Il debito pubblico non è un dogma

«Il teorema del lampione» (ed. Einaudi) è l'ultimo libro dell'economista Jean-Paul Fitoussi. A pensarci, un titolo un po' strano per un volume che si occupa di temi economico-sociali. Lo stesso autore, intervenuto a Torino al Circolo dei lettori, ci fornisce la spiegazione: un tizio ha perso le chiavi di casa e le cerca sotto ad un lampione, non perchè sia davvero sicuro di averle perse lì, ma perchè quello è l'unico posto ove c'è luce. Quel cono illuminato in mezzo all'oscurità gli dà sicurezza, anche se non è affatto certo che il suo problema sarà risolto.

Questa storiella, secondo Fitoussi, illustra il nostro comportamento di fronte alla crisi: per uscire dal baratro si continua a puntare su politiche di austerità che deprimono ancor più l'economia, squilibrando ulteriormente i bilanci e richiedendo così nuove dosi di rigore, in un circolo vizioso senza fine. Eppure queste ricette paiono valide, perchè collocate nel cono di luce dell'ortodossia economica e nessuno, nell'establishment politico, si arrischia ad esplorare altre strade che probabilmente sarebbero più proficue. Per abitudine o per ignavia, si persevera negli stessi errori che finiscono per peggiorare la situazione.

«Il fatto», spiega Fitoussi, «è che viviamo in un'epoca assai più ideologizzata di quanto non sembri. Soltanto che ai vecchi ideali otto-novecenteschi che si richiamavano alle grandi culture politiche, socialismo in testa, si è sostituito il dogma del libero mercato, capace di autoregolarsi senza bisogno di alcun intervento esterno. La realtà mostra invece che il mercato, privo di regole, non è la soluzione, ma diventa il problema. Seguendo questo dogma, negli ultimi due decenni si sono abbandonate le grandi strategie pubbliche da quella industriale a quella abitativa e, in pratica, la politica ha abdicato alla sua funzione di guida. Una dottrina economica elaborata negli Stati Uniti ed esportata in Europa, ma, paradossalmente, presa sul serio più da noi che da loro. In America la teoria liberista viene applicata con notevole elasticità; anzi, per tutelare i propri interessi, Washington lascia crescere l'inflazione, sfilare il disavanzo e continua ad erigere barriere protezionistiche. Nell'Unione europea, invece, viene adottata ciecamente, ponendo a rischio il nostro modello sociale e a repentaglio il nostro apparato produttivo. A ben vedere siamo più liberisti noi che gli americani: i Paesi dell'Unione sono in competizione uno contro l'altro e, alla fine, ci trova tutti quanti in un gioco ove ci sono solo dei perdenti, con tagli a salari, pensioni e spesa sociale. Tutto sacrificato sull'altare di un equilibrio di bilancio quasi fine a se stesso: strumento che diventa finalità ultima della politica».

Uno degli errori compiuti in Europa è quello di concentrarsi in modo esagerato sul debito pubblico senza considerare che la ricchezza di un Paese è anche determinata dal livello del patrimonio privato. In Italia, ad esempio, accanto ad un notevole disavanzo pubblico si ha un ingente saldo attivo dei privati e un dato simile è rinvenibile anche in Francia. Il debito pubblico non va dunque assolutizzato. Se ciò accade, come stiamo facendo oggi, si finiscono per attuare politiche di austerità proprio quando il rallentamento economico richiederebbe di mantenere elevata la spesa pubblica, da far rientrare nei limiti quando il ciclo sarà ripartito. Certo, deve trattarsi di investimenti pubblici (scuola, ricerca, infrastrutture) che accrescono le dotazioni di capitale, sia fisico che intellettuale, e non spesa corrente che aumenta il deficit senza vantaggi per la crescita.

Fitoussi ritiene inoltre che sia fuorviante «concentrarsi sul semplice Prodotto interno lordo, senza valutare se un suo aumento vada a favore della moltitudine o avvantaggi soltanto pochi privilegiati. Nel primo caso si riducono le diseguaglianze; nel secondo si accentuano, come sta accadendo da ormai troppi anni. Le statistiche Ocse dicono che l'80 per cento della popolazione europea ha visto diminuire il proprio reddito rispetto alla crescita media del Pil, mentre per il restante 20 per cento si è avuto un incremento in confronto al Pil».

Questa sperequazione è la causa del principale problema delle nostre odierne economie: la crisi della domanda. Se infatti diminuiscono i redditi delle classi medio-basse, che hanno una maggior propensione al consumo, si rende impossibile la ripresa economica. Più consumo significa infatti maggior produzione di beni e dunque avvio della crescita e dell'occupazione. Lo stesso invece non accade se ad accrescersi sono soltanto i redditi dei più abbienti. Il surplus che essi ricavano non alimenta il consumo, ma l'investimento, che però, con un'economia in recessione, non si incanala verso beni produttivi dirigendosi piuttosto su prodotti finanziari, accrescendo il peso della finanza sull'economia reale. In buona sostanza quello che sta avvenendo oggi.

Nell'Unione europea la rigida austerità frena la crescita, mentre negli Stati Uniti, affrancati dall'eccessivo rigore, essa sta facendo la sua comparsa. In America l'istituto bancario federale (Fed) inietta risorse nel sistema, mentre da noi questa possibilità è preclusa poiché la Banca centrale (Bce), a differenza della sua omologa statunitense, non ha alcun potere di intervento anticiclico con manovre espansive. Il fatto è che l'euro va accompagnato da una politica monetaria e fiscale a livello sovranazionale, altrimenti il sistema, sulla sola gamba del controllo dell'inflazione, non sta in piedi.

«Il mercato dei capitali», afferma Fitoussi, «è stato ampiamente liberalizzato, adesso serve una regolazione europea comune, altrimenti si ha un assetto squilibrato. Si assiste, cioè, ad una fuga di capitali, verso i Paesi più forti dell’euro, che fa diminuire la circolazione di moneta negli Stati più deboli. I quali, di conseguenza, vedono aumentano i propri tassi di interesse. Questo meccanismo perverso, che accentua gli squilibri all'interno dell'Unione europea, non esiste laddove esiste una banca centrale che fa da regolatrice, come ad esempio, accade negli Stati Uniti».

L’attuale Europa è un insieme di Stati federati, privi però di un’entità federale sovraordinata che protegga i singoli componenti. Anche il bilancio, in prospettiva, dovrà essere gestito a livello federale, così da superare su scala sovranazionale gli scompensi dei singoli Stati e il Parlamento dovrà ovviamente disporre degli strumenti per incidere sulla Banca centrale. Bisogna peraltro evitare di fare proclami altisonanti sull'integrazione politica per poi lasciarli cadere come manifesti di pie intenzioni. E' invece indispensabile muoversi con la massima concretezza, dando priorità agli aspetti economici e sociali e farne, poi, il trampolino verso futuri traguardi politici.

Un terreno su cui agire con immediatezza è certamente la produttività comune, ossia il rafforzamento della competitività del sistema economico dell'Unione. Sessanta anni fa, i padri fondatori dell'Europa iniziarono dal carbone e dall'acciaio per dar vita alla Cee. Oggi si deve far tesoro di quella lezione, partendo da settori chiave come l’energia, la ricerca, la formazione e le infrastrutture. Rafforzare i fattori che ci rendono economicamente competitivi significa rinvigorire il nostro modello sociale e, in ultima analisi, togliere ragioni all'antieuropeismo. Ma per farlo vanno messe in discussione le politiche di cieca austerità. Quelle, come ci insegna Fitoussi, poste sotto il lampione che ci sta abbagliando.

Aldo Novellini

 



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