Il peggio e la speranza

Giovedi 11 luglio l’articolo di fondo del «Corriere della Sera», scritto da Antonio Polito, recava per titolo questo giudizio riferito alle 24 ore precedenti: «Il giorno nero della Repubblica». Perché «nero»? Perché il Pdl aveva proposto tre giorni di sospensione dei lavori del Parlamento come clamorosa, aventiniana risposta alla decisione della Corte di cassazione di tenere il 30 luglio la propria udienza sul processo Mediaset, chiesta dalla difesa dell’ex premier (ma certo senza nessuna urgenza, dato l’incombere non lontano della prescrizione).

Una decisione presa ovviamente dalla Cassazione in punto di diritto, come da codice di procedura penale vigente, per evitare che il reato addebitato dalla Corte d’appello di Milano a Silvio Berlusconi, confermandone la condanna emessa in primo grado a quattro anni di reclusione e a cinque di interdizione dai pubblici uffici, cada appunto parzialmente in prescrizione, costringendo magari a un nuovo processo con eventuali pene inferiori (a meno che la Suprema Corte non decida martedi 30 luglio l’assoluzione totale del Cavaliere).

Giorno «nero», dunque: ma affievolito dall’accordo fra il Pdl e il Pd perché il Parlamento fosse costretto al riposo solo per poche ore, sia pure fra le proteste assordanti e spogliarelliste del M5S in aula. Ma la “festa” era cominciata. Giorno dopo giorno, polemiche dentro lo stesso Pdl tra “falchi” e “colombe”, dentro lo stesso Pd fra renziani e antirenziani, dentro lo stesso M5S in via di dissoluzione; ma anche dentro Scelta civica di Monti a proposito delle “larghe intese” su cui si regge faticosamente il governo Letta, a proposito di abolizione dell’Imu sulla prima casa, di tagli all’Iva e alla spesa pubblica.

Con una postilla, non ininfluente: il commento acido di Fabrizio Cicchitto, ex socialista e compromesso con la P2 di Licio Gelli, al messaggio lanciato da papa Francesco a Lampedusa a favore dell’accoglienza degli immigrati: «Un conto è predicare, un conto è governare». A queste parole francamente banali, inutili e oltraggiose, nessuna replica da parte dei cattolici del Pdl, trattati duramente per questo dal direttore di «Famiglia Cristiana» sul blog della sua rivista.

Finché si arriva, a cavallo fra la seconda e la terza settimana di luglio, a due incidenti di enorme risonanza interna e internazionale. Il primo è l’insolente, vergognosa violenza verbale sull’immigrazione dall’Africa, culminante nella frase del politico leghista Erminio Boso: «Sono contento se affonda un barcone. Non me ne frega niente di quello che ha detto il Papa». Non bastasse Boso, ecco l’altro leghista Calderoli, attualmente addirittura vicepresidente di Senato, a proposito del ministro Cecile Kyerge, nata in Congo: «Quando la vedo penso a un orango».

I commentatori si affannano a spiegare che Calderoli non è sempre così drastico e sprezzante verso i “neri”, ma lo è per forza quando parla davanti al pubblico leghista: il che è ancora peggio, perché dimostra quanto la Lega corteggia, solletica e avvelena, da più di vent’anni, i peggiori istinti della società settentrionale.

Il secondo incidente è di tutt’altra natura, e per certi aspetti ancora più grave del razzismo leghista, perché rappresenta violentemente quella «indifferenza della globalizzazione» condannata da papa Bergoglio a Lampedusa come strumento utile solo agli affari e agli intrugli macroeconomici e strategici anche dell’Italia, in un mondo senza più princìpi etici da salvaguardare in nome dell’uguaglianza fra gli uomini e i loro diritti: la decisione, presa in ambito governativo sotto la responsabilità dei ministeri dell’Interno e degli Esteri, di espellere dall’Italia, con la figlioletta di sei anni, la signora Alma Shalabayeva, moglie del banchiere kazakistano Mukhtar Ablyazov, da anni nemico giurato del presidente-dittatore Nazarbaev e ora esiliato a Londra.

