Egitto in fiamme "primavera" fallita

L’Egitto è nuovamente sull’orlo della guerra civile, come nei giorni cruciali della caduta del dittatore Hosni Mubarak dopo decenni di potere indiscusso. Oggi a infiammare gli animi è la deposizione del presidente Mohamed Morsi, avvenuta allo scadere dell’ultimatum imposto dall’esercito nei suoi confronti al culmine di un crescendo di tensioni alimentate da estese proteste popolari.

Entrambi gli episodi, avvenuti a poco più di due anni di distanza l’uno dall’altro, presentano la stessa meccanica: nei giorni precedenti la loro destituzione, i due capi di Stato sono stati oggetto di contestazioni ormai insostenibili da parte di una larga fetta della popolazione, sfociate in manifestazioni oceaniche nella centrale piazza Tahrir, al Cairo, ormai luogo-simbolo della rivoluzione egiziana. Tuttavia, sono stati esautorati solo con l’intervento diretto dell’esercito, unica entità in grado di far valere un peso specifico decisivo, al di là della mobilitazione della popolazione, tanto apprezzabile sotto il profilo sociale quanto velleitaria sotto l’aspetto operativo.

In compenso, la partecipazione popolare risulta determinante, come due anni fa, per occupare le piazze, chi per chiedere un rinnovamento, chi per difendere il regime in carica, allora quello di Mubarak, oggi quello dei Fratelli musulmani. Il confronto sul territorio fra due enormi masse popolari contrapposte, spesso esaltate e a tratti inferocite, porta inevitabilmente a “contatti” che sfociano poi in scontri anche estremamente violenti, in particolare al Cairo, dove si è verificata una vera e propria battaglia di strada nei pressi della sede della televisione nazionale, cessata solo grazie all’interposizione dell’esercito. E la situazione si ripete un po’ ovunque, da Alessandria alla (ormai non più tanto) turistica Luxor, ma soprattutto nel turbolento Sinai, dove bande di jihadisti scorazzano nei pressi del confine con la Striscia di Gaza, e dove è stato brutalmente freddato un sacerdote copto.

Fatalmente, il numero delle vittime (al momento 54 persone sono state uccise negli scontri tra i militari e i sostenitori del deposto presidente Morsi) rischia di subire un ulteriore aumento se la tensione dovesse continuare a salire e non si riuscisse a trovare una soluzione in grado di accontentare le varie fazioni e placare gli animi. Purtroppo l’impresa non è semplice, vista la profonda spaccatura che divide il Paese, come ha evidenziato la retromarcia sulla candidatura a premier di Mohamed El Baradei, figura di prestigio internazionale, ex capo dell’Aiea e insignito del Nobel per la pace. Espressa dal presidente ad interim Adly Mansour, capo della Corte costituzionale (che ha promesso modifiche alla Costituzione ed elezioni entro la fine dell'anno), la nomina ha incontrato l’opposizione di tutte le formazioni islamiste, che accusano El Baradei di essere una pedina degli Stati Uniti, ma si è comunque tramutata nella carica di vice presidente con delega alle relazioni internazionali, mentre l'ex vicepremier egiziano e ministro delle Finanze, Hazem el-Beblawi, è stato incaricato di formare il governo.

Come si è arrivati a una simile polarizzazione della politica egiziana nel dopo-Mubarak e durante il fallimentare anno di presidenza Morsi? Tutto prende avvio con la cosiddetta «primavera araba», l’ondata di proteste che, partendo dalla Tunisia, contagia l’Egitto e determina il crollo del regime di Mubarak, cristallizzato al potere da decenni. Il controllo del Paese viene assunto da una giunta militare presieduta dal feldmaresciallo Tantawi, che avvia un tortuoso processo di “democratizzazione” attraverso una serie di stucchevoli tornate elettorali, culminate nelle elezioni presidenziali del giugno 2012, a più di un anno dalla caduta del regime, tra farraginosità burocratiche e repressione anche violenta del dissenso popolare determinato dall’impazienza.

