Un patto tra imprese e famiglie

Ricerca del profitto o del bene comune? Welfare state o welfare community? Crisi strutturale o possibilità di creare lavoro? Recessione o ripresa economica? E su tutto, la famiglia italiana: anello debole o volano per la società? Cinque domande chiave lanciate da Torino, che si conferma una volta di più città-laboratorio capace di pensare progetti di innovazione sociale, durante il convegno «Un nuovo patto sociale. Scenari e sinergie fra impresa e stakeholder per il welfare» organizzato sabato 29 giugno da Ucid (Unione cristiana imprenditori dirigenti), Università e Forum delle associazioni familiari del Piemonte, in collaborazione con la Pastorale sociale e del lavoro della diocesi, in vista della 47ma Settimana sociale dei cattolici italiani, che si terrà sotto la Mole dal 12 al 15 settembre.

Un’occasione straordinaria di riflessione, che come già in passato nel 1923, nel 1952 e nel 1993 cade in un periodo cruciale per la storia del nostro Paese.

Di fronte alla più grande crisi economica e di valori dal dopoguerra, la Chiesa, le istituzioni e la società civile si interrogano sulle cause che hanno messo in ginocchio il “sistema Italia”, e in particolare il nostro welfare. Lo fanno senza cadere vittima di sterili posizioni ideologiche (che tanto male hanno fatto al Paese in questi anni), ma cercando di essere pragmatiche e lavorando insieme per trovare una soluzione comune, nell’interesse di tutti. Soprattutto delle famiglie e delle nuove generazioni.

Come ha sottolineato in apertura dei lavori il vescovo di Torino, mons. Cesare Nosiglia, rilanciando l’idea di una «agorà sociale» per mettere in rete idee, progetti e risorse: «Per far fronte alla crisi bisogna trovare nuove strade. E per trovare vie concrete c’è bisogno di un patto tra società, imprese e famiglie». L’obiettivo è chiaro: provare ad alzare lo sguardo oltre il buio, come ha suggerito il presidente dell’Ucid torinese, Riccardo Ghidella.

Le ultime stime di Ocse e Confindustria sono a tinte fosche. I numeri dipingono uno scenario di recessione, senza sensibili segnali di miglioramento e sviluppo: il sistema, ha sottolineato Ghidella, è chiaramente imploso, trascinando l’occupazione in una crisi strutturale. Il tasso di disoccupazione al 12,2 per cento, con punte del 40 per i giovani, è il peggiore dagli anni Settanta, con gravissime conseguenze sociali: da una parte, il calo del gettito contributivo; dall’altra, soglie sempre più basse del reddito delle famiglie. Senza contare il rischio di perdere una o due generazioni di giovani che nel mercato del lavoro rischiano di non entrare mai. Come non bastasse l’austerità fiscale voluta dall’Europa a fronte degli abusi di molti Paesi dell’unione, Italia compresa, ha avuto nei fatti effetti negativi, anche se aveva il corretto obiettivo di frenare l’indebitamento.

Per accorgersene basta guardare ai cosiddetti «indicatori di sviluppo», che corrono all’inverso rispetto agli indirizzi di risanamento europeo, come ha detto Ghidella: nel 2013 il Pil italiano è diminuito dello 0,5 per cento rispetto al trimestre precedente. A fine anno, nell’ipotesi più favorevole, il nostro Prodotto interno lordo segnerà una flessione del 2 per cento. La produzione industriale è calata del 5,2 per cento, con punte del meno 20 per cento nell’edilizia rispetto all’anno scorso.

Se a questo si aggiungono la contrazione dei consumi (tutti con segno meno, dai beni durevoli ai trasporti, dagli elettrodomestici al vestiario), l’aumento dei prezzi (più 9 per cento le bollette e servizi, solo per fare un esempio) e la difficoltà dell’accesso al credito per aziende e famiglie, si capisce bene come la stretta fiscale combinata all’assenza di sviluppo non possa non avere anche pesanti conseguenze sociali.

L’impressione è che l’Italia invece di spiccare il salto continui ad avvitarsi su se stessa: meno risorse, meno investimenti, meno lavoro, meno consumi. A crescere in questo Paese sembrano essere solo la povertà e la disoccupazione. Ma non c’è Italia, gridano i giovani, se non c’è lavoro. Anche in Piemonte la situazione è drammatica: secondo l’Ires la disoccupazione ha colpito 200 mila piemontesi, 40 mila in più dell’anno scorso. Le persone a rischio povertà sono passate da 750 mila a 960 mila. L’effetto sulle famiglie è tangibile: una su cinque non arriva in pareggio alla fine del mese, con sofferenze nei pagamenti sulla casa (una famiglia su tre) e su bollette, salute e assistenza. Di fronte alle nuove povertà è ancora più evidente la forte iniquità sociale, figlia degli errori del passato.