Madre e figlia erano ospiti segrete di una villetta a Casal Palocco, vicino a Roma, quando la notte del 28/29 maggio sono bloccate da 50 uomini della squadra mobile (che cercano a quanto pare il banchiere, che lì non c’è) e trasferite al Centro di identificazione ed espulsione di Ponte Galeria. Qui la polizia trova che il passaporto fornito dalla Repubblica centrafricana alla donna sarebbe falso, o meglio, la individuerebbe con il cognome di quando era nubile, e il 31 maggio la porta a Ciampino, sempre con la bambina, e le imbarca su un aereo privato kazako, che le riconduce in patria, con l’ordine di non muoversi più dagli arresti domiciliari.

Quando, dopo oltre un mese, la storiaccia salta fuori, Enrico Letta si rende conto di quanto essa offenda l’immagine internazionale del suo governo e annulla velocemente la decisione dell’espulsione. Ma non riesce a cancellarne le conseguenze politiche inevitabili, cioè il conflitto di responsabilità fra due ministri e la necessità inderogabile di punire i colpevoli, a qualunque grado e funzione appartengano nella sicurezza pubblica.

Tanto più grave è quella colpevolezza, quando si apprende che la decisione di espellere la signora Alma e la sua bambina è stata presa dopo accordi segreti con l’ambasciatore del Kazakistan a Roma, senza avvisarne, a quanto pare, i ministri Alfano e Bonino. E qui, di là dalle dichiarazioni dei ministri in Parlamento e dalle loro conseguenze ufficiali sulle responsabilità dei funzionari implicati nella vicenda, con le dimissioni del capo di gabinetto del Viminale Giuseppe Procaccino martedì 16, entra in gioco quella «indifferenza etica della globalizzazione», indicata da papa Francesco, che appare sempre più il sottofondo della storia.

Si sa che fra l’Italia e il Kazakistan esiste un fortissimo rapporto fra le rispettive imprese industriali e commerciali, pubbliche e private, a cominciare dall’energia con l’Eni, e per questo non è certo inimmaginabile che si sia mosso l’ambasciatore kazako a Roma facendo pressione sui maggiori esponenti della polizia italiana, cominciando proprio da Procaccino al ministero dell’Interno. A quali fini, chi lo sa. E fino a che punto e perché ne siano stati tenuti senza informazioni i ministri, che qualcuno ora invita a dimettersi, chi lo sa. Ma non è ignoto a nessuno che il presidente kazako Nazarbaev sia amico personale di Berlusconi e che abbia trascorso alcuni giorni di vacanza in Sardegna a metà maggio, quando si preparava l’operazione Alma Shalabayeva.

Davanti a tutto questo cumulo di silenzi, segreti, interessi noti o illeciti, è lecito domandarsi se qualcuno, a destra o a sinistra nelle “larghe intese”, stia complottando contro il governo Letta, la cui caduta sarebbe il peggio di quanto possa capitare all’Italia nelle prossime settimane e nei prossimi mesi.

Ma al peggio non c’è mai fine. Proprio settant’anni fa, nel 1943, il mese di luglio fu straordinariamente vicino alla distruzione e cancellazione di un Paese chiamato Italia. All’inizio, ci fu lo sbarco degli Alleati in Sicilia, La notte del giorno 13 Torino subì il più terribile bombardamento aereo di tutta la guerra, condotto da 250 aerei inglesi, che provocò 792 morti e centinaia di feriti. Il 19 la stessa sorte toccò in pieno giorno a Roma, mai colpita prima, con 1.496 uccisi sotto le macerie causate da centinaia di bombardieri americani. Papa Pio XII restò immortalato dalla fotografia della benedizione che portò dopo poche ore a San Lorenzo, epicentro dell’incursione. Il 25 il Gran Consiglio del fascismo tolse il potere a Mussolini.

