Una maturità piena di dubbi

Fino a qualche decennio orsono (più o meno fino agli anni ’80) i licei e gli istituti tecnici italiani eccellevano nel panorama scolastico europeo. La severità degli studi impressa dalla riforma di Giovanni Gentile (1923) fece sentire a lungo la sua influenza nell’istruzione liceale. I corsi tecnici, dal canto loro, rappresentarono uno dei fattori di crescita dell’industria italiana. Il rigore dell’esame di maturità con il quale si completavano gli studi rifletteva la serietà dell’impianto scolastico.

Oggi la debolezza dell’esame finale, riconosciuta da tutti fino alla proposta estrema di farne a meno, è pari alla mediocre qualità della scuola italiana. Senza voler caricare i toni, bisogna serenamente prendere atto che tutte le condizioni essenziali che un tempo assicuravano che ai titoli di studi acquisiti corrispondesse anche la sostanza di saperi e competenze sono venute in larga parte meno: gli insegnanti non sono più selezionati, ma reclutati secondo un criterio anagrafico; i manuali di studio sono ridotti all’osso e spesso appaiono più ricchi di illustrazioni che di testo; la tendenza (purtroppo) a ridurre la scuola a luogo più di assistenza che di studio fa il resto.

Non sfugge ovviamente all’indebolimento generale la stessa prova di maturità, a partire dagli infelici testi d’esame proposti qualche giorno fa dal ministero (almeno quelli che fanno più notizia, e cioè le tracce per la prova di italiano). Da qualche anno la preoccupazione sembra essere più quella di chi cerca di compiacere il giudizio della grande stampa nazionale piuttosto che quella di chi, invece, sottopone agli studenti una prova in grado di stabilirne l’effettiva preparazione.

Tanto per fare qualche esempio, ormai da anni sono scomparsi dalle prove di maturità i grandi autori, da Manzoni a Leopardi, da Pirandello a D’Annunzio, mentre sono privilegiati altri aspetti più fatui e legati alle contingenze quotidiane. Così pure, per quanto riguarda l’argomento storico (in verità sempre meno amato dai giovani, e su questo bisognerebbe riflettere…), i grandi temi del Novecento (dalla questione cattolica a quella meridionale, ai nazionalismi contrapposti cagione di sanguinose guerre) sembrano essere dimenticati. Gli ispettori ministeriali che preparano le tracce sembrano ipnotizzati dall’attualità contemporanea come se fosse preferibile valutare la “maturità” di un diciottenne in rapporto alle sue opinioni (spesso generiche e superficiali) su aspetti quotidiani o quasi, e non, piuttosto, su testi e temi di studio.

Per onestà occorre anche subito precisare che non basta elaborare temi più indovinati e più centrati sul sapere (anziché sulle opinioni) per salvare la qualità dell’esame di maturità. Non a caso intorno a questa prova è aperto da tempo un ampio dibattito, prima di tutto volto a capire se, come abbiamo accennato all’inizio, serve ancora: il 95 per cento dei promossi non starebbe a dimostrare che un esame con un successo quasi unanime è del tutto inutile? Dunque, in prima fila stanno quanti sono favorevoli alla sua sostanziale abrogazione. Perché, si chiedono, spendere soldi e mettere inutilmente in ansia migliaia di giovani e famiglie per una prova che non ha più alcun significato per lo meno rispetto al significato corrente della parola “esame”?

Siccome, tuttavia, non se ne può fare a meno, perché è previsto costituzionalmente, occorrerebbe sostituirlo con una prova di altro tipo decisa da ciascun istituto, organizzato in modo essenziale, senza temi ministeriali e tutto l’apparato rituale che ben conosciamo. Dalla parte di questa proposta stanno due dati non secondari: nelle Università è ormai consolidata la prassi degli esami di accesso alle facoltà a numero chiuso (il che significa che il mondo accademico non si fida più, come invece accadeva un tempo, delle votazioni scolastiche); queste ultime, del resto, sono alquanto aleatorie, con forti differenze tra le varie aree geografiche del Paese (per esempio è dimostrato che da anni in Calabria funzionano le commissioni più “generose”).

A quanti auspicano la liquidazione dell’attuale esame di Stato si oppongono coloro che invece ne reputano tuttora l’utilità e la validità. Esso ormai costituisce nell’immaginario collettivo, si fa notare, un vero e proprio “rito di passaggio” e come tale andrebbe valorizzato. Occorrerebbe però riorganizzarlo in forme del tutto diverse da quelle attuali. Le proposte dei “riformatori”, uniti nell’ipotesi del rilancio della maturità, si presentano tuttavia piuttosto differenziate sul piano pratico. Ci sono quanti, affascinati dalle prove di rendimento messe a punto negli ultimi decenni dagli organismi internazionali (in primo luogo l’Ocse), pensano a un esame predisposto e valutato centralmente attraverso prove obiettive (non solo test, ma anche e soprattutto esercizi volti a capire la capacità di ragionamento). Gli strumenti tecnologici oggi a disposizione consentono di svolgere rapidamente, con sicuro affidamento e con risparmi di spesa, questo genere di esami. Siccome il passaggio dall’esame attuale a quello così sommariamente descritto rischierebbe di essere troppo radicale, si potrebbe prevedere un periodo transitorio (tre-cinque anni) in cui dovrebbe andare gradualmente a regime la nuova tipologia di prova.

Questa proposta viene criticata da altri esperti sotto due aspetti. Qualora si optasse per una soluzione gestita dal centro (in particolare attraverso l’Istituto nazionale per la valutazione del sistema scolastico, noto come Invalsi) la scuola italiana si troverebbe in contraddizione con se stessa. Da una parte il riconoscimento dell’autonomia delle scuole e la rinunzia a programmi prescrittivi (scelta compiuta con la legge del 1997), dall’altra l’esistenza di un esame centralizzato fatalmente incapace di rispettare le varie specificità didattiche perseguite dalle singole scuole. Come conciliare queste diverse esigenze? Non solo: che senso avrebbe stabilire la “maturità” di uno studente sulla base di test e prove oggettive? Il ricorso a questi metodi potrebbe al massimo consentire di accertare il livello di apprendimento disciplinare, non la “maturità”.

Altri esperti invocano il ripristino delle commissioni composte da docenti tutti esterni alla scuola. In tal modo i commissari potrebbero rispettare le scelte specifiche della scuola (rispetto per l’autonomia) e sarebbero in grado di verificare la “maturità”, evitando le trappole e le scorciatoie dei testi (valorizzazione del fattore umano anziché della prassi delle crocette). Piccolo dettaglio sul piano organizzativo: è difficile mobilitare migliaia di professori anche solo su base regionale (ogni anno ci sarebbero ondate di rinunce) e i costi lieviterebbero a seguito delle spese di trasferta.

Insomma: nessuno o quasi è soddisfatto di “questo” esame, ma le diverse soluzioni prospettate sono molto distanti tra loro. Il che lascia facilmente immaginare che, nonostante le apprezzabili intenzioni del ministro Carrozza, che ha dichiarato di voler cambiare le modalità dell’esame, le cose resteranno ancora a lungo così come sono.

Giorgio Chiosso

 

 



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