Il "grido della pace"

Non armi, non eserciti, non missili, non droni telecomandati o bombe intelligenti, nessuno strumento di guerra, tradizionale o moderno, possiede la Chiesa (e il Vaticano) per fermare le minacce alla pace. Quali mezzi ha per esecrare il conflitto che dalla Siria potrebbe incendiare il mondo? La Chiesa ha solo mezzi spirituali. La preghiera e il digiuno. Sono le armi della Chiesa dei poveri. Della Chiesa primitiva, da Gregorio Magno, che fermò Attila con la Croce, a oggi e sempre. E al digiuno e alla veglia chiama papa Francesco. «Qui, a piazza San Pietro». Sabato 7, dalle ore 19 alle 24. Veglia e preghiera in quel tempio all’aperto che è Piazza San Pietro.

C’è da aspettarsi una partecipazione fisica senza precedenti, a cui si uniranno da ogni parte del mondo e che in ogni parte del mondo, a qualsiasi ora, si pregherà per evitare una guerra che, se per disgrazia scoppiasse, andrebbe al di là del pur devastante e micidiale conflitto atomico, per assumere le dimensioni spettrali della guerra chimica, dell’impiego dei gas. Papa Francesco ne è ben cosciente e per questo non ha perso tempo. Ha incontri diplomatici, sta convocando gli ambasciatori, chiama i fedeli, l’umanità, cattolici, cristiani, gli aderenti di ogni confessione religiosa, i non credenti, a una mobilitazione che si esprima con la preghiera e con ogni altra forma civile e umana.

Mai, dall’elezione a oggi, papa Francesco era apparso subito teso e preoccupato come domenica quando si è affacciato dall’appartamento per recitare l’Angelus. Con voce grave ha detto: «vorrei farmi interprete del grido che sale da ogni parte della Terra, da ogni popolo, dal cuore di ognuno, dall’unica grande famiglia che è l’umanità, con angoscia crescente: è il grido della pace. E’ il grido che dice con forza: vogliamo un mondo di pace, vogliamo essere uomini e donne di pace, vogliamo che in questa nostra società, dilaniata da divisioni e da conflitti, scoppi la pace; mai più la guerra! Mai più la guerra!».

Sono gli echi del grido di altri pontefici: da Benedetto XV alla vigilia della Prima guerra mondiale a Pio XII alla Seconda, a Giovanni XXIII nell’enciclica Pacem in terris e di fronte ai missili puntati su Cuba, a Giovanni Paolo II. «La pace», ha continuato Francesco, «è un dono troppo prezioso, che deve essere promosso e tutelato». E va al cuore del problema: «Vivo con particolare sofferenza e preoccupazione le tante situazioni di conflitto che ci sono in questa nostra Terra, ma, in questi giorni, il mio cuore è profondamente ferito da quello che sta accadendo in Siria e angosciato per i drammatici sviluppi che si prospettano. Rivolgo un forte appello per la pace, un appello che nasce dall’intimo di me stesso. Quanta sofferenza, quanta devastazione, quanto dolore ha portato e porta l’uso delle armi in quel martoriato Paese, specialmente tra la popolazione civile e inerme».

L’attenzione va ai bambini che la guerra eliminerà o comunque menomerà. Finora si contano più di 5 mila morti. «Pensiamo: quanti bambini non potranno vedere la luce del futuro». La guerra è cieca. E il Papa non si tace nulla. «Con particolare fermezza condanno l’uso delle armi chimiche. Vi dico che ho ancora fisse nella mente e nel cuore le terribili immagini dei giorni scorsi. C’è un giudizio di Dio e anche un giudizio della storia sulle nostre azioni a cui non si può sfuggire. Non è mai l’uso della violenza che porta alla pace. Guerra chiama guerra, violenza chiama violenza».

Chiede la collaborazione di tutti, papa Francesco. «Con tutta la mia forza, chiedo alle parti in conflitto di ascoltare la voce della propria coscienza, di non chiudersi nei propri interessi, ma di guardare all’altro come ad un fratello e di intraprendere con coraggio e con decisione la via dell’incontro e del negoziato, superando la cieca contrapposizione». Non solo ai singoli e ai governi. «Con altrettanta forza esorto anche la comunità internazionale a fare ogni sforzo per promuovere, senza ulteriore indugio, iniziative chiare per la pace in quella Nazione, basate sul dialogo e sul negoziato, per il bene dell’intera popolazione siriana. Non sia risparmiato alcuno sforzo per garantire assistenza umanitaria a chi è colpito da questo terribile conflitto, in particolare agli sfollati nel Paese e ai numerosi profughi nei Paesi vicini. Agli operatori umanitari, impegnati ad alleviare le sofferenze della popolazione, sia assicurata la possibilità di prestare il necessario aiuto».

Francesco va dentro la coscienza di ciascuno. Domanda: «Che cosa possiamo fare noi per la pace nel mondo?». E risponde: «Come diceva papa Giovanni: a tutti spetta il compito di ricomporre i rapporti di convivenza nella giustizia e nell’amore». Da parte sua chiede «una catena di impegno per la pace unisca tutti gli uomini e le donne di buona volontà. E’ un forte e pressante invito che rivolgo all’intera Chiesa cattolica, ma che estendo a tutti i cristiani di altre confessioni, agli uomini e donne di ogni religione e anche a quei fratelli e sorelle che non credono: la pace è un bene che supera ogni barriera, perché è un bene di tutta l’umanità. Ripeto a voce alta: non è la cultura dello scontro, la cultura del conflitto, quella che costruisce la convivenza nei popoli e tra i popoli, ma questa: la cultura dell’incontro, la cultura del dialogo; questa è l’unica strada per la pace. Il grido della pace si levi alto perché giunga al cuore di tutti e tutti depongano le armi e si lascino guidare dall’anelito di pace. Per questo, fratelli e sorelle, ho deciso di indire per tutta la Chiesa, il 7 settembre prossimo, vigilia della ricorrenza della Natività di Maria, Regina della Pace, una giornata di digiuno e di preghiera per la pace in Siria, in Medio Oriente, e nel mondo intero, e anche invito ad unirsi a questa iniziativa, nel modo che riterranno più opportuno, i fratelli cristiani non cattolici, gli appartenenti alle altre religioni e gli uomini di buona volontà».

«Il 7 settembre in Piazza San Pietro», prosegue Bergoglio, «dalle 19 alle 24 ci riuniremo in preghiera e in spirito di penitenza per invocare da Dio questo grande dono per l’amata Nazione siriana e per tutte le situazioni di conflitto e di violenza nel mondo. L’umanità ha bisogno di vedere gesti di pace e di sentire parole di speranza e di pace. Chiedo a tutte le Chiese particolari che, oltre a vivere questo giorno di digiuno, organizzino qualche atto liturgico secondo questa intenzione. A Maria chiediamo di aiutarci a rispondere alla violenza, al conflitto e alla guerra, con la forza del dialogo, della riconciliazione e dell’amore. Lei è madre: che Lei ci aiuti a trovare la pace; tutti noi siamo i suoi figli. Aiutaci, Maria, a superare questo difficile momento e ad impegnarci a costruire ogni giorno e in ogni ambiente un’autentica cultura dell’incontro e della pace. Maria, Regina della pace, prega per noi».

Antonio Sassone



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