Un fare necessario

Scorrendo le diverse misure per il rilancio economico del Paese contenute nel cosiddetto «decreto del fare» è difficile, ad una prima impressione, non pensare ad un insieme di provvedimenti accomunati solo dall’estrema urgenza della situazione e dalla scarsità di risorse mobilitabili.

Ora, è indubbio che nella costruzione del decreto questi due elementi sono stati ben presenti, poiché da un lato il permanere di un quadro macroeconomico fortemente negativo sta andando ben oltre le previsioni, e dall’altro l’uscita del Paese dalla procedura di infrazione per deficit eccessivo non significa che il controllo europeo sui nostri comportamenti di spesa sia divenuto meno rigoroso. La “promozione” europea rende disponibili risorse per investimenti comprese tra gli 8 e i 12 miliardi di euro, ma solo a partire dal 2014. E con un debito pubblico complessivo superiore al 130 per cento del Pil, detenuto per circa il 40 per cento da soggetti non residenti, se anche non ci controllasse l’Unione ci penserebbero, molto pesantemente, i mercati.

Ciò detto, se ci si fermasse alla prima impressione sopra evidenziata, il giudizio sul decreto sarebbe ingeneroso e molto parziale, perché, pur con tutti i limiti, le misure adottate seguono piuttosto fedelmente il filo rosso delle raccomandazioni che la stessa Commissione europea ha rivolto all’Italia alla fine di maggio nel quadro della procedura di coordinamento delle riforme economiche per la competitività. In particolare, i diversi interventi rispondono all’esigenza di semplificare il quadro amministrativo e normativo per i cittadini e le imprese, nonché di abbreviare la durata dei procedimenti civili, riducendo l’alto livello del contenzioso civile e promuovendo il ricorso a procedure extragiudiziali; di sostenere il flusso del credito alle attività produttive migliorando l’accesso ai finanziamenti; di intensificare gli sforzi per scongiurare l’abbandono scolastico e migliorare qualità e risultati della scuola; di proseguire la liberalizzazione nel settore dei servizi e migliorare la capacità infrastrutturale.

Ed è effettivamente sul fronte dell’edilizia e delle infrastrutture che si può osservare l’intervento forse più rilevante, in grado di fungere da volano per un settore in crisi profonda, la cui ripresa è fondamentale per tutta l’economia se si considera l’elevata intensità di lavoro umano, l’alta capacità di attivazione nei confronti di altri settori e la bassa incidenza di importazioni che connotano il settore delle costruzioni. Si tratta in tutto di 3 miliardi di euro, spalmati su più anni, di cui i due terzi, nel nuovo fondo presso il ministero delle Infrastrutture, almeno in parte serviranno per sbloccare cantieri già avviati: 300 milioni per la sicurezza della rete ferroviaria, per il collegamento ferroviario tra Piemonte e Valle d’Aosta, per gli assi autostradali della Pedemontana Veneta e della tangenziale esterna Est di Milano, per il collegamento tra la Statale 640 e l’autostrada A19 in Sicilia.

Altri fondi necessiteranno invece di una preventiva delibera del Comitato interministeriale per la programmazione economica, e quindi non potranno tradursi nell’immediato avvio di lavori. Si pensi alla metropolitana M4 di Milano, al lotto Rho-Monza del collegamento Milano-Venezia, e poi alla linea 1 del metrò di Napoli, all’autostrada Ragusa-Catania, al tratto Colosseo-piazza Venezia della metro C di Roma. Infine, per tre anni 100 milioni dell’Inail finanzieranno un piano straordinario di edilizia scolastica e altri 100 milioni in tutto andranno al programma «6.000 campanili», che prevede 200 interventi nei Comuni con meno di 5 mila abitanti.

