Perchè non è possibile fidarsi di un "altro dio"

Parlare di Dio e riempire le piazze. E’ accaduto a Torino, sabato scorso, in una gremita piazza Vittorio Veneto. Tutti intorno al primo Comandamento: «Non avrai altro Dio all’infuori di me». Si tratta del penultimo appuntamento di «Dieci piazze per dieci comandamenti», l’iniziativa promossa dal Rinnovamento nello Spirito santo che, partita da Roma un anno fa, ha attraversato tutta l’Italia. Ultima tappa Firenze («Non dire falsa testimonianza»), domenica scorsa, con il lancio di un «manifesto» che lega ai Dieci comandamenti altrettanti impegni di vita. Una sorta di «decalogo per umanizzare le città».

Un progetto coraggioso, quello lanciato dal Rinnovamento nell’Anno della fede. Portare in piazza migliaia di persone per ascoltare la parola di Dio. Non era affatto scontato, ma è successo: parlare di comandamenti «non è di moda» in una società nichilista che ha fatto delle libertà individuali un dogma, ha ricordato l’arcivescovo mons. Cesare Nosiglia. Nelle oltre due ore di spettacolo, con i ritmi serrati del format televisivo (tutte le serate sono state trasmesse in diretta su Tv2000), in dieci piazze italiane si sono alternate testimonianze e riflessioni, momenti di musica e danza, catechesi e preghiera. «Una partecipazione corale», ha detto il presidente Salvatore Martinez, «con Chiesa, istituzioni e società civile sedute una di fianco all’altra per dialogare insieme, pubblicamente, in luoghi simbolo delle nostra storia. Arcivescovi e sindaci, giornalisti e filosofi, economisti e letterati, poeti e musicisti, scienziati e sportivi protagonisti per una sera di una rilettura del Decalogo».

Una sfida vinta, anche a Torino. Nella città dei santi sociali, dal Cottolengo a don Bosco, e nella piazza dove papa Wojtyla nella storica visita del 1980 sentiva «l’anima della città che mi viene incontro, un’anima umanissima sensibile ai valori del bello e del buono», un migliaio di persone hanno risposto all’invito del Rinnovamento e acceso un raggio di sole in una giornata di freddo e di pioggia. Al centro della serata una domanda: l’uomo contemporaneo può fare a meno di Dio? «No», ha risposto forte e chiaro mons. Nosiglia, ricordando che i cristiani «devono farsi sentire», senza aver timore di «disturbare».

«E’ talmente vero che non si può fare a meno di Dio», ha detto l’arcivescovo di Torino, «che molte persone ne costruiscono uno a propria immagine, come il vitello d’oro dell’Esodo: c’è chi erige a dio il sesso, diventandone schiavo; chi sceglie il denaro e la ricchezza di beni materiali; chi invece il potere e il primato sugli altri». La verità è che anche chi rinnega Dio non può fare a meno di lui. «Magari è il proprio io eretto ad assoluto», spiega mons. Nosiglia, «oppure è la ragione, la famosa dea ragione della Rivoluzione francese, fatta dogma e scelta come unica guida del nostro agire». In tutti i casi, la conseguenza è una sola: «Cadere nell’illusione, nel non senso, nella ricerca di esperienze ai limiti della stessa vita. Certo, l’inganno che propongono i falsi idoli può essere affascinante: diventare più liberi e così poter decidere di sé come meglio ci piace. Ma il rischio di perdersi è altissimo…». Il vero Dio, invece, ricorda mons. Nosiglia, non ti dà soluzioni facili e immediate. Non ti promette chissà che cosa di straordinario, ma ti è vicino e compagno di strada, come vediamo in Gesù, e offre più di quanto una persona ha bisogno: la certezza di avere un amico al fianco, un sostegno come una roccia stabile su cui poggiare il proprio impegno e costruire il proprio futuro».

E che Dio sia davvero un «compagno di strada» che aiuta nelle difficoltà, lo hanno raccontato i testimoni saliti sul palco di piazza Vittorio. «Non avrò altro Dio all’infuori di te» ha detto Margherita, un marito e tre figli, caduta vittima di maghi, guru e santoni. «Per seguire Sai Baba prima e La Rosa di Babaji poi ho rischiato di perdere mio marito. Dalle continue richieste di denaro al coinvolgimento di tutta la famiglia, figli compresi, nelle pratiche dettate dai cosiddetti “maestri spirituali”, fino al convincimento dell’esistenza di extraterrestri, era diventata una vita dolorosa e impossibile. Solo l’incontro con il Rinnovamento dello spirito ha salvato me e la mia famiglia».

«Non avrò altro Dio all’infuori di te» ha detto Roberto, una giovane vita spesa tra alcol, feste e droga, e finita nel 2008 in un letto di ospedale, dopo un grave incidente. «Ero solo, non amavo nulla di me, non avevo fede. Di giorno lavoravo, come cuoco. Di notte mi sballavo, come un corpo senza sentimenti. Ma su quel letto di ospedale, tra la vita e la morte», ha raccontato commosso Roberto, e dalla piazza è salito un caldo applauso, «sono stati il calore, l’affetto e l’amore dei fratelli del Rinnovamento a darmi la forza di ricominciare. Mi hanno fatto sentire una persona speciale. Oggi vivo con serenità, in pace con me stesso e con gli altri. Alleluia».

Gli idoli uccidono, chiedono sacrifici, ha ricordato Massimo Introvigne, direttore del Cesnur, Centro studi sulle nuove religioni. «Gli idoli non sono solo le divinità dell’antico politeismo. Sono idoli il denaro, il sesso, il potere, quando ci dominano e diventano il fine stesso della nostra vita. Ma come dimostrano queste storie, queste pagine di vita vissuta, l’uomo non può fare a meno del cielo. Siamo fatti per il Creato, anche se una congrega di falsi profeti ci invitano, con ogni mezzo, a disfarci dell’uomo e di Gesù. Ancora oggi siamo chiamati a scegliere: o con Dio o con Baal, come chiede Elia, in una pagina del Vecchio testamento, evocata nella recente enciclica Lumen fidei».

Il Dio autentico o le sue contraffazioni? L’amore di Gesù o le false promesse degli idoli dei nostri giorni? Non hanno avuto dubbi i testimoni chiamati dal Rinnovamento sul palco di piazza Vittorio. A cominciare da Ernesto Olivero, fondatore del Sermig di Torino, che raccontando l’eccezionale trasformazione di quello che era un arsenale di guerra in Arsenale di pace, «dove ogni notte apriamo le porte a 2 mila stranieri», regala a piazza Vittorio una semplice, ma non scontata verità: «Nella vita tutto è facile se si fa di ciò che capita una opportunità. Bisogna avere fiducia, soprattutto nei momenti di crisi o di difficoltà: Dio non ci abbandona mai». Una certezza per Olivero. Ma anche per i tanti che hanno affollato piazza Vittorio e che sono tornati a casa con le parole di don Bosco, un campione di santità: «Facciamo noi quello che possiamo, il Signore aggiungerà poi quello che manca».

Cristina MAURO

 



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