Don Giussani: una vita vita vissuta con Gesù

Più che una biografia, una positio, la «Vita di don Giussani» scritta da Alberto Savorana, giornalista e padre di tre figli, uno dei suoi ragazzi, uno di quelli che l’ha incontrato e seguito da subito e per sempre, colpito da quel pretino fervente e appassionato nel far sentire «Cristo vivo e palpitante nelle carni del proprio pensiero e del proprio cuore».

Sono in tanti, quei ragazzi, attratti dal suo carisma, dal suo tenace e profetico slancio educativo, condotti per mano, a dar vita a un movimento ecclesiale che oggi è una presenza in un’ottantina di paesi nel mondo, da cui sono nate congregazioni religiose, laicali e innumerevoli opere: scuole, ospedali, cooperative, gruppi di studio, giornali, secondo il metodo insegnato fin dai primi giorni: cultura, carità, missione le strade per rendere incontrabile l’avvenimento cristiano. Spes  unica, per l’animo d’ogni uomo, per l’umanità tutta.

C’è stato un “bel giorno”, anche per don Giussani, quando il suo professore di seminario spiegò l’incipit del Vangelo di Giovanni: «La bellezza, la bontà, la giustizia, l’amore, la vita, la verità s’è fatta carne». Era la risposta al desiderio tormentato e audace di Giacomo Leopardi, così amato dal giovane Luigi; Leopardi, mendicante inconsapevole di un avvenimento già accaduto. «L’istante allora non fu più banalità per me», scrive, «Cristo aveva risposto alla domanda umana».

Da allora, tutta la vita sarebbe stata spesa per la felicità degli uomini, per l’amicizia di Gesù.  Era il compito che riconosceva, obbedendo ai segni e alla guida dei suoi superiori, in anni tanto  lontani, dove gli equivoci della rincorsa alla modernità sembravano soltanto un malaugurio. Un’Italia povera, lacerata dalla dittatura e dalle guerre, una Chiesa  sottomessa ma capace di agire, come lievito, attraverso le parrocchie, gli istituti scolastici, e formare ancora un popolo cristiano.

Don Giussani, come i suoi compagni, viveva in una famiglia dove mancava a volte il pane, ma mai la musica, la preghiera, la sete di Dio. Nella mamma, puramente devota, nel papà, socialista, generoso e giusto.  Ha potuto seguire dei maestri, di studio e di vita, amanti di una ragione «larga», per dirla con Benedetto XVI, pronta a spalancarsi all’intelligenza dell’essere. Nella grande scuola di Vengono, dove compie la sua formazione con una profondità di studi oggi inimmaginabile per un adolescente, ci sono tutti i semi del fiorire della sua opera: l’unità indissolubile di fede e ragione; la certezza che le fede non è un insieme di regole morali o una filosofia, ma nasce da un incontro. Oggi come allora, a noi come alla Maddalena, a Zaccheo, a Pietro e Giovanni. Un fatto da far conoscere e gridare al mondo intero.

Anche in quegli anni Cinquanta, quando il sacerdote fresco di ordinazione si affaccia al liceo Berchet di Milano per insegnare religione, e si accorge che  il popolo cristiano non c’è più: resiste una forma, un attaccamento alla tradizione, ma svuotata di incidenza sulla realtà presente; una fede non sperimentata, non in grado di rispondere  in ambienti dove tutto, tutto diceva il contrario… Non lamentiamoci, noi viviamo in tempi apparentemente più difficili: le contrapposizioni, le persecuzioni ideali, o le violenze fisiche, la spinta a relegare nelle sacrestie la presenza cristiana erano già allora quotidiani e costanti.  Anche i più fedeli soffrivano una soggezione e una timidezza che li nascondeva, ci voleva la dirompente energia di sacerdoti che per contagio, com’è sempre avvenuto, offrissero un’occasione, una possibilità, soprattutto ai giovani.

Don Giussani è impetuoso, ma sempre prudente;  deciso, ma obbediente alle gerarchie che non sono poteri costituiti, ma riconosciuti discepoli di Gesù, in quella catena di discendenza filiale che dai primi apostoli arriva giù giù fino a noi. Per questo la sua fedeltà ai vescovi, anche quando non fu capito; per questo la sintonia e la vicinanza dei Pontefici, tutti, paterni e affettuosi nei confronti suoi e dei suoi ragazzi. «Vada avanti così, don Giussani», gli disse Paolo VI  e lui proseguiva, in nome di Cristo, «vita della mia vita».

Attraverso le mortificazioni, le divisioni all’irrompere del ‘68, provato, non fiaccato, perchè «anche se rimanessi da solo», diceva, «rifarei il Movimento io», ed era l’invito per ciascuno, a tornare sempre agostinianamente in interiorem  hominem, perché l’appartenenza non si riducesse mai a sostegno di un’organizzazione, di un’associazione, l’attivismo non sostituisse l’agire in e per un Altro, l’egemonia  e il successo non deviassero la tensione all’unicum necessarium: Cristo, e la sua Chiesa.

Don Giussani ha intuito e anticipato tutte le tentazioni, tutte le debolezze: come educatore, accompagnando, mai giudicando, accogliendo, mai  umiliando.  Sono migliaia, nel libro di Savorana, le testimonianze di chi l’ha sentito padre, amico e compagno nelle situazioni più semplici della vita: una passeggiata in montagna, un bicchiere di vino, un canto, o sostegno nelle condizioni più drammatiche: il dolore, la morte. Con la stessa intensità umana fu amico di teologi e filosofi non cristiani, capace di parlare all’Assemblea dell’Onu e in un monastero sperduto, fratello di rabbini e monaci  buddhisti: con tutti e dappertutto, indagando il reale per scoprire l’adeguatezza della «pretesa cristiana: Dio che ci viene incontro e chiede la nostra fiducia». Per questo il brancolare di tanti uomini, per questo tutti i frutti dell’arte, della letteratura: generazioni di giovani hanno imparato da lui a divorare libri, a cercare nello studio lo sprone per andare più a fondo della verità incontrata.

A don Giussani non fu risparmiata la prova di riconoscere Gesù nella malattia: lunga, dolorosa, con la certezza di quel «Tu sei con me», che l’ha accomunato, negli stessi anni, alla passione di Giovanni Paolo II.  La sua biografia non è semplicemente agiografica, e sarebbe appropriato, poiché è stata aperta la causa di beatificazione e canonizzazione del prete di Desio; non è soltanto una carrellata illuminante attraverso i fatti della politica, della società, che hanno  segnato il XX secolo, e che spesso sfuggono alla memoria di chi li ha vissuti giorno dopo giorno; è storia della Chiesa, di quel secolo, seguita passo passo attraverso gli accadimenti, i testi del magistero, i volti dei personaggi che l’hanno segnata, i suoi santi, i martiri, noti  e meno noti.

Storia di quel pezzo di Chiesa  che ha messo sempre in rilievo la libertà come dono della fede: ma ha anche detto che la libertà ha bisogno della comunione. Comunione  e liberazione: «Mi piace molto questo nome… con questo nome avete mostrato di essere ben consci delle aspettative più profonde dell’uomo moderno. La liberazione – avete ragionato-  è Cristo; Cristo vive nella Chiesa… con la Chiesa andate fiduciosamente verso l’uomo» (Giovanni Paolo II, 1979).

Monica Mondo

 

 

 



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