La medicina della Germania

La medicina tedesca è forse quella più difficile da mandar giù, eppure sembra essere l’unica ricetta che possa portare a guarigione un continente che non gode di ottima salute. Per fortuna lo stesso medico è ottimista e crede che la terapia funzionerà.

Udo Gümpel, giornalista e da oltre venticinque anni corrispondente dall’Italia, prima per le reti pubbliche tedesche Ard, poi per Rtl e N-tv del gruppo Bertelsmann, opinionista di attualità politica in trasmissioni radiofoniche e televisive italiane, ne è tutto sommato convinto. Intervenuto al Mart di Rovereto sul tema «Se la Germania scommette sull’Europa», all’interno del festival Oriente Occidente, Gümpel ha ripercorso i passi che hanno condotto la sua nazione fuori dalle secche del dopoguerra, affrontando una profonda crisi identitaria e culturale, fino al 1989, quando la riunificazione ha segnato un’altra svolta storica non solo per il Paese, ma per l’intera Europa, la quale deve al crollo del Muro l’impulso decisivo per la nascita dell’Unione europea economica e monetaria, siglata nel 1992 con il trattato di Maastricht.

Gli eventi ricordati dal giornalista ridefiniscono i contorni di un Paese diventato ormai egemonico nel continente, ma che cerca di smarcarsi dal ruolo di primus inter pares che molti, Gran Bretagna in testa, vorrebbero fargli assumere. «La Germania preferisce continuare a confrontarsi con gli altri Stati europei, soprattutto con la Francia», sostiene Gümpel, «perché è la sua stessa storia che glielo impone. La lezione del nazismo è stato uno shock per i tedeschi, che preferiscono lavorare insieme agli altri governi piuttosto di assumere una posizione di leader». È altrettanto evidente, però, l’urgenza di progredire rapidamente verso un’unificazione più matura, anche per rimediare alle fragilità delle istituzioni comunitarie messe in evidenza dalla crisi. «Berlino non pensa di dover dettare linee guida, pur essendo consapevole degli impegni sottoscritti dal Parlamento tedesco in merito agli aiuti deliberati per i Paesi in difficoltà. Di fatto, anche se non lo si vorrebbe, siamo super inter pares proprio per il fatto che se la Bce oltrepassa determinati limiti è necessario interpellare il Bundestag, il quale se non garantisse la banca centrale farebbe crollare tutto. In questi venticinque anni ogni Paese europeo ha seguito strade diverse: c’è chi ha attuato le riforme e chi no, chi è entrato nell’Eurozona e chi sta a guardare. Adesso, però, sta suonando la sveglia per tutti. Ricordo che la nuova costituzione europea venne bocciata proprio perché dava troppi poteri a Bruxelles, ma dopo la crisi che ci ha travolti credo che chi allora si era opposto, come l’Olanda e la Francia, oggi si esprimerebbe in  modo diverso».

Sul tavolo ci sono questioni finanziarie urgenti, come la riforma del regime fiscale, che si dovrebbe stabilizzare intorno a percentuali simili di tassazione, in modo da evitare la concorrenza sleale all’interno dell’Unione. «Quello che è successo in Irlanda è scandaloso», sottolinea il giornalista, «con il 12,5 per cento di tasse, a fronte del 29 per cento tedesco e in altri Paesi europei persino del 40 per cento, si sono attratti capitali esteri che di fatto vengono sottratti ai contribuenti e risparmiatori europei, ai quali poi si chiede di ripianare la voragine causata dalle speculazioni finanziarie bruciate dalla crisi. C’è da chiedersi perché regalare 80 miliardi di euro a un Paese che ha defraudato i tedeschi e l’Europa. Per questo avere regole comuni in materia fiscale mi sembra un’idea sensata, che poi si riflette anche sulla gestione dei fondi per le grandi opere e le infrastrutture. Unificare l’Europa significa anche che un Paese sa organizzare la propria spesa. Se buona parte dei finanziamenti per la Salerno-Reggio Calabria finiscono, ad esempio, in mano alle cosche e ai politici corrotti, non lamentiamoci se i fondi per le infrastrutture non vengono più dati in certe aree».

