4 ottobre: Asissi aspetta con gioia l'altro Francesco

Assisi sta preparandosi da settimane al grande evento: la visita di papa Francesco il 4 ottobre prossimo, nel giorno in cui si ricorda il transito di Francesco. Bergoglio è il primo nella storia dei papi ad aver assunto il nome del Poverello.

C’è molta attesa nella città murata per un giorno che si annuncia intensissimo, anche perché papa Francesco vuole visitare tutti i luoghi legati alla vita di Francesco: dalle 8 alle 19,15, quando rientrerà in Vaticano, avrà undici ore da maratoneta, con spostamenti continui e senza pause e la bellezza di sei discorsi. L’impronta sarà nel segno dell’attenzione privilegiata ai malati, ai poveri, ai disoccupati, al popolo degli ultimi. E non a caso comincerà il giorno con un incontro ai bambini disabili dell’Istituto Serafico e a mezzogiorno pranzerà con i poveri della Caritas. Alla vigilia di questo grande giorno, abbiamo incontrato il vescovo di Assisi, Nocera Umbra e Gualdo Tadino, mons. Domenico Sorrentino.

In questi ultimi 50 anni sono state numerose le visite dei papi ad Assisi, da Giovanni XXIII a Giovanni Paolo II, a Benedetto XVI e ora papa Francesco. Ciascuno ha portato il suo carisma. Che cosa ricorda in particolare di ciascun Papa sceso fin qui ad Assisi?

La visita di Giovanni XXIII è strettamente legata all’inizio del Concilio ecumenico vaticano II. Apre un orizzonte di primavera per la Chiesa, che si interroga sul suo cammino nel nostro tempo. La figura di Francesco di Assisi diventa, in questo contesto, auspicio e modello di un ritorno al vangelo. Paolo VI non fece, da Papa, nessuna visita ad Assisi. Ma alcuni suoi interventi restano illuminanti per rileggere il nostro santo. In particolare, mi piace ricordare il passaggio della sua Esortazione apostolica sulla gioia (Gaudete in Domino) in cui additò proprio il santo di Assisi come modello della gioia cristiana. Giovanni Paolo II con Assisi ha avuto un rapporto speciale: ben sei volte l’ha visitata, e alcuni degli incontri hanno posto una pietra miliare. In particolare vanno ricordati quelli in cui il Papa convocò i leader mondiali delle religioni per invitarli a pregare per la pace. Benedetto XVI è stato due volte ad Assisi. L’ultima volta, nel 2011, ha commemorato l’incontro interreligioso del 1986. Di carattere programmatico si può considerare la visita del 2007, nella quale ci aiutò a “rileggere” Francesco, riscoprendolo non in base a interpretazioni riduttive, ma andando alla radice della sua scelta, ossia la scelta di Cristo.

Gli ultimi due papi, Wojtyla e Ratzinger, hanno insistito molto durante le loro visite su Assisi come città del dialogo delle fedi in nome della pace tra i popoli. Ha l’impressione che stiano maturando frutti o è ancora troppo presto per dirlo?

Se si guarda alla situazione della pace del mondo, ancora così provata, potremmo essere tentati di pensare che quei grandi momenti vissuti ad Assisi dai leader mondiali delle religioni non abbiano sortito alcun effetto. Ma una cultura della pace si costruisce in tempi lunghi. Il fatto che tra gli uomini delle varie religioni si converga su un concetto di religione intimamente legato alla pace e all’impegno per promuoverla è già di per sé un fatto molto positivo. I frutti verranno.

Questo Papa, dal 13 marzo, giorno della sua elezione al Soglio di Pietro, sta dando scossoni sia dentro la Chiesa sia fuori, al mondo… Che cosa l’ha colpita di più nel suo magistero?

Il Papa parla di Gesù in un modo che, in un certo senso, te lo fa incontrare. Non fa discorsi rifiniti o complicati. Si vede che preferisce parlare a braccio. Ma proprio le sue considerazioni a braccio coinvolgono di più. Parla con un linguaggio che tocca immediatamente la vita. Il riferimento è sempre a Cristo, colto nel suo mistero di Dio fatto carne. Di qui l’insistenza del Papa sulla possibilità di incontrarlo partendo dalla «carne» dell’uomo, specie dell’uomo più povero, dell’uomo piagato. È qualcosa che ricorda le parole di Francesco d’Assisi quando nel suo Testamento confessa che la sua conversione avvenne nell’aprire il cuore ai lebbrosi. Papa Francesco sta facendo un discorso di rinnovamento che tocca le corde dell’umano, implica la lettura concreta e sincera del nostro tempo, fa risalire alle sorgenti del Vangelo.

Qual è, a suo giudizio, la priorità assoluta per l’uomo inquieto, fragile e solo del XXI secolo?

È ritrovare la via della speranza, riaprendo il cuore alla solidarietà, e ritornando così a Dio. Il problema della fede, del senso della vita, è la grande sfida. Si tratta di questioni non tanto intellettuali, quanto esistenziali. Naturalmente anche la ricerca intellettuale serve. E come potrebbero non avere un peso i problemi che ci angustiano sotto il profilo economico e sociale? Ma credo che la priorità debba essere data alla ricerca del senso della vita e, insieme, alla ri-tessitura di relazioni autentiche tra le persone. Non basta Internet per vincere la solitudine del cuore.

Non trova che la Chiesa, come istituzione, si è un po’ appesantita, malata di autoreferenzialità?

Il Papa in effetti ci sta invitando con forza a uscire dalle chiusure e ad andare verso le «periferie», Si richiede un rinnovamento di mentalità. Un nuovo slancio. Occorre tornare all’essenziale, per dire il Vangelo in modo efficace.

Alcuni giornali hanno scritto, e continuano a farlo, che con un uomo come papa Francesco il 4 ottobre ad Assisi può accadere di tutto… Qualcuno si è spinto a dire che non sarà la consueta visita, seppure solenne, di un Papa, si parla addirittura di svolte epocali…

Non userei parole grosse. Certamente il Papa darà dei segni forti, invitandoci all’attenzione verso i fratelli più poveri e indifesi. L’inizio della sua visita si porrà non a caso all’Istituto Serafico, che accoglie e assiste ragazzi con problemi di grave disabilità. Ci sarà il pranzo con i poveri. Siamo in attesa delle sue parole e dei suoi gesti.

Giuseppe Zois



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