Pace in Palestina l'assillo del Papa

Per regalo ad Abu Mazen, il presidente dell’Autorità palestinese venuto in udienza nella Sala del Trono, papa Francesco sceglie una penna. Non una comune stilografica. Ha infatti la forma attorcigliata delle colonne dell’altare della Confessione in San Piero. Un duplice simbolo: sciogliere i nodi e realizzare quell’evento secolare che è la pace tra israeliani e palestinesi, ormai da troppo tempo attesa e largamente auspicata.

«Sicuramente lei deve firmare molte cose», dice papa Bergoglio al successore di Arafat. Usa il linguaggio diplomatico, che non gli è affatto sconosciuto, sapendo che si è alla vigilia della ripresa dei negoziati. La pace in quella terra martoriata, tra due popoli fratelli - arabi ed ebrei - da sempre in conflitto, aprirebbe la strada ad altre pacificazioni. In Medio Oriente e altrove. Il linguaggio allusivo del Papa è raccolto del leader palestinese: «Spero di firmare con questa penna l'accordo di pace con Israele», risponde. E il Papa incalza: «Presto, presto!».

E’ un impegno da parte di Abu Mazen per chiudere il lungo conflitto e sancire finalmente quella pace, che la Santa Sede ha favorito in tutto i modi e che vuole garantire. Come ulteriore conferma c’è l’invito a papa Francesco a recarsi in Palestina, invito già fatto a Benedetto XVI. Ci sono significative coincidenze. A stretto giro dovrebbe varcare la soglia del Palazzo apostolico il premier israeliano Benyamin Netanyahu, come riferiscono fonti di Tel Aviv.

Diventa allora più concreta l’ipotesi del viaggio del Pontefice nella tormentata Terrasanta e territori limitrofi. In Libano sarebbe attesa una visita del Papa per aprile. Secondo altre voci, i vescovi della Giordania avrebbero raccolto l'intenzione del Pontefice di visitare i campi profughi al confine tra Israele e Libano. Insomma l’ipotesi di un pellegrinaggio di pace di papa Francesco sembra assumere man mano contorni concreti, dal momento che ancora prima dell’invito di Abu Mazen c’era stato quello del presidente dello Stato di Israele, Shimon Peres.

Dal fronte religioso ebraico ha parlato di «grande attesa per l'arrivo del Papa» in quel crogiolo di conflitti che è la Terrasanta il rabbino argentino Abraham Skorka, amico del cardinale Bergoglio, con il quale a Buenos Aires ha avuto numerosi dialoghi pubblici pubblicati in un libro. Questa sua dichiarazione è stata raccolta dall’«Osservatore romano», l’organo della Santa sede. E la Sala stampa vaticana ha avvalorato la portata del colloquio privato di 25 minuti con Abu Mazen sottolineando l’auspicio che «il processo di pace produca i frutti desiderati per trovare una soluzione giusta e duratura a un conflitto la cui fine si rivela sempre più necessaria e urgente. Le parti prendano con determinazione decisioni coraggiose a favore della pace con il sostegno della comunità internazionale».

Per ora la visita di Netanyahu non ha una data, ma si rileva come l’orizzonte di papa Francesco sulla pace è molto vasto. L’attenzione rimane concentrata ad alto livello sulla Siria. Riferisce la Sala stampa: «Grave preoccupazione» hanno espresso il Papa e Abu Mazen nella speranza «che alla logica della violenza subentri quanto prima quella del dialogo e della riconciliazione». Quanto ai rapporti diretti tra Vaticano e palestinesi, si legge ancora nella nota, «è stata manifestata soddisfazione per i progressi fatti nell'elaborazione di un accordo globale su alcuni aspetti essenziali della vita e dell'attività della Chiesa cattolica in Palestina». Infine, sulla «situazione delle comunità cristiane nei Territori palestinesi e, più in generale, in Medio Oriente, è stato sottolineato il contributo significativo che esse offrono al bene comune della società».
E’ ormai ventennale la relazione diplomatica tra il Vaticano e l'Organizzazione per la liberazione della Palestina. Il primo incontro ufficiale tra il Papa e i leader palestinesi avvenne nel 1979 a New York, durante la visita all'Onu, di Giovanni Paolo II. Del 1982 è la storica visita di Yasser Arafat in Vaticano. Il 15 febbraio 2000 fu firmato l'Accordo fondamentale tra Santa Sede e Olp alla vigilia del viaggio di Wojtyla in Terrasanta: un patto che portò le relazioni tra Vaticano e Anp allo stesso livello dei rapporti con Israele, con cui esiste un accordo analogo dal 1993. L'Accordo si basa su due cardini: il Vaticano auspica «una giusta soluzione per la questione di Gerusalemme» fondata su uno statuto internazionalmente garantito della Città Santa; l'Autorità palestinese si impegna a garantire la libertà religiosa.

Il richiamo di papa Francesco alla pace è costante. Ne ha parlato pure con il presidente del Camerun, Paul Biya. Ed è sempre affidata alla preghiera, con l’invocazione finale alla Madonna, Regina della Pace. Al tempo stesso è costante la sua attenzione al dialogo ecumenico, che in questi giorni ha registrato significativi contatti con i Luterani. Alla Federazione luterana mondiale ha sottolineato l’importanza di «portare avanti il nostro cammino di dialogo e di comunione». All’incontro sono intervenuti anche i componenti della Commissione per l’unità luterano-cattolica. Nonostante le difficoltà e le divergenze, ha detto papa Bergoglio, «non bisogna smettere di impegnarsi e di invocare dal Signore il dono dell’unità-cattolica». Dialogo teologico, preghiera fedele e collaborazione fraterna sono i tre cardini fondamentali per progredire in quello che il Papa ha definito «l’ecumenismo spirituale».

Le settimane, i giorni, le ore di papa Francesco sono fitte di impegni. Ma al primo posto c’è sempre la preghiera e l’incontro con i fedeli. Questa domenica sono attese in piazza San Pietro le famiglie per celebrare l’Anno della fede. Un tema costante questo della famiglia nella fase della dura crisi economica e sociale. A questo il Papa vuole sia dedicato il prossimo Sinodo dei vescovi. Al tempo stesso papa Bergoglio non finisce mai di sorprendere. Ha parlato ancora delle mamme e ha salutato nel giorno della loro festa le madri argentine, «le mamme della mia terra». Ma ha anche stabilito che i prossimi esercizi spirituali, nella Quaresima della prossima primavera, non si tengano in Vaticano, ma ad Albano, in un Istituto. E che a predicarli non sarà un famoso oratore, ma un parroco di una chiesa di Roma.

Antonio Sassone



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