Con la Fiat a Lourdes

Non siamo più, ahimè, ai tempi delle grandi aziende, quando "mamma Fiat", oltre a dare lavoro a Torino e circondario, provvedeva a mandare in colonia i figli dei lavoratori, forniva assistenza sanitaria, formava il personale nella scuola-allievi. Tempi da rimpiangere o da deprecare? In ogni caso tempi scomparsi, quelli in cui anche i pellegrinaggi erano aziendali.

Oggi è, invece, il tempo in cui si pensa a raccogliere documenti che raccontano la storia delle imprese italiane e ne trasmettono la memoria. A questo scopo è sorto nel 2003 a Ivrea l'Archivio nazionale cinema d'impresa, divenuto pienamente operante dal 2006, che si propone l'obiettivo di catalogare, conservare e valorizzare l'ingente produzione cinematografica realizzata nell'ambito delle imprese dall'inizio del Novecento. L'Archivio ha raccolto finora circa 50.000 bobine e ha creato un canale web Tv (www.cinemaimpresa.tv).

Due film di oltre cinquant'anni fa, di recente digitalizzati con il contributo della Regione Piemonte e della Compagnia di San Paolo, ci mostrano le immagini di due pellegrinaggi aziendali a Lourdes fra gli anni Cinquanta e Sessanta, l'uno dei lavoratori Fiat, l'altro dell'Olivetti. Il primo è «Il paese dell'anima» di Victor De Sanctis e Remigio Del Grosso, del 1958, il secondo è «Pellegrinaggio a Lourdes» di Aristide Bosio, del 1961; l'operatore in entrambi i casi è stato Alfieri Canavero.

I due film sono stati presentati in un incontro a Torino, presso il Museo diffuso della resistenza, organizzato dalla Fondazione «Vera Nocentini» e dall'Archivio nazionale cinema d'impresa con l'Associazione Archivio storico Olivetti e il Centro storico Fiat. Sono intervenuti Marta Margotti, storica dell'Università di Torino, Eugenio Pacchioli, segretario generale dell'Associazione Archivio storico Olivetti, Sergio Toffetti, direttore dell'Archivio nazionale cinema d'impresa, Maurizio Torchio, direttore del Centro storico Fiat. Marcella Filippa, direttore scientifico della Fondazione «Vera Nocentini» ha moderato l’incontro.  Nel film «Il paese dell'anima» l'incipit è dato dal paesaggio che si snoda lungo il tragitto del treno, con i Pirenei e vallate dai dolci pascoli di pecore; un lungo treno che va, portando un carico di dolori e di speranze. 

Un salto all'indietro e ritorniamo a Torino, alla stazione di Porta Nuova, dove sono pronti i quattro treni che portano 2.500 persone; il primo è il treno bianco che trasporta gli ammalati. Il viaggio è capitanato dai dirigenti dell'azienda, Vittorio Valletta in testa, ripresi più volte nell'atto di stringere la mano agli ammalati o di guidare le processioni. Ma ciò che più suscita emozione ancora oggi, a distanza di tanti anni, sono i volti degli ammalati, uomini e donne in carrozzella, bimbi sofferenti con gli occhi lucidi di speranza.

Il volto in primo piano di una ragazza che dorme è il pretesto per un sogno in cui, a collegare il Piemonte a Lourdes, compaiono i luoghi nostrani della religiosità, dai santuari di Varallo e Oropa alla basilica di Maria Ausiliatrice a Torino, a Superga e alla Consolata. Nel film è evidente, accanto all'afflato religioso, l'intento celebrativo volto a mettere in evidenza l'efficienza, l'organizzazione e l'attenzione verso i suoi lavoratori di quella che era allora la fabbrica dei torinesi, che non solo scandiva gli orari di lavoro e produzione, ma si curava anche di tutta la vita dei suoi lavoratori, dal tempo libero all'informazione giornalistica fornita dal quotidiano «La Stampa», affettuosamente chiamato dai torinesi “La busiarda". Anche il viaggio della speranza a Lourdes era predisposto dall'azienda e ogni particolare del film dice l'efficienza dell'organizzazione, ma anche l'intensità dei sentimenti che ne scaturivano.

Sono immagini forti quelle che lo schermo trasmette, dai primi piani sui volti degli ammalati alle processioni con gli operai  in tuta bianca anziché blu che portano in alto i vessilli dei loro settori di lavoro. Cosicché la storia di Bernadette Soubirous, la visita alle case antiche del suo villaggio, i luoghi di culto, la “via crucis”, la fontana a cui i pellegrini attingono l'acqua, tutto diventa esperienza vissuta, preghiera intensa su cui s'imprime il marchio di fabbrica. Tra le scene più suggestive la “via crucis”, la processione notturna, l'addio alla Grotta e la consacrazione del lavoro operaio con la preghiera del cardinal Fossati. Il documentario si chiude con le immagini che raccontano il ritorno in fabbrica, le ciminiere e il fuoco delle fonderie. Ma nell'intimo di ciascuno qualcosa è mutato, tutti, operai e ammalati, sono pronti ad affrontare le prove che li attendono. «E anche questo è miracolo», conclude il film.

Analoghe le caratteristiche di «Pellegrinaggio a Lourdes», anche se con alcune differenze: la prima, il diverso carattere formale dei due pellegrinaggi, l'uno organizzato e gestito direttamente dalla Fiat, l'altro gestito dalle Acli, anche se rivolto specificatamente ai lavoratori dell'Olivetti, che vi prendono parte in ottocento. Se il tono qui è un po' meno enfatico, la lunghezza d'onda è la stessa. Il viaggio è raccontato da una giovane impiegata, che unisce nel ricordo l'emozione dell'incontro con Lourdes con l'orgoglio di far parte di «questa grande meravigliosa fabbrica che onora il lavoro italiano nel mondo».

Scorrono le immagini della partenza dall'Italia, con la distribuzione dei cestini da viaggio, dell'arrivo alla stazione di Lourdes, dove i cartelli degli alberghi attendono i pellegrini, dell'animazione pittoresca per le vie del paese, della grotta di Massabielle con la sua Madonnina bianca. Anche gli operai dell'Olivetti, come quelli della Fiat, sfilano in processione con le tute bianche, mentre garriscono al vento le trenta bandiere delle Acli. Segue il racconto della “via crucis”, sotto una pioggia battente e, il giorno seguente, la visita alla casa di Bernadette. Infine la fiaccolata e la grande fotografia-ricordo. La giovane impiegata, al suo ritorno a Ivrea e al lavoro, è consapevole che le emozioni vissute nel viaggio hanno cambiato qualcosa dentro di lei; il segno tangibile che le rimane è la piccola statua della Madonna che ha portato in ufficio.

Di fronte a questi due film sorgono vari interrogativi: se come cristiani ammiriamo il profondo senso religioso che emana dai luoghi delle fede, ci chiediamo anche se questi luoghi non rischino di diventare mete di un "turismo religioso", con tutti gli inconvenienti che questo potrebbe comportare. Ci chiediamo, oggi, quanto all'epoca la Chiesa locale favorisse questo tipo di iniziative e quali condizionamenti comportassero. Ricordiamo che a Torino il successore del cardinal Fossati, Michele Pellegrino, diventato arcivescovo e poi cardinale, vietò le sigle aziendali sui treni per Lourdes.

Gianna Montanari



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