Usa a un passo dal baratro

Ancora una volta, e di nuovo all’ultimo minuto, gli Stati Uniti hanno evitato il baratro economico. Tuttavia, lungi dal risolvere le cause strutturali che hanno portato a un passo da una crisi finanziaria senza precedenti, si sono limitati a posporre il problema, che si ripresenterà fra pochi mesi.

Ricordate Yoghi e Bubu? I simpatici orsi dei cartoni animati scorrazzavano per il parco di Yellowstone cercando di rubare il picnic ai turisti, venendo immancabilmente pizzicati dal “signor ranger”. Oggi le cose andrebbero molto diversamente, perché non c’è più il ranger. Ma nemmeno i turisti: Yellowstone, la più antica e famosa area protetta del mondo, ha chiuso i battenti. Come del resto tutti gli altri parchi federali. I turisti che avevano prenotato le loro vacanze hanno avuto 48 ore di tempo per riorganizzarsi, e poi via tutti, compresi i dipendenti. Stesso discorso per tutte le attività federali giudicate “non essenziali”, tra cui vari aeroporti. A farne le spese sono stati circa ottocentomila lavoratori statali, lasciati a casa dall’oggi al domani senza stipendio, con drammi privati e disservizi pubblici facilmente intuibili. Sono i tremendi effetti dello shutdown, la serrata di Stato dovuta ai problemi di bilancio che attanagliano ormai costantemente quello che forse dovremmo iniziare a considerare l’ex più grande Paese del mondo. Perché lo shutdown, per quanto grave, è ha sua volta solo una conseguenza di due problematiche strutturali che non sembrano poter trovare soluzione, almeno nel breve-medio periodo: la crisi del sistema presidenziale americano, finora considerato il più consolidato e “perfetto”, e la ormai evidente insostenibilità di un debito pubblico stratosferico e fuori controllo.

Per quanto riguarda il primo punto, qualcuno cerca addirittura di scaricare le responsabilità sui padri fondatori, che avrebbero messo in piedi un sistema che ora, dopo “soli” duecento anni, mostra le prime crepe, ma naturalmente le cose stanno un po’ diversamente. Agli albori della costituenda nazione, i legislatori, per garantire la massima libertà e indipendenza a territori che denotavano caratteristiche ed esigenze estremamente diversificate, optarono per una struttura federale, che lasciasse intatte le peculiarità dei singoli Stati, “uniti” da poche linee guida comuni e, soprattutto, da una figura centrale forte di riferimento: il presidente, appunto, eletto tramite suffragio universale. Tuttavia, per bilanciare l’enorme potere del mandatario, decisero di vincolare il suo operato al giudizio del Congresso, composto a sua volta da Camera e Senato.

Il sistema aveva finora funzionato piuttosto bene, grazie al fatto che i due soli partiti che contano realmente, democratici e repubblicani, pur presentando nelle proprie file posizioni estremamente variegate, trovavano in genere una linea comune su posizioni che potremmo definire “centriste”. Ovvero, i moderati di entrambi gli schieramenti finivano per trovarsi più vicini fra loro che non con le rispettive ali radicali, e indirizzavano le scelte su basi condivise, salvo denotare sfumature di destra o sinistra, a seconda di chi deteneva la maggioranza in quel frangente. Il sistema ha iniziato a incrinarsi con il doppio mandato di George W. Bush, che ha adottato massicciamente i dettami dell’economia neoliberista, approfondendo sensibilmente  il solco fra ricchi e poveri e assestando un colpo mortale al welfare e alla giustizia sociale.

La middle class, pesantemente penalizzata,ha spostato lo sguardo verso sinistra, tanto da determinare l’ascesa e il successo di Barack Obama, che con le sue idee radicali e innovative ha prima prevalso sulle posizioni moderate della compagna di partito Hillary Clinton, per poi travolgere il candidato repubblicano nelle elezioni del 2008, pesantemente segnate dallo scoppio della crisi finanziaria. La sua vittoria ha prodotto una reazione altrettanto forte di segno contrario, portando la politica Usa a livelli di contrapposizione raramente sperimentati, e quando i repubblicani sono riusciti a conquistare la maggioranza alla Camera si è andato determinando un muro contro muro dalle conseguenza nefaste. Per dirla in termini brutali ma realistici, esiste una componente significativa di America che non sopporta di essere governata da un «negro comunista», e che osteggia per partito preso ogni sua iniziativa.

