Cosa serve (e cosa no) all'Italia

Non capita tanto spesso che un Paese come l’Italia sia al centro di una lunga, incessante serie di dolorose, inquietanti, talvolta tragiche contemporanee casualità, come accade da alcune settimane. Facciamone un rapido elenco. Cominciamo dal “caso Priebke”. L’ex capitano delle SS concentrate nel Comando di Roma in via Tasso negli anni di guerra a fianco della Germania di Hitler, aveva compiuto da poco cent’anni e si poteva e si doveva aspettarne presto o tardi la morte. Condannato all’ergastolo nel 1998 al termine di due anni di processi sotto l’accusa di aver organizzato e preso parte alla strage delle Fosse Ardeatine, viveva da allora agli arresti domiciliari (peraltro molto poco osservati) in casa del suo avvocato difensore, Paolo Giachini.

Sappiamo com’è andata. L’annuncio della sua morte è stato seguito dal rifiuto di una cerimonia pubblica di esequie religiose da parte del Vicariato di Roma (che spieghiamo a pagina 5) e del passaggio della sua salma nel territorio di Albano laziale da parte del sindaco di quel piccolo centro sui colli romani, dove la comunità dei lefebvriani Pio X si era dichiarata disposta a celebrare il funerale, poi interrotto in seguito ai ben noti incidenti fra gente del luogo e neonazisti arrivati di corsa per omaggiare il defunto “boia”, definito incredibilmente dal suo legale di fiducia «una figura diventata un simbolo di dignità, libertà e sopportazione umana».

Per alcuni giorni, grazie anche alla trasmissione in diverse tv di un testamento-intervista che Erich Priebke aveva chiesto che fosse reso pubblico dopo la sua scomparsa, su migliaia di siti in rete, oltre che su giornali e tv, ha dilagato una polemica sostanzialmente negazionista rispetto allo sterminio degli ebrei. Una delle ragioni addette dai difensori postumi di Priebke è che massacri del genere se ne sono conosciuti tanti nella storia, compresa quella italiana, anche se passano spesso sotto silenzio, mentre quello compiuto dai nazisti con la Shoah è sempre in prima fila.

Intanto, quel presunto silenzio non è vero: basta leggere i tre libri che il giornalista Angelo Del Boca ha dedicato fra il 1991 e il 2007 alle stragi disumane e di massa compiute dagli italiani in Libia e in Eritrea: «Le guerre coloniali del fascismo» (in collaborazione con noti storici italiani e stranieri), «Italiani, brava gente?» e «A un passo dalla forca», sui ricordi di Mohamed Fekini, un patriota e capo di una tribù di ribelli anti-italiani della Tripolitania fra il 1911 e il 1930. Ma quello che conta soprattutto è che nessuna strage può essere giustificata con le altre: assassinare grandi masse di innocenti, per qualsiasi ragione, politica, sociale o religiosa (che dire dei massacri quotidiani di questi anni fra sciiti e sunniti in Medio Oriente?) è un oltraggio enorme all’umanità. Priebke non merita scuse né attenuanti, qualunque cosa dica, o gli si permetta di dire, anche dopo la morte.

Ma cosa c’entra l’Italia? C’entra per l’estrema incertezza con cui ha gestito la vicenda dei suoi funerali e della sua sepoltura, finora rimasta sotto segreto. Un’incertezza che si è ripetuta e continua a ripetersi con i funerali delle centinaia di vittime dei disastri marini nel Mediterraneo, di cui si sa ben poco, mentre si sa molto sulle polemiche interpartitiche (ma anche come sempre mediatiche, specialmente sui blog) sull’efficacia delle leggi vigenti sul trattamento degli immigrati, facilmente e abitualmente definiti «clandestini» senza che si indaghi davvero sulla loro natura di richiedenti di asilo politico piuttosto che di fuggiaschi da Paesi di violenze, di guerre civili, di disoccupazione e di miseria. Non per nulla il ministro Alfano é stato fischiato e insultato lunedì a Lampedusa. Certo, tutto ci si poteva ancora aspettare in Italia, tranne il riemergere di nazisti e di fascisti in ritardo di quasi un secolo, ma fermi a un nazionalismo intriso di razzismo che nel secolo scorso ha solo portato dittature, guerre, massacri…e tanti Erich Priebke.

