Un conflitto sbagliato dall'inizio

La scelta strategica di Silvio Berlusconi di tentare di difendersi dal processo e non nel processo continua a rivelarsi giuridicamente sbagliata, al di là degli esiti più o meno dilatori e, quindi, delle “uscite” dai processi per prescrizione. Anche in questo caso, quello recentissimo della sentenza della Corte costituzionale, che nel caso specifico dell’udienza penale del 1° marzo 2010 nel processo Mediaset ha negato la sussistenza dei motivi per fare valere il legittimo impedimento, il tentativo di dilazionare i tempi del processo si è rivelato infelice.

I precedenti sono chiarissimi. La Corte costituzionale, dopo che con la sentenza n. 262 del 2009 aveva bocciato il “lodo Schifani”, aveva bocciato altresì, con la sentenza n. 23 del 2011 il “lodo Alfano” (legge n. 51 del 2010), una seconda legge varata subito dopo la prima, dal contenuto pressoché uguale, dicendo che non era possibile affermare «una presunzione assoluta di legittimo impedimento a comparire nei processi penali» come un meccanismo generale e automatico esclusivamente per titolari di una carica governativa perché, quanto meno, contrario al principio di uguaglianza e, soprattutto, da strumento da introdursi, semmai, con una legge costituzionale, variando le prerogative degli organi costituzionali.

Questo era molto chiaro e rimane chiaro, richiamando anche il legittimo impedimento nel quadro del processo e, pertanto, nel quadro della dialettica fra l’imputato e i suoi giudici. A molti è parso che la proposizione del conflitto di attribuzioni fra il Silvio Berlusconi imputato di reati che niente hanno a che vedere con la funzione pubblica, ma ricorrente comunque ad una prerogativa del Silvio Berlusconi capo del governo, e il Tribunale che, dovendo giudicare a fil di codice se l’impedimento avanzato fosse o no legittimo, aveva giudicato che l’aver fissato successivamente la data di un Consiglio dei ministri nella stessa data precedentemente concordata per l’udienza, non sia stato se non un ulteriore tentativo di allungare i tempi del processo e di coinvolgere nella questione un altro soggetto, aggirando così le pronunce della Corte costituzionale già consolidate sul legittimo impedimento.

Ma la Corte non ha accettato questo gioco impuro. Ha affrontato prima di tutto la questione sul piano dei fatti: del tutto legittimo essendo il legittimo impedimento, la questione affrontata è stata quella relativa al suo “uso processuale”: il legittimo impedimento è legittimo proprio quando serve a tutelare l’autonomia degli organi costituzionali, e non quando serve a modificare d’impulso di una parte i tempi stessi del processo.

Sembrerebbe di poter dire che qui il legittimo impedimento non c’entra; non c’entra la difesa dell’autonomia del governo rispetto alla magistratura. Premesso che reciproca autonomia dei poteri (valore giuridico fondamentale del diritto pubblico moderno e contemporaneo) non vuol certo significare impunità rispetto alla legge (come immunità non vuol dire licenza di far tutto quel che si vuole, ma solo protezione dell’esercizio della funzione parlamentare). Qui, in realtà, ci si trova di fronte ad un soggetto dotato di risorse economiche pressoché illimitate, che nel frattempo (dopo la sua “discesa in politica”) è diventato anche presidente del Consiglio più di una volta, e che combatte da quasi vent’anni la sua battaglia contro i giudici per reati e comportamenti che non hanno a che vedere con la politica, non esitando fin dall’inizio a strumentalizzare a tal fine qualsiasi aspetto dell’ordinamento, anche le più alte responsabilità di governo del Paese, non esitando altresì ad utilizzare i propri canali televisivi di proprietà e la propria influenza su quelli pubblici.

Quanto, dunque, alla sentenza che ha scatenato le reazioni scomposte dei suoi seguaci (ma non le sue), la Corte costituzionale ha ribadito la legittimità del legittimo impedimento, ma altresì detto, da una parte, che spetta al giudice di valutare le motivazioni e l’incidenza sul processo della proposta di legittimo impedimento e, dall’altra, che il processo non è un gioco: se si è concordata con i giudici una data, non si può fissare successivamente, in quella stessa data un’occasione di “legittimo impedimento”, “occasione” la cui individuazione non dipende se non dallo stesso imputato proponente. Tutto qua: le regole non sono birilli, neppure per Silvio Berlusconi.

Per altro, tutti gli attacchi contro la Corte costituzionale sono o frutto di ignoranza o frutto di protervia politica. I ministri del Pdl hanno scritto che «la decisione della Consulta è incredibile e travolge ogni principio di leale collaborazione e sancisce la subalternità della politica all’ordine giudiziario». Intanto la Corte costituzionale non fa parte dell’ordine giudiziario, ma è uno dei supremi organi costituzionali di garanzia; e poi la leale collaborazione (insegnano la dottrina e la giurisprudenza) deve essere reciproca. In questo caso non sembra che ciò sia avvenuto.

Gianfranco Garancini

 



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