Vescovo di tutti nella divisa Palestina

Quando una «scelta» cambia la vita, ma anche il corso della storia. È il tema che ha guidato la nona edizione di Torino Spiritualità, la kermesse organizzata a Torino dal Circolo dei lettori. Cinque giorni di incontri, lezioni, letture e spettacoli con oltre 130 voci provenienti da tutto il mondo per mettere a confronto idee e culture diverse. Come ha spiegato la direttrice Antonella Parigi mercoledì scorso durante l’inaugurazione, davanti a un Teatro Regio gremito: «Abbiamo sempre cercato temi che aiutassero la gente nella formazione del sé, in quel percorso che fai con te stesso. Da qui il tema sul “Valore della scelta”, perché la comunità siamo noi…».

E gli ospiti della serata erano uomini e donne che nella propria vita hanno fatto davvero una scelta che ha cambiato il corso degli eventi. A cominciare dall’arcivescovo della più grande comunità cristiana in Israele-Palestina, Elias Chacour, che ha inaugurato Torino Spiritualità portando la straordinaria testimonianza di un uomo che in una terra sfregiata dal conflitto tra arabi e israeliani ha scelto la pace. All’incontro hanno partecipato anche la scrittrice turca Esmahan Aykol, che ha dato voce al desiderio di cambiamento di piazza Taksim, e l’antropologa egiziana Rita El Khayat impegnata per i diritti e la libertà delle donne del mondo arabo.

Mons. Chacour, classe ’39, nato a Biram nel nord di Israele da una famiglia araba cattolica, già parroco di Ibillin, è oggi l’arcivescovo greco-melchita di Akko, Haifa, Nazaret e tutta la Galilea, la più grande diocesi della Terra santa, con quasi 80 mila fedeli e oltre trenta parrocchie. Primo palestinese a conseguire la laurea all’Università ebraica di Gerusalemme nell’ambito degli studi biblici e talmudici, è conosciuto per il suo impegno a difesa del dialogo interreligioso. Per tre volte ha ricevuto una candidatura al Premio Nobel per la Pace, ma ha realizzato un’immensa opera di pace: le Mar Elias Educational Institutions (Meei), le prime scuole e università arabo-cristiane in Israele con insegnanti e studenti ebrei, cristiani, musulmani e drusi. Dove il dialogo e la pacifica coesistenza si imparano dietro ai banchi di scuola.

«Sono una contraddizione vivente: nato arabo palestinese, divenuto cittadino d’Israele senza che nessuno mi abbia chiesto il permesso, sono diventato vescovo di Galilea, terra di Gesù». Si presenta così padre Elias Chacour con un tono pacato, ma con parole forti. E fin dalle prime battute, gli oltre mille che affollano il teatro si accorgono di avere di fronte un testimone d’eccezione, un «paradosso vivente» della pace, come solo ne nascono in Medio oriente, terra di eterni conflitti. La sua storia è simile quella di tanti palestinesi. «Nel 1948», racconta l’arcivescovo, «i sionisti hanno cacciato tutta la mia famiglia dal villaggio di Biram. I militari ci dissero: “Starete via per un po’. Poi potrete tornate…”. Mentre pronunciavano quelle parole, i loro carri armati sparavano sulle nostre case, distruggendole. In quel momento sono stato condannato a diventare insieme alla mia famiglia un “profugo a vita”».

Ma la vita continua, ricorda padre Chacour. E racconta che, pur non avendo mai abbandonato la speranza di tornare al suo villaggio, ha fatto una «scelta» diversa: e cioè di non rispondere al male con il male, ma di scommettere tutto sul bene, dedicando la propria vita agli altri. «Io sono un rifugiato, un deportato arabo palestinese nel mio Paese, ma non smetto di cercare e di costruire la speranza nella terra dove sono nato e che amo. Nonostante tutto». E la speranza in Palestina ha gli occhi dei bambini. «Quando da rifugiato mi sono chiesto che futuro potevano avere i palestinesi, non ho trovato risposta migliore di questa: dare ai miei bambini arabi e cristiani l’istruzione migliore possibile». Padre Chacour comincia così a costruire scuole di ogni ordine e grado. Scuole cristiane, legate ai valori del Vangelo, ma aperte a tutti.