Gli interventi nel settore della giustizia civile, anche se non si traducono in “opere” in grado di creare valore aggiunto e occupazione, sono altrettanto importanti dal punto di vista strutturale, perché in tutte le classifiche internazionali della competitività il nostro Paese perde decine di posizioni proprio a fronte dell’estrema lentezza delle procedure e dell’enorme arretrato pendente. Si tratta di creare un “ambiente” più favorevole alle imprese e ai lavoratori, riducendo i tempi del contenzioso e promuovendo soluzioni extra-giudiziali ovunque possibile. Viene così reintrodotta la mediazione obbligatoria per numerose materie anche se in sede di conversione del decreto legge è certo il fuoco di sbarramento della lobby dell’avvocatura, che non sarà facile superare.

Sul fronte dell’efficienza dei processi il decreto introduce stage di formazione presso gli uffici giudiziari dei tribunali (un aiuto contro la carenza di organico), un contingente di 400 giudici non togati per lo smaltimento del contenzioso pendente nelle Corti di appello, unitamente alla figura dell’assistente di studio presso la Corte di cassazione. Altra novità, nell’ambito dei processi di divisione di beni in comproprietà (di solito molto lunghi), è la possibilità di attribuire la delega a un notaio nominato dal giudice.

Altri provvedimenti di un certo interesse riguardano la materia fiscale. Al di là della revisione dei poteri di Equitalia, sul piano della crescita va segnalata la riduzione dell’imposta di lusso sulle imbarcazioni da diporto, finalizzata a rivitalizzare un settore ove le eccellenze internazionali sono quasi tutte italiane (significativo che l’analoga imposta sulle auto, il cosiddetto “superbollo”, non sia stata toccata, poiché va a colpire quasi esclusivamente vetture di produzione estera). Il taglio della bolletta elettrica di quasi mezzo miliardo di euro attraverso la revisione delle tariffe di favore per i produttori di fonti rinnovabili e assimilate è positivo sia per l’utenza, sia per un settore che negli ultimi anni è vissuto anche troppo sulle incentivazioni.

Potrebbe poi, considerando i precedenti, avere effetti notevoli l’ennesima riedizione della «legge Sabatini» per il sostegno dell’acquisto di macchinari da parte delle imprese, che farebbe confluire maggior credito alle aziende dal settore bancario fino a 5 miliardi di euro, con un fondamentale sostegno ad un settore, quello delle macchine utensili e della meccanica strumentale, ove l’Italia è il quarto produttore mondiale dopo Cina, Giappone e Germania e che negli ultimi anni è stato pesantemente penalizzato dalla caduta della domanda interna.

Lo sblocco parziale delle assunzioni di personale docente nelle Università è un segnale importante di attenzione al settore della ricerca, anche se le concrete ricadute sulla crescita, se vi saranno, potranno essere apprezzate solo in una prospettiva di lungo termine. Piuttosto, sarebbe importante usare questi margini di manovra per favorire il rientro (o evitare la fuga) di eccellenze italiane che in caso contrario andrebbero a mettere i loro talenti a disposizione dei concorrenti. Positiva è anche l’attenzione al merito nella scuola secondaria, che traspare dal provvedimento che introduce borse di mobilità a valere su un fondo di 5 milioni di euro per il 2013–2014 (7 milioni a partire dal 2015) destinato a studenti con votazioni tra i 95 e i 100 centesimi all’esame di Stato della secondaria superiore, che intendano iscriversi a corsi di laurea in regioni diverse da quelle di residenza. Sulla carta è un’ottima cosa favorire la mobilità territoriale degli studenti meritevoli, ma nel concreto tutto ciò si scontrerà con la ben nota disparità valutativa tra istituti di regioni diverse che caratterizza la nostra scuola. Fa pensare parecchio che la provincia con la più alta percentuale di «100» sul totale dei diplomati secondo gli ultimi dati disponibili (Crotone), risulti poi essere l’ultima nella graduatoria nazionale per livelli d’apprendimento stilata dall’Invalsi.

Antonio Abate

 



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