Non è l’unica bacchettata che Gümpel assegna al sistema italiano, confrontando come le questioni di corruzione che coinvolgono uomini politici vengano risolte nel suo Paese. La vicenda dell’ex presidente della repubblica Christian Wulff, ora a processo con l’accusa di peculato per una somma di 800 euro, è sintomatica di come sia in primis l’opinione pubblica tedesca a non accettare nemmeno il sospetto di corruzione per chi ricopre incarichi politici. «Non c’è una legge che imponga in questo caso le dimissioni», chiarisce il corrispondente, «basta il buon senso. È anche per questo che in Germania si attende da tempo un ricambio politico profondo in Italia e che si smetta di sopravvivere con i sotterfugi. Anche la situazione economica non può migliorare se non si smette di spendere di più di quanto si incassa, di tassare chi è produttivo e di non toccare ciò che è improduttivo. Il caso dell’Imu è sintomatico: si detassano i patrimoni per poi rifarsi sugli inquilini, che notoriamente sono dei ricconi, e poi si pensa di aumentare l’Iva, che colpisce di più chi ha meno. Le scelte italiane sono il contrario di ciò che la Germania ha fatto: noi abbiamo una politica industriale nazionale, in cui sindacati, imprenditori e governo discutono una linea in comune. Si è partiti a farlo negli anni Settanta, quando si è scelto di spostare le tasse dirette su lavoro e profitti delle industrie, sulle tasse al consumo: l’Iva è quindi salita dal 10 a 20 per cento, compensando la tassazione dei guadagni industriali, scesa dal 50 al 28 per cento. Anche il lavoro dipendente oggi è più detassato rispetto al lavoro precario. La questione deve diventare europea, perché non ha senso mettere gabelle nei settori produttivi, a partire dal lavoro, lasciando invece stare le rendite».

Sulla crescita occupazionale, con il sistema dell’apprendistato con tirocinio obbligatorio ed esame di Stato e il modello di cogestione sindacati-capitale, la Germania ha molto da dire. «Nell’ultimo trimestre sono stati creati 300 mila nuovi posti di lavoro, che non si devono tutti ai minijob, come erroneamente qualcuno ha scritto», sottolinea Gümpel. «La Germania ha puntato sull’alta specializzazione, la formazione e la condivisione delle scelte aziendali tra impresa e lavoratori, rilanciando l’industria. Si compete nel mondo non solo con il prezzo, ma con la qualità del prodotto e il valore aggiunto del modo in cui esso è realizzato. Da europei dobbiamo puntare tutto sulla tutela dei diritti e del welfare, e non inseguire il sistema cinese. La scelta di garantire inoltre uno stipendio di solidarietà a chi venga licenziato incide per il 4 per cento del Pil nazionale, però non è ammesso che un’azienda decotta, che non riesce a restare sul mercato, riceva dei sussidi. Se non ha futuro, deve chiudere. E i lavoratori, oltre al sussidio, hanno diverse opportunità per riqualificarsi e rientrare nel mercato».

Questa è l’idea che Berlino ha dell’Europa: unione politica, fiscalità uniforme, stato sociale solidale ma non assistenzialista, impresa in cogestione. E fiducia nella moneta. «L’Afd, il partito che punta a far uscire la Germania dall’euro, potrebbe anche raggiungere la soglia di sbarramento alle prossime elezioni politiche del 22 settembre, ma pur erodendo voti alla Merkel non sposterà di molto la politica imboccata dalla cancelliera. La questione sarà se i liberali, con cui ha finora governato, supereranno il 5 per cento o no. In questo secondo caso, per forza si dovrà alleare con i socialdemocratici, sebbene questi non ne abbiano molta voglia, vista l’abilità con cui la Merkel ha saputo sottrarre voti all’Spd in quattro anni di governo. Oggi il programma della cancelliera è ancora più socialdemocratico rispetto al 2009. Il problema sarà invece individuare chi ne prenderà l’eredità, dato che ha già annunciato di volersi ritirare dopo due o tre anni di governo. Purtroppo non ha fatto crescere nessuno, e chi avrebbe potuto sostituirla nel tempo si è ritirato».

Se lo sguardo di Berlino sull’Europa pare quindi non cambiare, il problema sarà trovare in poco tempo un erede. Sempre che l’inossidabile Angela non cambi idea.

Fabiana Bussola

 

 



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