«Noi cristiani siamo incapaci di tenerci isolati dall’ambiente in cui viviamo. Così ho deciso di aprire le aule ai musulmani, perché godessero anche loro dell’istruzione migliore. Non li considero nostri “ospiti”, ma nostri “partner”». Oggi il 60-70 per cento degli studenti sono bambini musulmani. Bambini che danno a padre Chacour «grandi soddisfazioni». E con una punta di orgoglio racconta della ragazza, musulmana, rappresentante di Israele, che ha vinto il terzo posto alla Gara internazionale di chimica organizzata di recente a Mosca, alla quale hanno partecipato oltre 6 mila studenti, provenienti da tutto il mondo.

Una scelta coraggiosa quella di Elias Chacour, che da ragazzo prima e da sacerdote poi, decide di rispondere con gesti di dialogo e di speranza a quella che vive come una vera e propria sopraffazione. «Perché, avete forse una scelta migliore? Penso di no», dice con tono provocatorio a chi lo interroga sulla sua «coraggiosa scelta di vita». La risposta di mons. Chacour è chiara: educare con la stessa dignità musulmani, cristiani ed ebrei perché insieme possano scrivere una nuova storia di pace. «Dio deve aver proprio un grande senso dell’umorismo. Ha scelto me, un arabo palestinese. E lo ringrazio per questo, ma anche per non essere “nato cristiano”. Io non so cosa succede a voi che siete “nati cristiani”. Io sono nato bebè, tutti i bebè somigliano a Dio. Quando vedo un soldato ebreo con le armi in pugno penso che anche lui è “nato bebè” e mi assale una domanda: cosa ci siamo fatti? Nel mio cuore sento una voce che mi chiede: “Elia dov’è tuo fratello?”. E rispondo: “Sono io il guardiano di mio fratello. La sua sopravvivenza è anche la mia sopravvivenza”. Io sono diventato cristiano 2000 anni fa, nella prima comunità, 120 uomini che venivano tutti dalla Galilea, e oggi sono arcivescovo della Galilea, vivo tra persone speciali - Gesù, Maria, gli apostoli sono persone speciali…».

Ma l’occasione della svolta, della vera scelta padre Chacour la sente arrivare nel 2000, quando decide di accogliere nelle sue scuole i primi 82 bimbi ebrei. «In quel momento sono diventato “l’adulto corrotto”», racconta. «Ma come, mi dicevano, porti pochi bimbi ebrei in classi con 35 studenti palestinesi? I bimbi arabi li “distruggeranno”… Allora ho avuto l’idea: ho deciso di portarli in gita sul Monte Carmelo, a prendere un po’ d’aria, lontano dai banchi di scuola. Ho organizzato quattro pullman e li ho divisi in piccoli gruppi. Quando al pomeriggio ho visto i miei studenti saltare allegri giù dai pullman, ho capito di aver fatto la scelta giusta: avevano dimenticato di essere ebrei e palestinesi, erano tornati semplicemente bambini».

L’”esperimento” di padre Chacour era riuscito: i suoi studenti musulmani, cristiani, ebrei e drusi lavorando giorno dopo giorno, uno di fianco all’altro, avevano dimenticato le differenze e imparato a riconoscere (e amare) ciò che li univa. La pace in una terra che ha conosciuto troppo a lungo la guerra può nascere solo dalla giustizia: «Solo se raggiungiamo la giustizia, avremo anche la pace», ha detto mons. Chacour. «E la giustizia non si costruisce guardando al generale, ma entrando nel particolare, nel quotidiano, rimboccandosi le maniche nella vita di tutti i giorni». Ed è proprio quello che ha fatto l’arcivescovo di Galilea scegliendo il dialogo, l’amore verso il prossimo, la scuola come via privilegiata per costruire un futuro diverso, «perché è solo attraverso l’educazione che si insegna a rispettare l’altro e la sua dignità. Insegniamo che ogni essere umano è nato a immagine di Dio. E dunque ha diritto alla stessa dignità, alla stessa liberà, allo stesso rispetto».

Padre Chacour lascia il Regio di Torino con un ricordo: «Quando incontro i miei studenti nei corridoi della scuola dico sempre, “sorridetemi”, per rammentare loro la speranza. E ricordare che un tempo palestinesi ed ebrei vivevano insieme». «Fratelli di sangue», in pace.

Cristina MAURO



SIR | Avvenire.it | FISC

PRELUM Srl - P.I. 08056990016