Avevo poco meno di dodici anni. Ero a Torino, ospite in casa dei nonni in borgata Aurora. Ricordo come fosse ora lo scoppio delle bombe vicinissime al rifugio dove ci trovavamo. Finito il bombardamento, con il mio papà passai davanti alla chiesa di san Gioachino in fiamme, con l’amato parroco don Gallea in lacrime; dal balcone di casa si vedeva il cielo rosseggiante per gli incendi in Barriera di Milano e Madonna di Campagna.

Più tardi caricammo qualcosa su un carrettino e andammo a piedi fino a San Francesco al Campo, dove una zia era sfollata. 21 chilometri a piedi, passando da Borgaro, Caselle, San Maurizio, insieme a centinaia di altre famiglie fuggiasche nel sole caldissimo di luglio. Il giorno 26, tornato a Torino in treno sulla Cirié-Lanzo, andai in piazza Castello dove vidi la folla che prendeva a calci i resti di un cippo in memoria di un “martire fascista”, mentre dalle finestre della non lontana Casa del Fascio volavano documenti, libri, testimonianze del regime che era finito.

Sono tornato in questi giorni a san Gioachino. Ho riletto la scritta sulla colonna all’ingresso: «Questa colonna spezzata, muta testimone dell’incursione del 13 luglio 1943 sotto l’illuminato governo del teologo avv. Roberto Gallea legato per quarant’anni alle glorie del popoloso rione, addita alle nuove generazioni la chiesa risorta dalle macerie». Davanti all’ingresso dell’oratorio parrocchiale (sono da poco passate le otto del mattino) un folto gruppo di bambini e ragazzini di ogni colore, neri, gialli, bianchi di vari Paesi e addirittura continenti, fa la coda per entrare. Il parroco Mario Marin mi accompagna, e così scopro che qui, nel “rione” torinese di Porta Palazzo in cui più folta è la popolazione immigrata, la speranza ha un nuovo squarcio di vita.

Il peggio non è mai senza rimedio. Nel capolavoro di Paolo Monelli «Roma 1943», uscito per la prima volta nel 1945, a guerra ancora in corso, e ripubblicato 50 anni dopo da Einaudi, si legge questa descrizione dei cittadini della capitale il 19 luglio di quel terribile anno: «Vedemmo questi romani, che ci erano apparsi brulicanti e clamorosi nei poveri mercati, per le vie gremite, queruli e litigiosi nelle file, nei tranvai stipati, dovunque li ammucchiasse la squallida miseria quotidiana, subire le offese mortali con un fierezza malinconica e austera; li vedemmo frugare fra le case distrutte, cercare i famigliari scomparsi, caricarsi in capo le poche masserizie salvate dalla rovina, andare per le vie invase dal polverone soffocante, picchiate dal sole, far sosta alle fontane, all’ombra delle mura con atteggiamenti misurati e solenni; non si vedeva un viso stravolto, non si udivano imprecazioni, né lamenti, non brillavano lacrime. Paziente dignità della gente nostra, che la sventura rivela; coscienza della sua nobiltà, della sua umanità».

Insomma, dei Calderoli non resterà nulla, e un filo di speranza possiamo ancora nutrirlo per questo Paese in cui il peggio sembra non passare mai. Soprattutto nella politica, dove c’è qualcuno, molto in alto, che ha negato fino a poco fa che ci fosse una crisi, così come Mussolini aveva sentenziato, dopo i primi sbarchi alleati in Sicilia, che i nostri soldati avrebbero aggredito i nemici «annientandoli fino all’ultimo uomo. Di modo che si possa dire che hanno occupato un lembo della nostra patria, ma l’hanno occupato rimanendo per sempre in una posizione orizzontale, non verticale».

Beppe Del Colle



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