Mandela, il coraggio e il perdono

Quasi venti anni fa, nel marzo 1994, ebbi la fortuna di seguire da vicino Nelson Mandela nella campagna elettorale che lo portò alla presidenza del Sudafrica, primo nero a conquistare questa carica dopo decenni di apartheid e ignobili prevaricazioni della minoranza bianca (il 15 per cento degli abitanti) detentrice d’ogni potere.

Sotto tanti aspetti, era la prima volta ch’egli si presentava al suo popolo quale leader in carne e ossa, andando di città in città, e più ancora di villaggio in villaggio, tra le rovine materiali e umane dell’apartheid, a spiegare le proprie idee redentive e i diritti e doveri da acquisire in order to build a new Nation, cioè «al fine di edificare una nuova Nazione». Prima, per milioni di neri diseredati, Mandela non era che un nome e un simbolo. Era l’ergastolano deportato sull’arida isoletta di Robben a spaccare pietre, senz’altra colpa che l’essersi levato contro un regime di ingiustizie. Con quel gesto e quella condanna (che duró ventisette anni) aveva preso su di sè il fardello degli oppressi, i quali via via e sempre di più si erano riconosciuti in lui, invisibile profeta del loro riscatto.

Adesso, però, la trasformazione del Sudafrica era cominciata; Mandela, libero dal 1990, lo si poteva vedere con i propri occhi, ascoltare, seguire nell’itinerario dei suoi discorsi, i quali, tuttavia, non erano della specie che gli uditori s’aspettavano. L’uomo che dalla prigionia aveva sconfitto l’apartheid e indotto il governo boero a negoziare con lui non s’esprimeva con l’esultanza dei vincitori; al contrario, il suo parlare era piano e dimesso. Scontati in condizioni barbare quasi trent’anni di una condanna palesemente ingiusta, era tornato nel mondo senza traccia di acredine verso i suoi persecutori. Li voleva, finalmente, d’accordo con lui; e tanto gli bastava.

In questo modo, del resto, teneva fede alle parole conclusive della propria arringa (era avvocato e si difese da solo) dinanzi alla Corte suprema di Pretoria che gli inflisse l’ergastolo: «Durante la mia esistenza mi sono dedicato a questa lotta del popolo africano per il diritto di vivere. Mi sono battuto contro la supremazia bianca e contro la nera. Il mio ideale prediletto è quello di una società libera e democratica dove tutte le persone vivano in armonia e con pari opportunità. E’un ideale per cui spero di vivere ancora, fino a vederlo realizzato. Ma ove fosse necessario, è anche un ideale per il quale sono disposto a morire».

Nei giorni spesi al suo seguito mi resi conto che Mandela non era in alcun modo tentato dalla demagogia. Non erano per lui le uscite retoriche magniloquenti, ma un discorrere semplice, suadente perchè veritiero. Non cercava di impressionare le folle, ma di istruirle elementarmente. Più che un oratore, era un maestro, ansioso di disciplinare i suoi allievi e prepararli bene al prossimo esame, vale a dire, nel caso specifico, le prime elezioni democratiche del Sudafrica. Alle povere turbe indigene che accorrevano da ogni parte ad ascoltarlo raccomandava la pazienza, la calma di fronte a qualsiasi provocazione, «perchè la Storia è dalla nostra parte e quel che ci richiede è di mettere insieme una Nazione nuova». In sintesi il suo leit-motiv, anche parlando nei luoghi più segnati dall’epopea boera, come l’Orange e il Transvaal, era che bisognava trascendere il passato, dimenticarne i conflitti, le miserie e il sangue versato, e dedicarsi alla realtà diversa, emendata, cui ci si stava affacciando.

Ma più in grande, nel contesto politico sudafricano, nonostante gli accordi stipulati a Pretoria e Città del Capo, l’atmosfera era ancor greve d’incertezze e tensioni; e alle grandi attese s’accompagnavano altrettanto grandi angosce. Nella regione del Natal, patria degli zulu, eran scoppiate zuffe cruente, con decine di morti, tra il partito indigeno del capotribù Gasha Buthelezi (un favorito del tramontante regime boero) e l’African National Congress di Mandela. E poco tempo prima due razzisti bianchi, membri di un movimento d’estrema destra, avevano assassinato il leader comunista Chris Hani appena rimpatriato da un esilio ventennale. Hani era il più colto e carismatico dei riformisti neri e aveva avuto un ruolo importante, accanto a Mandela, nelle trattative e nei piani del cambiamento. Esasperando le reciproche diffidenze tra la maggioranza africana e le minoranze angloboere, questo delitto provocatorio e infame aveva spinto il Paese sull’orlo di una spaventosa guerra civile. E se non accadde, se fu scongiurata, fu perché tra i contendenti s’interpose l’ex ergastolano di Robben Island, riconosciuto da quel punto in poi come un colosso della riconciliazione e del perdono.