In compenso, ecco che anche in Italia, come è successo recentemente negli Stati Uniti con le manifestazioni di “Occupy Wall Street” a New York, migliaia di persone si sono presentate in corteo a Roma, per protestare contro che cosa? Contro tutto il niente che fa parte della loro vita di senza lavoro, senza casa, senza soldi per dar da mangiare ai figli, senza illusioni verso la politica, senza sostegno da parte di nessuno. Sono italiani di tutte le regioni, ma anche immigrati da molte Nazioni. Fra loro, alcune decine di giovani, molti dei quali cresciuti nei centri sociali, ma senza bandiere né stemmi né simboli di partiti, si sono gettati sabato scorso con bombe di carta, bastoni e sassi contro i poliziotti e le guardie di Finanza che controllavano il corteo, hanno distrutto qualche cassonetto di immondizie e qualche automezzo delle forze dell’ordine, sono stati in parte fermati e poi rilasciati (solo sei sono finiti in carcere).

Alcune centinaia di dimostranti sono rimasti tranquilli per tre o quattro giorni e notti sotto tende improvvisate a Porta Pia, intorno al monumento ai bersaglieri del 20 settembre 1870, in attesa del ministro Lupi per parlargli della loro condizione di “senza tutto”. In genere, si dichiarano contrari a tutte le “grandi opere” e infrastrutture a cominciare dalla Tav Torino-Lione (dimenticando che se non altro portano occupazione) e manifestano il loro attaccamento ai grandi protestatari ribelli del passato, come l’inglese Guy Fawkes che nel Seicento voleva far saltare il palazzo di Westminster con dentro il re Giacomo e tutti i parlamentari, ma fu arrestato e giustiziato, e oggi è rappresentato in una maschera che abbiamo visto sui volti di molti dei partecipanti al corteo romano: sopracciglia, baffi all’insù, barbetta verticale, neri su sfondo bianco, sorriso sforzato e irridente.

Come risponde l’Italia del potere? Risponde, ad esempio, con lo sfogo di Mario Monti a «In mezz’ora» con Lucia Annunziata, domenica scorsa: la denuncia di una opposizione al governo «del disfare», da parte di un uomo di autorevole cultura economica e di grande esperienza e prestigio internazionali, per un anno e qualche mese capo del governo in grado di bloccare una deriva catastrofica del debito pubblico, ma poi vittima di una sconfitta elettorale del partito di Scelta civica da lui fondato e diretto fino alla scorsa settimana, quando ne é uscito dimettendosi «senza ripensamenti» soprattutto, forse, solo per poter dire che cosa pensa di alcuni personaggi (Pier Ferdinando Casini, Mario Mauro, lo stesso Letta, sia pure attaccato con meno virulenza e più rispetto) che si sarebbero «inginocchiati» davanti a Berlusconi. «Cosa farà d’ora in poi?», gli ha chiesto infine la giornalista: continuerà a interessarsi di economia e di politica, ma non ha precisato nulla, tranne che non voterà a favore di Berlusconi riguardo alla sua decadenza dal Senato.

Di tutto questo, e di molto altro ancora, parla oggi l’Italia a sé stessa e al mondo. Ma ciò che conta davvero è quanto nella prima pagina di questo numero de «il nostro tempo» denuncia la Caritas nazionale. A questo punto, chi litiga sempre, chi protesta sempre, chi non è mai contento di nulla, ci pensi due volte prima di continuare a fare e dire cose inutili (come lo sciopero generale di 4 ore indetto dai sindacati per novembre), senza senso, senza prospettive, senza programmi chiari, concreti e realizzabili (sia pure con sacrifici e rinunce) e senza ideali.

Beppe Del Colle



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