Meno liquidità, interessi più alti

Immaginiamo un paziente che, soffrendo di una grave e dolorosa malattia, durante la cura sia sottoposto ad un trattamento a base di antidolorifici che, pur attenuando la sofferenza, generano dipendenza e assuefazione. Supponiamo ora che l’équipe medica, rilevando un decorso lievemente positivo della malattia, nonostante la scarsa incisività delle cure finora adottate, annunci la possibilità di una più o meno imminente riduzione delle dosi di palliativo.

Il rischio è che, in un paziente divenuto dipendente, l’attenzione si concentri maggiormente sul brevissimo termine (ossia sulla minore disponibilità di “droga”) e ben poco sul medio e sul lungo (il decorso della malattia). E’ quindi possibile che la reazione sia caratterizzata dalla tipica sintomatologia delle crisi di astinenza, anche se, per il momento, nulla è cambiato a livello delle dosi di antidolorifico somministrate: è stato sufficiente il timore psicologico che ciò, prima o poi, possa avvenire. Ma gli effetti della crisi di astinenza retroagiscono negativamente sulle condizioni generali del paziente, che dalla malattia tutto sommato non è ancora uscito, aggravandole nuovamente.

Quanto accaduto sui mercati dopo le recenti dichiarazioni del presidente della Riserva Federale Usa Ben Bernanke assomiglia molto alla simulazione clinica sopra delineata. Dopo quattro anni in cui il mercato finanziario internazionale si è ampiamente assuefatto alla “droga” della Fed, alla quale si è aggiunta più di recente quella ancor più massiccia della Bank of Japan, la reazione è stata improntata alla peggiore isteria. Le Borse hanno subìto una drastica correzione e le vendite di attività finanziarie hanno colpito in misura anche maggiore il mercato dei titoli di Stato, provocando un deciso rialzo dei tassi di interesse, che ha colpito in misura maggiore gli strumenti a medio e lungo termine, in cui si incorpora la maggior parte del debito sovrano.

Il rialzo dei tassi, se dovesse mostrarsi durevole, avrebbe effetti molto negativi su una economia reale tutt’altro che uscita dalla grande crisi che attanaglia l’economia internazionale dall’inizio del 2008. La liquidità a disposizione delle imprese si farebbe, specie in Europa, ancora più costosa, mentre i bilanci pubblici dei Paesi maggiormente indebitati vedrebbero salire la spesa per interessi e quindi si ridurrebbero ulteriormente gli spazi per interventi “sani” orientati alla crescita e al potenziamento dell’efficienza dei diversi sistemi–paese. Inutile segnalare che l’Italia dovrebbe essere annoverata tra i Paesi maggiormente colpiti in questa ipotesi di scenario.

Il dibattito appare ora prevalentemente concentrato sull’esegesi delle parole di Bernanke e sull’analisi delle possibili reazioni delle altre grandi Banche centrali di fronte ad un possibile, per quanto graduale, venir meno delle massicce immissioni di liquidità che negli scorsi hanno consentito alla Fed di “comprare tempo”, rendendo più distese le condizioni generali dell’economia in attesa che il governo Usa stabilizzasse definitivamente il paziente con le necessarie riforme strutturali (cosa che è avvenuta solo in parte, visto che il Congresso non è riuscito ad accordarsi sui tagli al deficit federale, e che oggi il consolidamento fiscale lo stanno facendo i tagli “automatici” di spesa). Il rialzo dei tassi sui titoli a lungo termine ha infatti posto in serie ambasce la politica monetaria giapponese, che si poneva come obiettivi fondamentali la loro riduzione, mentre per quanto riguarda la Bce, che opera in un contesto economico del tutto diverso e con un mandato molto più circoscritto di quello della Fed (che si estende anche alla promozione della crescita dell’economia) l’evidenziarsi degli effetti destabilizzanti derivanti dagli eccessi dell’espansione monetaria potrebbe rappresentare un ulteriore argomento a favore dei sostenitori di una rigida ortodossia monetaria, che avversano la possibilità di procedere con allentamenti quantitativi di un certo rilievo nel caso che la stagnazione dell’economia europea dovesse perdurare.

In questo contesto non si può non provare un certo disappunto leggendo valenti analisti la cui unica preoccupazione pare risiedere nel dimostrare che, tutto sommato, la Fed non farà nulla di troppo azzardato (e quindi continuerà a drogare di liquidità i mercati finanziari mondiali) perché, tutto sommato, le condizioni dell’economia non sono così migliorate da autorizzare una rapida sospensione delle misure monetarie espansive. E’ paradossale che si cerchi di tranquillizzare il paziente in crisi di astinenza facendogli osservare che sta ancora troppo male perché la somministrazione della droga possa interrompersi, senza alcun riguardo per il decorso della malattia sottostante, anzi, al contrario, finendo per scambiare il sintomo per la malattia e il palliativo per la cura. Il paradosso è che, con i livelli di allentamento monetario che hanno caratterizzato gli ultimi anni, il palliativo è divenuto causa di una nuova malattia, mentre la latitanza delle riforme cronicizzava quella vecchia.

E purtroppo, non è tutto, perché nemmeno i Paesi emergenti sono esenti dagli squilibri finanziari. Nelle ultime settimane la fibrillazione dei mercati si alimenta anche della crescente incertezza relativa alle effettive condizioni del sistema bancario cinese, ove i tassi di mercato interbancario sono saliti alle stelle confermando che le istituzioni creditizie non si fidano più una dell’altra e che un diffuso troncamento del flusso creditizio (credit crunch) nella seconda economia del pianeta è attualmente nell’ordine delle possibilità. Considerando la dimensione degli investimenti esteri in Cina e l’importanza della crescita della grande economia asiatica per la tenuta del Pil mondiale nel suo complesso, non è difficile comprendere quali potrebbero essere le conseguenze di una catena di fallimenti bancari, non essendo a tutt’oggi ancora chiari i caratteri delle misure che la People’s Bank of China vorrà attuare in proposito.

Due settimane fa, su queste stesse colonne, si rimarcava come non si fosse mai vista in passato in tempo di pace una strategia monetaria espansiva così intensa e portata avanti così a lungo e come la connessa exit strategy ponesse serissimi problemi. La reazione alle parole di Bernanke ne sono state la prima e rumorosa conferma.

Antonio Abate

 



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