L’appello televisivo di Mandela a poche ore dall’uccisione di Hani è uno dei momenti più significativi della sua vita: «Dal più profondo del mio essere, mi rivolgo a ogni sudafricano, bianco o nero... L’assassinio a sangue freddo di Chris Hani ha stravolto la Nazione. Dolore e rabbia ci stanno dilaniando. Ma è in un momento così che tutti i cittadini del Sudafrica debbono restare uniti contro chiunque voglia distruggere l’ideale cui Hani ha sacrificato la propria vita: la libertà di noi tutti... Le nostre decisioni e azioni mostreranno se siamo capaci di usare questo dolore, e la pena e il senso d’oltraggio per progredire verso l’unica soluzione durevole dei problemi della nostra patria: l’elezione di un governo del popolo, fatto dal popolo, per il popolo. Non dobbiamo permettere che uomini bramosi di guerre e sangue precipitino il Sudafrica in una catastrofe».

Nato nel 1918, figlio d’un capotribù d’etnia xhosa, Nelson Mandela aveva 46 anni quando lo misero in carcere e 72 quando lo liberarono. L’aver escluso dall’arengo politico per così tanto tempo e nella sua età più valida un uomo simile, è una delle magagne più deplorevoli dell’establishment boero, per parte sua scarsissimo di grandi figure. I governi di Vorster e Botha, prestando fede alla propria propaganda, classificarono Mandela e i suoi compagni come terroristi e simpatizzanti del comunismo. Ma erano tutti membri dell’African National Congress, organizzazione non violenta per statuto, fin dalla sua fondazione, nel 1912. Solo al principio degli anni Sessanta Mandela consentì la formazione di una branca militare, la Unkomto we Sizwe («Spada della Nazione») capace d’usar la dinamite. Per comprendere questo mutamento subitaneo bisogna ricordarsi che in quel tempo le leggi dell’apartheid erano state inasprite al di là del sopportabile, Ogni nero, ad esempio, per risiedere nei ghetti urbani (townships) e ottenere impiego in qualche industria doveva essere in possesso di un lasciapassare concesso dalle autorità e confiscabile a loro arbitrio. Il 21 marzo 1960 nella township di Sharpeville la polizia aveva aperto il fuoco su un pacifico corteo di circa cinquemila persone che dimostravano contro questo stato di cose. Settanta morti sulla strada, tra cui diciannove donne e dieci bambini.

La nuova formazione militare dell’Anc entró in azione dopo questi eventi. A titolo di avvertimento, sperando che il regime si ravvedesse e avviasse qualche riforma, i suoi membri fecero saltare due piccole centrali elettriche e un paio d’edifici, verificando prima che fossero assolutamente deserti. Ma furono quasi tutti presi, a cominciare da Mandela, e si ritrovarono a spaccar pietre sull’isola di Robben, fatta di rocce e sabbia, al largo di Città del Capo. Quando fu eletto presidente, Mandela aveva ormai 76 anni, e non volle servire che un mandato, dal 1994 al 1999. Era debole di salute, sebbene facesse del suo meglio per non mostrarlo. Nella lunga detenzione aveva contratto la tubercolosi, e pur guarendone, gli era rimasta una tendenza alle infiammazioni polmonari, il male che lo ha portato alla tomba.

Da presidente, le sue attenzioni prioritarie le dedicò alla riconciliazione: delle etnie in particolare, ma non di esse soltanto. A questi fini, insieme all’arcivescovo Desmond Tutu, creò una istituzione forse unica al mondo: la Commissione (o Tribunale) per la verità e riconciliazione, incaricata di investigare tutti i crimini commessi nell’epoca dell’apartheid sia da parte del governo sia ad opera dell’Anc. In funzione per due anni (1996-‘98) la Commissione ha vagliato migliaia di deposizioni concedendo amnistie individuali ai testimoni risultati veritieri. «Perdonare», ha scritto Mandela nella sua autobiografia, «non è una debolezza, ma un mezzo per ottenere la pace». E quanto all’assenza in lui di odio o risentimento dopo quanto gli è stato inflitto, vi leggiamo: «Tornando in libertà non me li sono portati dietro, perché altrimenti sarebbe stato come rimanere in carcere». Nella medesima chiave egli ha fatto visita, da presidente, a molti di coloro che una volta considerava suoi nemici. Si è recato, per esempio, ed è stato bene accolto, dalla vedova di Hendrik Verwoerd, il premier che codificò l’apartheid e che classificava i neri «al di sotto degli animali».

Mandela ha salvato il Paese dalla guerra civile e lo ha trasformato culturalmente; ma in altre sfere, da sprovveduto nell’arte di governare, e quindi incline a delegare le responsabilità, non gli ha apportato alcun progresso. Il retaggio che lascia, il suo insegnamento universale, è nella sua lotta per la giustizia, nella tolleranza, nell’amor del prossimo, nella riconciliazione e nel perdono. Fosse ancor vivo Chris Hani, che conosceva a memoria il meglio di Shakespeare, dinanzi alla tomba di Mandela reciterebbe forse la chiusa del «Giulio Cesare», cioè l’elogio che Antonio fa di Bruto: «La sua vita fu gentile, e gli elementi in lui così commisti che la Natura può levarsi e proclamare al mondo intero: questo fu un uomo».

Carlo Cavicchioli

 



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