Il mondo cerca una locomotiva

Nelle ultimissime settimane il quadro complessivo delle previsioni sull’economia internazionale e delle attese degli operatori sembra aver aggiunto margini ulteriori di incertezza ad uno scenario già di per sé caratterizzato dalla spasmodica attesa di effettivi segnali di una consistente ripresa, che continuano ad essere periodicamente spostati avanti nel tempo.

L’ultimo aggiornamento delle stime del Fondo monetario internazionale (World Economic Outlook Update, luglio 2013) conferma, se ve ne fosse bisogno, che l’economia mondiale è alla disperata ricerca di una “locomotiva” che possa trarla definitivamente fuori dalle secche della stagnazione, ma che nella presente fase nessun singolo Paese o area è in grado di rappresentare un credibile candidato a tale ruolo. Secondo le stime dell’autorevole organismo, quest’anno il Pil mondiale replicherà in modo quasi perfetto la performance dello scorso anno, con un +3,1 per cento, vicinissimo a quel ritmo del 3 per cento ove, considerando la dinamica dei Paesi emergenti, viene collocato convenzionalmente lo spartiacque tra stagnazione ed effettiva ripresa. Il 2010 e il 2011, caratterizzati da ritmi espansivi rispettivamente vicini al 5 e al 4 per cento, restano molto lontani, per non parlare degli anni immediatamente precedenti la crisi iniziata nel 2008, in cui il Pil mondiale cresceva a tassi sistematicamente compresi tra il 5 e il 6 per cento.

Manca una locomotiva, s’è detto. Tale sensazione è in parte figlia di un modo ancora datato di percepire il quadro economico internazionale, ove la rivoluzione indotta dai Paesi emergenti ha ridotto progressivamente l’importanza dei Paesi di antica industrializzazione senza sostituire ad esso nessuna alternativa realmente credibile, neppure l’apparentemente inossidabile Cina. In realtà, l’aumento del numero dei poli di crescita a livello mondiale è in sé un fatto positivo, sia per le popolazioni coinvolte, che vedono estendersi il benessere ad aree sempre più vaste del pianeta, sia per l’equilibrio complessivo dell’economia del globo, il cui ritmo espansivo non è più legato ai destini di un unico grande Paese o gruppo di Paesi. Purtroppo, però, la condotta attuale degli analisti è ancora legata al tentativo di individuare un’area in grado di trainare le altre, e al momento questa non si vede.

Rispetto all’Outlook di aprile, secondo il Fondo monetario tutti frenano. Gli Usa, ove l’incapacità delle due grandi forze politiche, sempre più polarizzate e dominate dalle frange estreme, ha condotto al mancato accordo sul tetto al debito pubblico e quindi ai tagli automatici al bilancio federale, che cominciano a “mordere” su una economia sempre più dipendente dalla droga monetaria della Banca centrale, che tutti sanno che non potrà essere somministrata all’infinito. Frena la Cina, ove la nuova leadership ha i suoi problemi nell’affrontare le conseguenze del sovrainvestimento degli ultimi anni e la situazione tutt’altro che tranquillizzante del sistema bancario, ma anche il Brasile, rivelatosi improvvisamente fragile sul piano socio-politico proprio negli anni in cui tutti si attendevano il suo definitivo ingresso tra i Paesi ad alto livello di sviluppo. Frenano gli altri emergenti, giacché il solo annuncio di una possibile futura riduzione della politica espansiva della Fed ha avuto l’effetto di provocare cospicui riflussi di capitali che si sono diretti verso i titoli pubblici Usa a lunga scadenza (Treasury Bill), caratterizzati da rendimenti in rialzo e da un miglior merito di credito.

Prosegue la crisi nell’area dell’euro, a proposito della quale il Fmi parla espressamente di una zona caratterizzata da un notevole indebolimento della domanda interna e dal protrarsi della recessione, e dove sarebbe indispensabile sviluppare quanto prima possibile una reale unione bancaria in grado di far ripartire il credito alle imprese, specie le Pmi dei Paesi mediterranei. Tra i grandi Paesi, solo per il Giappone il Fondo aggiorna al rialzo le stime di crescita nel 2013, a fronte degli effetti della politica ultraespansiva della sua banca centrale, non senza segnalare che in prospettiva si tratta di una strategia non sostenibile, se non accompagnata da un credibile piano di rientro dell’elevatissimo debito pubblico nipponico. E comunque, in un mondo in cui le “locomotive” esistono ormai solo più negli esercizi previsionali e negli articoli di giornale, neppure il Giappone può, da solo, trascinare fuori dalle secche l’economia mondiale.

Il dato sintetico che forze riassume meglio la situazione è quello sulla crescita del commercio mondiale di merci e servizi, “limato” dal Fmi, rispetto ad aprile di mezzo punto, e che ora per il 2013 si colloca, come il Pil mondiale, al 3,1 per cento (era al 6 per cento nel 2011 e tra l’8 e il 9 per cento prima del 2008).

In questo scenario la posizione di una economia export led come quella italiana non può che essere pesantemente condizionata dai continui rinvii che caratterizzano le attese di ripresa. Il peggior timore degli ambienti dell’industria manifatturiera nazionale riguarda la possibilità che, dopo l’ulteriore caduta di quest’anno, nel 2014 non si vada oltre un puro e semplice “rimbalzo tecnico”, ossia una sostanziale stabilizzazione dei livelli produttivi che, ricordiamo, per l’industria sono del 25 per cento sotto quelli del 2007 e per il Pil intorno al 10 per cento.

L’ennesimo declassamento del merito di credito del debito sovrano della Repubblica, per quanto ampiamente ridondante, non è più di tanto criticabile. Con una economia che non cresce, e con le alchimie indispensabili in un governo di coalizione, che all’estero vengono però percepite come irresolutezza, e che fanno dubitare della solidità delle coperture necessarie per finanziare gli interventi su Imu e Iva, difficilmente ci si poteva attendere un trattamento diverso.

I motivi per sperare in un miglioramento della situazione non mancano. Come s’è fatto osservare nelle scorse settimane, i provvedimenti del governo, con tutti i loro limiti, vanno nella direzione giusta. In particolare l’introduzione degli incentivi agli acquisti di mobili ed elettrodomestici a basso consumo di energia, il rinnovo dei bonus sulle ristrutturazioni edili, le maggiori risorse per l’occupazione giovanile potranno agire positivamente. Ma si tratta, tutto sommato, di rappezzi. Tutto dipende dalla capacità del governo (e del Paese) di reggere fino all’avvio della ripresa internazionale. E se questo si allontana mese dopo mese anche la fine tattica del “temporeggiatore” Letta potrebbe non bastare.

Antonio Abate

 



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