Dio oggi in rete una nuova realtà (e non un'eresia)

E’ possibile cercare di Dio in Rete? Come si vive la spiritualità nell’era di Internet? Quale rapporto tra la Chiesa e i nuovi media? Padre Antonio Spadaro, direttore di «Civiltà Cattolica», fresco autore della più articolata e ricca intervista a papa Francesco in questo tempo di dialoghi e confronti tra mondo cristiano e laico, ospite a Torino spiritualità ha cercato di rispondere a queste domande nell’incontro dal titolo «Cercare Dio on line non è più un’eresia».

Il gesuita è tornato sul tema anche a Piacenza al Festival de Diritto, ma in realtà è da più di un decennio che ricerca il rapporto tra rete, fede e Dio: riflette, scrive, si confronta in connessione con il mondo. Da Bomba Carta a Cyberteologia, la Rete ha dimostrato nei fatti, afferma Spadaio, di essere un luogo e non uno strumento.

Il rapporto tra la Chiesa e i social network si è sviluppato tra dubbi, contrasti, avvicinamenti e scoperte. La Santa Sede, infatti, ha mostrato un forte interesse per la Rete e ha scelto di accogliere la sfida di ricercare e vivere la spiritualità nell’era di Internet. Ha considerato la Rete non come un semplice canale di informazione, ma come una reale occasione di condivisione, di ricerca e di analisi comune, un vero e proprio nuovo luogo di spiritualità. «Internet non è un semplice insieme di cavi, di tecnologie», ha spiegato padre Spadaro, «intenderlo in questo modo significa non comprenderlo per niente e lasciarsi sfuggire il suo significato. Come sottolineato da Benedetto XVI: “L’ambiente digitale non è un mondo parallelo o virtuale, ma è parte della realtà quotidiana”. Paolo VI, in un incontro con i gesuiti del 1964, disse che “il cervello meccanico viene in aiuto del cervello spirituale, e quanto più questo si esprime nel suo linguaggio (il pensiero), quello sembra godere di essere alle sue dipendenze. Non è proprio questo lo sforzo di infondere negli strumenti meccanici il riflesso di funzioni spirituali? È lo spirito che è fatto prigioniero della materia, o non è forse la materia che offre allo spirito stesso il sublime ossequio?”».

La tecnologia è ormai uno dei modi ordinari per esprimere se stessi e la propria spiritualità e «le nuove tecnologie», ha proseguito Spadaro, «possono contribuire a soddisfare il desiderio di senso, che rimane indiscutibilmente l’aspirazione più profonda dell’essere umano». «Cosa si trova in Rete? Si può trovare Dio? Qualcuno cerca Dio in Rete? Lo si trova? E se lo si trova, che Dio è? In Internet vi sono molti rimandi spirituali; ma quanti sono rimandi emotivi e quanti hanno invece dietro una ricerca spirituale? E la Chiesa? Sta in Rete per cercare Dio oppure per portare Dio on line? Ma il compito della Chiesa è questo? Non è semplice trovare una risposta a tutti questi quesiti, ma centrale è l’atteggiamento di continua domanda, di continua riflessione».

La Rete, proprio grazie al fatto che è in grado di contenere tutto, può essere facilmente paragonata a una sorta di grande supermarket del religioso. Ci si illude dunque che il sacro resti «a disposizione» di un «consumatore» nel momento del bisogno. In tale contesto occorre però considerare un possibile vero e proprio cambiamento radicale nella percezione della domanda religiosa. Una volta l’uomo era saldamente attratto dal religioso come da una fonte di senso fondamentale. L’uomo era una bussola, e la bussola implica un riferimento unico e preciso. Poi l’essere umano ha sostituito nella propria esistenza la bussola con il radar, che implica un’apertura indiscriminata anche al più blando segnale, e questo, a volte, non senza la percezione di «girare a vuoto».

L’uomo però era inteso comunque come un «uditore della parola», alla ricerca di un messaggio del quale sentiva il bisogno profondo. Oggi queste immagini, sebbene sempre vive e vere, reggono meno. L’uomo, da bussola prima e radar poi, si sta trasformando in un decoder, cioè in un sistema di decodificazione delle domande sulla base delle molteplici risposte che lo raggiungono. Viviamo bombardati dai messaggi, subiamo una sovra-informazione, la cosiddetta “information overload”. Il problema oggi non è reperire il messaggio di senso ma decodificarlo, riconoscerlo sulla base delle molte risposte che riceviamo.

La testimonianza digitale diventa sempre di più un «rendere ragione della speranza» (1 Pt 3,15) in un contesto in cui le ragioni si confrontano rapidamente e «selvaggiamente». A farsi largo è il classico meccanismo della pubblicità, che offre risposte a domande che ancora non sono state formulate. La domanda religiosa in realtà si sta trasformando in un confronto tra risposte plausibili e soggettivamente significative. La grande parola da riscoprire, allora, è una vecchia conoscenza del vocabolario cristiano: il discernimento. Le domande radicali non mancheranno mai, ma oggi sono mediate dalle risposte che si ricevono e che richiedono il filtro del riconoscimento. La risposta è il luogo di emersione della domanda. Tocca all’uomo d’oggi, dunque, e soprattutto al formatore, all’educatore, dedurre e distinguere le domande religiose vere dalle risposte che lui si vede offrire continuamente. È un lavoro complesso, che richiede una grande preparazione e sensibilità spirituale. La Rete è destinata sempre di più ad essere non un mondo parallelo e distinto rispetto alla realtà di tutti i giorni, quella dei contatti diretti: le due dimensioni, quella on line e quella off line, sono chiamate ad armonizzarsi e ad integrarsi quanto più è possibile in una vita di relazioni piene e sincere. La comunità ecclesiale viene ad essere sempre più compresa (e risulta comprensibile) in termini di network. E ce lo ha ricordato Benedetto XVI col suo Messaggio per la Giornata mondiale delle comunicazioni del 2012: «Reti Sociali: porte di verità e di fede; nuovi spazi di evangelizzazione». «L'ambiente digitale», scrive, «non è un mondo parallelo o puramente virtuale, ma è parte della realtà quotidiana di molte persone, specialmente dei più giovani». Lo spazio digitale non è inautentico, alienato, falso o apparente, ma è un'estensione del nostro spazio vitale quotidiano, che richiede «responsabilità e dedizione alla verità». Abitare significa inscrivere i propri significati nello spazio. Ed è proprio questa la sfida: inscrivere i significati e i valori della nostra vita nell'ambiente digitale, e anche capire che cosa la rete ci insegna sul modo di pensare la fede oggi. Ovviamente però abitare il mondo digitale non può prescindere dalla saggezza di un adattamento non sempre facile. Questo «addomesticamento» dello spazio richiede la consapevolezza necessaria per abitare quello che i vescovi italiani hanno definito come un «nuovo contesto esistenziale», per il quale sarà opportuna lavorare per una nuova pastorale d’ambiente.

Luca Rolandi



SIR | Avvenire.it | FISC

PRELUM Srl - P.I. 08056990016