E ora, la dignità

In pochi giorni, fra mercoledì 19 e lunedì 24 giugno, due sentenze hanno segnato una tappa di ineguagliabile chiarezza e durezza nella storia politico-giudiziaria di Silvio Berlusconi. La prima è stata emessa dalla Corte costituzionale, chiamata dalla difesa del Cavaliere a intervenire sul “legittimo impedimento” negato il 1° marzo del 2010 dal Tribunale di Milano all’allora presidente del Consiglio per un’udienza nel processo Mediaset. Ne parla qui accanto con la consueta lucidità e competenza il giurista Gianfranco Garancini.

La seconda sentenza è quella con la quale un collegio giudicante del Tribunale di Milano, composto da tre donne, ha condannato Silvio Berlusconi a sette anni di reclusione e alla interdizione perpetua dai pubblici uffici per i reati di concussione per costrizione e prostituzione minorile.

Il pm Ilda Boccassini aveva chiesto “solo” sei anni. L’anno in più è stato spiegato lucidamente da Carlo Federico Grosso su «La Stampa», riferendosi alla particolare riforma del reato di concussione per costrizione attuata dal ministro della Giustizia Severino dividendolo in due configurazioni, una più pesante, una più leggera. La prima, definita come una pressione intensa, quasi una minaccia, operata dal concussore sul concusso (gli agenti di polizia milanesi coinvolti nel “caso Ruby”) e accolta dal collegio milanese, «continua a essere punita dal codice penale con la pena da quattro a dodici anni». I sette anni inflitti al condannato sono dunque, conclude Carlo Federico Grosso, «assolutamente ragionevoli», visto che i giudici dovevano tener conto anche del secondo reato a lui imputato, la prostituzione della allora minorenne Ruby.

Detto questo, tanto per la precisione giuridica necessaria a un giudizio sulla sentenza di lunedì scorso, non è facile per nessuno pronunciare tale giudizio, in un situazione come quella attuale, in cui ogni decisione riguardante Silvio Berlusconi divide irrimediabilmente l’opinione pubblica e soprattutto quella mediatica, fra i pro e gli anti berlusconiani. La politica è la vittima sacrificale di un conflitto ormai ventennale, oggi sottoposto a un incredibile paradosso: che i pro e i contro sono, in quanto partiti, democraticamente seduti sul medesimo palco, quello del governo del Paese grazie a una “larga intesa” che obbliga gli uni e gli altri a un agghiacciante “realismo”. Né il Pd né il Pdl né i loro alleati più stretti possono dire qualcosa di forte e di deciso, per non mandare in crisi il governo; dopo di che bisognerebbe prima o poi andare alle urne, visto che un’altra maggioranza nelle Camere è oggi inimmaginabile. E le urne risponderebbero molto male: con l’ulteriore crescita di un già ampio astensionismo, frutto sempre più diretto del disprezzo pressoché generale per la politica e i suoi protagonisti.

Questo “realismo” dei partiti non è condiviso nella parte più schierata della stampa e delle televisioni, basterebbe il titolo de «il Giornale» della famiglia Berlusconi: «Macelleria». Ma anche chi tenta di ragionare con la propria testa e soprattutto con i propri valori si trova di fronte a uno spettacolo che il titolo dell’articolo di fondo di Pierluigi Battista sul «Corriere della Sera» illustra chiaramente: «I dubbi e le conseguenze».

I dubbi? Quelli che possono essere spiegati anche con una parte della sentenza di Milano, in cui si afferma che sono stati consegnati dal Tribunale alla Procura gli atti riguardanti le affermazioni rese in favore dell’imputato da trentadue testimoni al processo, fra i quali quattro politici, insieme alle giovani che avrebbero partecipato ai “bunga bunga” nella villa di Arcore. Il sospetto sarebbe di falsa testimonianza. Vedremo cosa deciderà la Procura, così come vedremo in che modo la difesa preparerà le carte per il processo d’appello, che non mancherà.

Berlusconi ha detto, subito dopo la sentenza, che «resisterà». C’è da credergli, ma, suggerisce Battista, quali saranno le «conseguenze»? L’Italia è in grado di continuare ad assistere, come da vent’anni a questa parte, a un conflitto fra le istituzioni che più nauseante non potrebbe essere, visti certi personaggi (uomini, donne, anche minorenni), certi luoghi, certi racconti, certe circostanze, certe connivenze con un mondo di affari illeciti, evasioni di tasse, denaro “sporco” riciclato e spedito nei paradisi fiscali?  Con la «conseguenza», non meno grave, del continuo deterioramento dell’immagine dell’Italia nel mondo.

Non si dimentichi, per di più, che questa storiaccia non è affatto finita. Berlusconi questo giovedì è atteso a Napoli per l’udienza preliminare del processo per l’accusa di corruzione del senatore De Gregorio (già dell’Italia dei valori) al quale avrebbe versato tre milioni di euro per farlo passare nel gruppo del Pdl e votare per la caduta del governo Prodi: la Procura ha chiesto il suo rinvio a giudizio. Se non bastasse, il 9 luglio il M5S presenterà in giunta sulle elezioni al Senato la richiesta di ineleggibilità nei suoi confronti (in base a una legge del 1957 finora mai osservata) sulla quale il Pd è tutt’altro che compatto per il suddetto “realismo”.

A questo punto, è lecito affermare che, fra tutte le ipotesi possibili sul futuro immediato e quello più lontano del Paese, la più pulita e onesta sarebbe un “passo indietro” dalla politica da parte di Berlusconi: lo vorrebbe la dignità che nessuno può negare a sé stesso. Come ha scritto Romano Prodi in una lettera al «Corriere della Sera» per spiegare perché non ha rinnovato la tessera del Pd, «è preferibile scegliere il momento in cui finire il proprio lavoro, prima che questo momento venga deciso da altri o da eventi esterni». È venuta l’ora per l’ex leader dell’Ulivo, perché non dovrebbe venire per Berlusconi, quando fra appelli, possibili assoluzioni, inevitabili prescrizioni, la sua storia giudiziaria potrebbe continuare senza conseguenze troppo pesanti per gli italiani, che hanno ben altri guai che i suoi?

Beppe Del Colle



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