Nonostante il lasso di tempo relativamente lungo, il movimento popolare in gran parte giovanile che aveva dominato le piazze nei giorni della rivolta non riesce a organizzarsi politicamente, e si presenta alle urne frammentato e impreparato, lasciando campo libero alla macchina propagandistica dei Fratelli musulmani, organizzazione islamista fondata proprio in Egitto nel 1928. Dopo essere stati duramente repressi da Nasser e appena tollerati da Sadat, con Mubarak i Fratelli musulmani avevano fatto il loro rientro in Parlamento, seppure all’opposizione, senza alcuna possibilità di far valere le proprie istanze, ma alla caduta dell’ultimo raiss si presentano alle elezioni forti di un’esperienza politica collaudata e di un’organizzazione solida ed estesa capillarmente, supportati oltretutto da vagonate di petrodollari sauditi e dell’emirato del Qatar, ormai protagonista presente in tutti gli avvenimenti mediorientali.

Di conseguenza, prevalgono in tutte le elezioni, dalle parlamentari alle presidenziali, dove si affermano nonostante il loro candidato ufficiale, Khayrat al-Shater, fosse stato cavillosamente respinto dalla commissione elettorale, costringendoli a ripiegare su Morsi, chiaramente una seconda scelta. Quest’ultimo, appena insediato a nome del Partito Libertà e Giustizia (l’alias politico della Fratellanza, che ufficialmente è un’entità religiosa) ha immediatamente iniziato la virata verso l’islamismo, che è il cardine su cui è impostata tutta l’ideologia e l’azione politica dei Fratelli musulmani.

Dopo aver silurato il capo dell’esercito Tantawi, nel tentativo di sostituirlo con qualcuno a lui più gradito, Morsi ha cercato di porre sotto il proprio controllo anche la magistratura, sollevando le vibrate proteste dei giudici. E, profittando del balzo di popolarità e credibilità internazionale seguito al personale successo diplomatico nelle trattative fra Israele e Hamas dopo il breve conflitto a Gaza nel novembre dello scorso anno, ha tentato il colpo gobbo, aumentando per decreto i propri poteri.

Nonostante le immediate proteste lo abbiano costretto a ridimensionare i suoi piani, è comunque riuscito a condurre in porto una riforma della Costituzione in senso islamista che, di fatto, ha introdotto nel paese la Sharia, la legge coranica, dopo decenni di secolarizzazione e laicità delle istituzioni. E poiché tale scelta incontrava l’ostilità della popolazione, Morsi si è fatto più volte tentare dall’autoritarismo.

Preso com’era dal fervore religioso che stava iniettando a forza nelle istituzioni, non si è reso conto di tre cose fondamentali. La prima, che la rivolta di popolo scoppiata contro Mubarak era sì ispirata da valori ideali di libertà e rinnovamento, ma soprattutto dettata dalle deplorevoli condizioni economiche in cui versava gran parte della popolazione e il Paese nel suo complesso, situazione che la sua dabbenaggine non ha fatto altro che peggiorare. La seconda, che il continuo tracollo economico stava portando l’Egitto al fallimento, con gravi conseguenze anche per l’economia globale, cosa che preoccupa la comunità internazionale assai di più del mancato rispetto dei diritti umani e civili o delle derive islamiste. La terza, che a prescindere da chi lo guidi nominalmente, l’esercito del Cairo riceve sostanzialmente disposizioni direttamente da Washington, in virtù degli ingenti finanziamenti che ormai da anni gli Stati Uniti versano ai militari egiziani.

Così, quando la situazione è divenuta insostenibile sotto il profilo sociale, ma soprattutto sotto quello economico, con il concreto rischio di default dell’Egitto, e conseguente effetto domino sulle altre nazioni mediorientali e non solo, la Casa Bianca ha concordato una strategia volta a depotenziare Morsi e modificare le politiche per cercare soluzione ai guai economici, coinvolgendo anche l’opposizione laica. Per costringere il presidente a fare un passo indietro, l’esercito ha lanciato un ultimatum, scaduto il quale, nella giornata del 3 luglio, ha provveduto a deporre Morsi e a metterlo in custodia, probabilmente nella sede del ministero della Difesa. Contestualmente, è stato sciolto il Parlamento e sospesa la nuova Costituzione di ispirazione coranica. La reazione degli islamisti non si è fatta attendere, già il venerdì seguente erano in piazza a difesa del “loro” presidente e della loro concezione teocratica della “cosa pubblica”. Inevitabile a quel punto lo scontro con la folla che, al contrario, stava celebrando la destituzione di Morsi.

Ora, mentre la politica continua a cercare una soluzione percorribile, l’Egitto rimane in fiamme, dalle piazze cittadine ai deserti del Sinai, dove si muovono i gruppi armati pro-Morsi, costituiti da fondamentalisti vicini ad Hamas, la costola della Fratellanza che domina la Striscia di Gaza.

Riccardo Graziano

 



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