L’espressione politica di questo movimento oltranzista sono i cosiddetti Tea party, che derivano immeritatamente il proprio nome dai patrioti indipendentisti. Pur essendo una corrente minoritaria all’interno degli stessi repubblicani, costoro sono finora riusciti a influenzare le politiche del proprio partito ben oltre la loro reale consistenza numerica, e a sfruttare la maggioranza nel ramo basso del Parlamento per bloccare gran parte dell’attività legislativa della Casa Bianca, esercitando un’opposizione sterile e ideologica. In particolare, oggetto del contendere è invariabilmente la Obamacare, la polizza sanitaria voluta dal presidente per garantire l’assistenza medica a tutti i cittadini: nel loro forsennato antistatalismo, i conservatori condizionano ogni loro assenso all’abolizione di questa riforma, che per contro è diventata la bandiera dell’attuale amministrazione.

In tal modo si è arrivati a uno scontro istituzionale che ha sostanzialmente bloccato la possibilità di riforme strutturali ormai inevitabili per aggredire l’enorme massa del debito federale o almeno per governarla senza continue emergenze. Paradossalmente, l’uomo che ha la maggior voce in capitolo sulle vicende dell’intero pianeta si è ritrovato a non poter decidere nulla in casa propria. Ma stavolta Obama, anziché cercare un debole compromesso come spesso accaduto nel primo mandato, ha mostrato la faccia dura. Stufo dei ricatti degli ultraliberisti e supportato dalla maggioranza dell’opinione pubblica, a sua volta provata dagli atteggiamenti miopi e autolesionisti della destra repubblicana, è andato allo scontro frontale, inchiodando i rivali alle loro responsabilità in caso di tracollo del bilancio federale e quindi dell’intera economia nazionale (e, conseguentemente, di quella planetaria, che avrebbe subito un contraccolpo non ammortizzabile).

In questo modo, il presidente ha strappato all’opposizione un assenso pressoché incondizionato per alzare provvisoriamente i limiti del debito, in modo da permettere allo Stato federale di rifinanziarsi senza dover fare la scelta obbligata fra tagli miliardari al bilancio o mancato rimborso agli investitori internazionali, alternative entrambe devastanti sia sul piano economico che politico. Purtroppo il problema si ripresenterà puntuale alla prossima scadenza, prevista per  febbraio 2014. Perché il vero nocciolo della questione è lo spropositato ammontare del debito pubblico americano, prossimo alla stratosferica soglia di 17 mila miliardi di dollari. Una situazione che svela impietosamente la fragilità del mito dell’american way of life, mettendo a nudo l’inganno su cui si è retto finora.

Lo stile di vita americano, per certi versi apprezzabile e sicuramente con molto più appeal del triste modello sovietico che gli si contrapponeva negli anni della “guerra fredda”, è in realtà basato su un consumo di materie prime e risorse ben superiore a quanto spetterebbe ai cittadini degli States. Dal punto di vista ambientale, questo determina un’impronta ecologica assolutamente insostenibile: è noto che, se tutti gli abitanti del mondo avessero gli stessi livelli di consumo degli statunitensi, avremmo bisogno di tre pianeti come la Terra per soddisfare il fabbisogno globale. A livello economico, ciò si traduce in un debito enorme col resto del mondo, un debito che realisticamente possiamo definire non onorabile, anche se naturalmente pochi osano dirlo apertamente: anche solo ipotizzare l’eventualità che gli Usa non fossero in grado di rimborsare l’onere contratto vivendo al di sopra delle loro possibilità potrebbe provocare isterismi sui mercati finanziari e terremoti politici tali da gettare nel caos l’intero globo.

Tuttavia, qualcuno se n’è già accorto: nel momento più acuto della crisi, Li Keqiang, primo ministro cinese, si è detto «molto preoccupato» per la situazione del debito statunitense. Non si tratta di solidarietà: la Cina è il primo creditore degli Usa, con più di mille miliardi investiti in titoli a stelle e strisce. Ciò evidenzia un fatto inoppugnabile, che fa capire molto bene dove stia andando lo scettro del potere: è Washington che deve soldi a Pechino, e non viceversa. E l’ovvia conseguenza delle parole del leader asiatico è che la Cina tenderà a disfarsi dell’enorme quantità di titoli statunitensi che ha “in pancia”, anche se ovviamente in maniera molto graduale, e cercherà di accelerare la creazione di un sistema economico-monetario alternativo al dollaro, destinato a diminuire la centralità strategica degli Usa. Lo scontro ideologico negli States contribuisce dunque a minare anche la loro leadership mondiale, insidiata ogni giorno di più dall’assalto della Cina.

Riccardo Graziano

 



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