Una guerra non voluta da nessuno

Il grande dilemma dei nostri giorni riguardante la Siria è come dare risposta a un crimine che nessuna morale può rendere accettabile: se sia giusto fare contro il presidente-dittatore Assad come l’America di Bush fece in Iraq contro il dittatore Saddam Hussein, accusato di prepararsi a una guerra atomica, o come la Nato e l’Europa fecero in Kosovo, per difendere quel popolo dal nazionalismo fanatico della Serbia di Milosevic.

Nel primo caso, l’intervento militare ha avuto come risultato una guerriglia infinita e la persistenza di un fondamentalismo islamico sciita che oggi appoggia il terrorismo di Stato in Siria; nel secondo caso, la motivazione “umanitaria” ha avuto successo, e Milosevic è finito sotto processo nella Corte di giustizia europea.

I giornali di tutto il mondo occidentale si pongono la domanda, ma non si rispondono a pieno. La realtà, in Usa come in Gran Bretagna, come in Francia o come anche in Italia, dice che l’idea di poter fermare la guerra civile in Siria con una spedizione militare (peraltro ancora non progettata tecnologicamente) non è accettata dall’opinione pubblica, che soffre già di una crisi “globalizzata” e che non vuole, e non può, permettersi altra spesa pubblica in termini bellici. Con il rischio aggiuntivo, sottolineato con tanta fermezza dal Papa, che dalla Siria si scateni la terza guerra mondiale nel giro esatto di cent’anni, dal 1914 a Serajevo in poi.

L’accusa al regime di Bashar Assad e del suo esercito, sostenuto dal fondamentalismo islamico alafita che ha già prodotto Al Qaeda ed Hezbollah in Libano e altrove, é di avere usato armi chimiche, e in particolare gas nervino, proibite espressamente da una convenzione internazionale, contro la popolazione civile in un sobborgo della capitale Damasco, con decine e decine di morti, che sono andati ad aggiungersi ai 130 mila già registrati nei due anni da quando è in corso la guerra civile.

Assad ha risposto respingendo quell’accusa, e il suo principale sostenitore internazionale, il russo Putin, ha già detto che le prove fornite finora dai servizi segreti americani sono insostenibili. Di quelle prove, e dell’analisi che ne stanno facendo inviati speciali delle Nazioni Unite, sarà portato a conoscenza lunedì prossimo 9 settembre il Congresso degli Stati Uniti, al quale il presidente Obama ha “girato” la decisione finora rinviata da parte sua, se mandare o no forze armate statunitensi a cercare di metter fine al dominio criminale di Assad. Il quale ha già gridato al mondo che «se intervenite sarà l’inferno» (e il primo a farne le spese potrebbe essere Israele). Non dimenticando che anche l’Iran, a sua volta a maggioranza sciita, è stato per anni, sotto la presidenza estremista di Ahmadinejad (ora parzialmente corretta dal “moderato” Rohani) il suo più potente alleato mediorientale.

Fra l’altro, non è senza significato che la licenza di vendere agenti chimici alla Siria sia stata concessa dal governo britannico a un’impresa produttrice inglese dieci mesi dopo l’inizio delle rivolte popolari nel gennaio del 2012, anche se lo stesso governo ha ora precisato che l’invio non è mai avvenuto, grazie al successivo embargo decretato contro il regime di Assad.

Resta da ricordare come uno dei motivi dei dubbi occidentali su un intervento militare in questa guerra civile sia di natura religiosa. Da secoli, fin dal suo principio nei decenni successivi alla morte di Maometto nel 632 d.C. a Medina, dove è sepolto, l’islam è diviso in due grandi aree, sciiti e sunniti (questi ultimi fra l’85 e il 90 per cento dei musulmani nel mondo odierno) a loro volta segmentati in molti gruppi e califfati, condizionati da riferimenti diversi alla successione del Profeta e da rilevanti condizionamenti politici, non strettamente religiosi, ma piuttosto di potere giuridico localmente o tribalmente autoritario, in assenza di una guida teologica unica.

Come mettere le mani in un simile miscuglio di identità, proprio in Paesi come Siria, Libano, Egitto, Libia, ma anche India, Pakistan, Sudan e così via, in cui convivono fedeli di altre religioni, e soprattutto cristiani, cattolici, ortodossi e protestanti, a cui tocca l’ingrato compito, come oggi in Siria, di scegliere da che parte stare: con i dittatori o con i fondamentalismi islamici di altra specie, per non pagare un prezzo troppo alto alla propria libertà di culto?

Beppe Del Colle

 



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