Spiega Ghidella: «L’Italia paga oggi una politica economica e finanziaria che ha guardato più al profitto che al bene comune, più all’immagine che alla solidarietà, più all’arricchimenti che alla redistribuzione delle ricchezze, più allo sfruttamento che alla sostenibilità. Risultato? La disoccupazione, il calo di reddito, la pressione fiscale, l’aumento del peso assistenziale e sanitario finiscono per colpire il primo anello della catena sociale: la famiglia. Non solo impoverendola, ma impedendole di svolgere quel ruolo naturale sussidiario, che ha sempre erogato come primo welfare sociale».

L’allarme è davvero grave. A rischio infatti non cè solo il welfare state come lo abbiamo inteso fino ad oggi, ma l’idea stessa di Paese e di famiglia. Per uscirne, sostiene il presidente dell’Ucid, c’è bisogno di un vero e proprio «salto culturale». «Oggi non esiste solo un welfare state», ha detto Ghidella. «In realtà esso convive con una welfare community che non può comunicare in termini verticali con il primo (nazionale), ma come afferma il professor Zamagni, deve integrarsi in termini circolari». Il che significa che il welfare cosiddetto di primo livello deve essere integrato da un welfare di secondo livello (enti locali, aziende, assicurazioni, fondazioni, volontariato), che devono integrarsi in una strategia sociale, economica e fiscale concreta, con una attenzione particolare: la tutela del ruolo strategico centrale e sussidiario della famiglia. Perchè è dalla famiglia che può rinascere la società e l’economia del Paese.

Dell’equazione «buona salute della famiglia uguale buona salute del Paese» si è detto convinto anche mons. Vincenzo Paglia, presidente del Pontificio consiglio per la famiglia, chiamato a spiegare come la Dottrina sociale della Chiesa può aiutare a costruire un nuovo «patto sociale». Come primo passo bisogna intendersi su cosa significa oggi famiglia. «Da una parte si insiste che la famiglia è il “cuore della società”, ma dall’altra si allarga lo spettro delle famiglie», fino al riconoscimento delle coppie omosessuali, «e si attacca alla radice quella tradizionale, fondata sull’unione tra un uomo e una donna».

Mons. Paglia si chiede provocatoriamente se la crisi del Paese sia per caso legata alla crisi della famiglia, alla caduta verticale delle nascite, all’aumento delle famiglie formate da una persona sola (2 milioni), fino a spingersi alla domanda più scottante: «La crisi del matrimonio è forse sganciata dalla crisi del patrimonio? La caduta a picco delle imprese va di pari passo con la caduta della famiglia e della natalità?». Un ragionamento che porta a una sola, pesante conclusione: se la società non riscopre il valore del «noi», al posto di idolatrare l’«io», è destinata a disintegrarsi.

Per scongiurare un destino tanto nefasto c’è solo una strada: scommettere sulla famiglia, quella tradizionale, fondata sull’unione tra un uomo e una donna, la sola capace di generare dei figli e quindi di assicurare un futuro alla stessa società. E poi sostenerla, con leggi e politiche adeguate, perchè è sempre stata e sempre sarà la prima e fondamentale cellula della società. Se le famiglie, e in particolare le giovani famiglie, non scommettono sul futuro mettendo al mondo dei figli, dove può andare un Paese anziano come il nostro? Un Paese, ricorda l’Ucid, dove gli over 80 erano 500 mila nel 1950, 3 milioni e 700 mila nel 2012, con la previsione di superare la soglia dei 4 milioni e mezzo nel 2020. La maggior parte dei quali, in totale carico alla propria famiglia. E dove gli over 65 anni sono 12,3 milioni, dei quali almeno 2,3 milioni non autosufficienti e fra essi 1,4 milioni con l’indennità di accompagnamento.

Il consiglio che sale dal convegno dell’Ucid e che tornerà a settembre nella 47ma Settimana sociale dei cattolici è di riflettere sul senso dell’economia e dei suoi fini, a partire dalla Caritas in veritate, testo profetico. «Più che guardare indietro, o avanti, dobbiamo guardare a fianco, per vedere l’uomo con compassione, solidarietà e responsabilità». La responsabilità passa anche da quel Patto che oggi l’Ucid insieme alle associazioni familiari chiede di stringere al Paese per costruire insieme il futuro.



SIR | Avvenire.it | FISC

PRELUM Srl - P.I. 08056990016