Metà degli italiani esenti dal ticket

Metà dei cittadini non paga il ticket sanitario. E il sistema sta diventando insostenibile. E così il ministro della Salute Beatrice Lorenzin ha annunciato una vera e propria rivoluzione per le esenzioni. Troppi gli assistiti che non pagano i ticket perché esenti.

Persone con difficoltà economiche o patologie croniche che però consumano l’80 per cento delle prestazioni. «Il cambiamento sarà semplice e lineare, tenendo conto dei carichi familiari», ha spiegato il ministro, «la spesa sanitaria è quella più aggredita. Ho detto subito dal primo giorno al ministro Saccomanni che il sistema sanitario non poteva più accettare tagli lineari».

Applicare costi standard per le prestazioni mediche, fare governance sui territori e riprogrammare la spesa sanitaria, rivedere i parametri Isee in base ai carichi famigliari oltre che la ricchezza effettiva. Queste le principali proposte del ministro.

Malati che emigrano al Nord per farsi curare, liste di attesa lunghissime per visite importanti, errori medici, diagnosi sbagliate. Sono tante le difficoltà della sanità nel nostro Paese e non si può certo restare a guardare. «Se la corruzione, come è, è un atto di per sé orrendo, in sanità diventa un atto odioso, perché ogni soldo che viene tolto a una spesa appropriata in questo campo significa far morire qualcuno. Nessuno di noi può togliersi dalla mente e dal cuore questo pensiero quando fa il legislatore o governa», ha sottolineato il ministro.

Quello dei costi della sanità è un tema caldo in Italia, dove da sempre ci sono forti contrapposizioni tra regioni “virtuose” e tecnologicamente avanzate e altre no. E dunque, dopo le dichiarazioni della Lorenzin, non si sono fatte attendere le polemiche. «Finalmente, dopo che il Veneto aveva posto la questione in tutte le occasioni e in tutte le sedi possibili, un governo nazionale si accorge dell’esistenza dei costi standard in sanità», ha sottolineato in una nota il presidente della Regione del Veneto, Luca Zaia. Aggiungendo: «È veramente il caso di commentare: alla buon’ora!».

Reazioni dalla Lega anche in Lombardia, da sempre considerata modello per le politiche sanitarie. La giunta Maroni, infatti, ha congelato i nuovi ticket sanitari entrati in vigore dal primo giugno per 55 interventi prima gratuiti. «Questo è l’inizio di un processo di riduzione dei ticket. Non possiamo continuare ad aumentare i ticket su prestazioni sanitarie per finanziare le viziosità di altre Regioni», ha detto Maroni.

Ma come si è arrivati a questa situazione? E quale sistema può aiutare il Servizio sanitario nazionale a risparmiare? L’abbiamo chiesto al professor Elio Borgonovi, presidente del Cergas (Centro di ricerche sull’assistenza sanitaria e sociale) dell’Università Bocconi di Milano.

Più della metà degli italiani non paga il ticket. Come si è arrivati a questa situazione?

I ticket nascono come strumenti per moderare la domanda, contro gli abusi nelle prestazioni sanitarie. E sono diventati un modo, sia per lo Stato che per le Regioni, per fare cassa e avere entrate in tempi brevi. La legge del 2011 porterà nel 2014 a un aumento di 2 miliardi dei ticket sanitari. Ma per “proteggere” chi è a basso reddito e chi soffre di patologie croniche sono stati posti alcuni criteri di esenzione. Quindi questo provvedimento potrebbe non portare i benefici sperati. Siamo in un periodo di crisi economica e se aggiungiamo a questa situazione le inefficienze e gli abusi che ci sono sempre in ogni campo è chiaro che si sono creati molti squilibri, fino ad arrivare al 70 per cento dei cittadini esenti. E così nel 2013 anche se dovevano esserci 850 miliardi di entrate dai ticket è già tanto arrivare a 500.

Cosa si può fare per risolvere il problema?

I ticket vanno rivisti all’interno di un sistema complessivo. Lo Stato deve dare alle Regioni un insieme di indirizzi generali da inscrivere all’interno del “patto per la salute”, un programma triennale (e che forse diventerà quinquennale) che contiene le linee politiche di tutela della salute che devono essere comuni a tutti e poi attuate in autonomia dalle autorità locali.

Quali potrebbero essere questi punti comuni?

I criteri potrebbero essere tre. Innanzitutto vedere quali sono le aree di maggiore inappropriatezza per le esenzioni di farmaci e gli accertamenti clinici. Le Regioni e l’Agenas (Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali) hanno i dati per capire dove ci sono maggiori inadeguatezze: troppi esami, troppa spesa per i farmaci, troppi ricoveri e così via. In secondo luogo, bisognerebbe differenziare di più. Le patologie croniche non dovrebbero essere trattate tutte nello stesso modo, ma l’esenzione dovrebbe essere collegata al costo della patologia. Ci sono casi in cui l’esenzione permette al cittadino di risparmiare 0,10 euro al giorno, che sono 36,50 in un anno: un costo esiguo, rispetto a chi con l’esenzione risparmia centinaia o migliaia di euro. E poi andrebbero rideterminati, in collaborazione con il ministero dell’Economia, i requisiti Isee che permettono di avere l’esenzione sulla base del reddito. Questo potrebbe portare a una razionalizzazione dei ticket. Le Regioni poi potrebbero decidere su quali patologie concedere l’esenzione e su quali prestazioni alzare i costi coprendo la differenza con il proprio fondo. Una strada, insomma, che potrebbe anche essere utile alle amministrazioni regionali per responsabilizzarsi.

Modello Lombardia: secondo alcuni potrebbe essere esteso a livello nazionale. Cosa ne pensa?

In Lombardia il ticket viene applicato seguendo una logica di costi standard. In linea di principio è una strada condivisibile. Ma a livello tecnico forse potrebbe portare più costi che vantaggi. Per realizzarlo a livello nazionale sarebbe infatti necessario raccogliere dati, che possono essere manipolati, creare nuova burocrazia e procedere con tempi molto lunghi, di cui oggi non si disponiamo. È importante invece snellire il sistema, agevolare chi ha difficoltà reali e aiutare le Regioni a farsi carico delle conseguenze delle proprie scelte.

Crisi economica e sanità. Quali gli interventi per le categorie più deboli?

È importante innanzitutto precisare che gli italiani che rinunciano alle cure non lo fanno in toto, ma rinunciano a singole prestazioni perché troppo onerose. Si potrebbe intervenire innanzitutto favorendo una maggiore appropriatezza della cura e diminuendo gli sprechi pubblici, cioè rendendo tutto il sistema più efficiente. Questo potrebbe essere un buon passo per ridurre il costo delle cure. Sarebbe importante favorire iniziative low cost di assistenza sanitaria. Oggi già si vede qualche esempio sia nei centri no profit che in quelli for profit, che offrono esami di routine e radiografie a prezzi scontati o in abbonamento. Queste iniziative però sarebbero sicuramente più efficaci se fossero coordinate dalla Regione o comunque svolte in sinergia con l’attività delle singole Asl: il privato potrebbe, per esempio, impegnarsi a offrire alcuni tipi di prestazioni a basso costo e così le aziende pubbliche potrebbero concentrarsi su servizi più onerosi. Anche l’Ocse ha rilevato che se fino al 2010 la spesa sanitaria ha continuato ad aumentare, oggi questo non accade più nemmeno negli altri Paesi che appartengono a questa organizzazione.

Cristina Conti

 



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