Scuola niente cambia davvero

Come la ritualità consegnata dalla tradizione impone, anche quest’anno l’inizio degli esami di maturità (mercoledì 19 giugno) si accompagna ai primi bilanci di fine anno scolastico. Non solo bilanci personali degli studenti ( delle famiglie) sull’esito conseguito con uno sguardo sulle prospettive future, ma anche bilanci sullo stato di salute del sistema scolastico.

Come accade ormai da tempo, il primo ad essere posto sotto osservazione è proprio l’esame di maturità. Se il modello della prova resta quello ormai collaudato da qualche anno, con tre scritti e un colloquio orale (l’unica novità riguarda il bonus, da 1 a 10 punti, utile per l’ammissione ai corsi universitari a numero chiuso attribuito agli studenti migliori), non di meno nelle scorse settimane si è riaperto il dibattito sulla utilità o meno di un esame che si conclude con oltre il 95 per cento di promossi.

Ad aprire la discussione è stato lo storico Luciano Canfora, che ha lanciato una provocatoria proposta: eliminarlo «perché non serve a niente» oppure ripristinare le commissioni tutte esterne come ai bei tempi andati quando la maturità era «un esame vero». Giorni fa il ministro dell’Istruzione, Maria Chiara Carrozza, ha lasciato intendere di avere nel cassetto qualche idea in merito, ma al momento non è andata oltre la generica indicazione di «voler mettere mano all’esame».

A ben vedere, e con tutto il rispetto che merita l’esame di maturità (non solo un esame, ma un vero e proprio rito di passaggio), non sembra tuttavia questo il principale problema della scuola italiana, che esce da un anno di sostanziale ordinaria amministrazione notevolmente condizionata dalla mancata disponibilità di risorse. Pur tra questi vincoli l’ex ministro Francesco Profumo ha introdotto due novità ed è incorso in un grande infortunio.

La prima novità consiste nella riapertura (meritoria) dei concorsi per l’ingresso nella scuola di docenti più giovani che, con il meccanismo delle graduatorie, rischierebbero di restare fuori dall’insegnamento per molti anni. Ai 12 mila posti in corso di assegnazione (i concorsi si sono svolti in tempi rapidi e questo è un fatto non da poco) dovrebbero far seguito nei prossimi anni altri 40 mila posti, recuperati con le cattedre lasciate dai pensionamenti. La prospettiva è di ringiovanire, almeno in parte, un corpo docente che è tra i più anziani, in media, dell’intera Europa scolastica.

Il prof. Profumo ha inoltre dato una massiccia spinta verso l’innovazione tecnologica, la cui punta emergente e più nota alla pubblica opinione è stata la prassi delle iscrizioni on line. Questa tendenza si è inoltrata fino al punto da immaginare libri ed esercizi scolastici soltanto digitalizzati, proposta che si è scontrata non solo con l’arretratezza della competenza tecnologica dei docenti, ma anche con le resistenze frapposte, per esempio, dagli editori, nonché, a livello generale, da quanti si chiedono se la vita scolastica debba essere tutta riassunta nella memoria di un computer.

L’ex ministro ha certamente sollevato un problema che non si può eludere, non solo perché i ragazzi “mangiano” pane e computer, ma perché le nuove tecnologie sono molecolarmente presenti nella vita di tutti i giorni. Il vero problema (culturale ed educativo nel medesimo tempo) sta nella dosatura graduale dei tempi con cui accompagnare i cambiamenti in corso. In questo senso sembra che la pensi il ministro Carrozza, che in materia ha dichiarato che «la digitalizzazione è una sfida imprescindibile, ma non è di certo la priorità» e che «andrà attentamente ripensata».

Il grande infortunio cui abbiamo fatto cenno, invece, ha riguardato il tentativo compiuto dall’ex ministro di modificare per decreto le condizioni di lavoro degli insegnanti con la proposta choc di innalzare a 24 ore l’orario di servizio. Proposta che ha suscitato reazioni negative a 360° gradi, giunta in un momento quanto mai inopportuno, quando nelle scuole le risorse sono ormai al lumicino e la valorizzazione del personale, al di là delle affermazioni di principio, non sembra al momento ai vertici delle preoccupazioni ministeriali. Più che comprensibile, di conseguenza, è risultata la stroncatura, non solo sindacale, ma di tutta l’opinione pubblica, senza distinzioni di destra o di sinistra. Secondo alcuni osservatori questo infortunio non sarebbe stato ininfluente sulla mancata conferma sulla scrivania più prestigiosa di viale Trastevere dell’ex rettore del Politecnico.

Se lo sguardo si sposta dalle vicende contingenti alle strategie politico-scolastiche di più ampio respiro meritano qualche attenzione due altre questioni. La prima è strettamente connessa alla fisionomia molto simile del profilo di Profumo e Carrozza: entrambi ex rettori con fama di ottime qualità manageriali, impegnati ai massimi livelli della ricerca scientifica e tecnologica, bene introdotti nei circuiti dei finanziamenti internazionali, ma tutto sommato poco esperti di vita scolastica. Si direbbe che la classe politica nazionale in questo momento di difficoltà economica guardi con maggiore attenzione all’istruzione superiore universitaria e alla ricerca, più che alla scuola.

L’Università è da tempo messa sotto osservazione con l’attivazione di procedure di varia natura e genere volte a garantire, almeno sulla carta, la qualità dell’insegnamento e la solidità dei risultati. Naturalmente è tutto da stabilire se poi questi sforzi, che in parte costringono i docenti a dedicare molto tempo alle pratiche “burocratiche” anziché alla ricerca, siano efficaci. Ma sono senza dubbio alcuno la spia della preoccupazione di un cedimento della qualità degli studi universitari oltre che il tentativo di stroncare fenomeni di malcostume concorsuale.

Il secondo dato riguarda il sostanziale neocentralismo che ha ispirato l’azione politica di Profumo e che, tutto lascia immaginare, sarà il segnavia anche per la prof. Carrozza. Nell’azione ministeriale del primo e nelle dichiarazioni di intenti della seconda non si coglie, per esempio, una reale volontà di fare dell’autonomia scolastica un vero volano di sviluppo e di conseguenza anche la questione della sussidiarietà (al di là delle parole di circostanza) risulta una questione non strategica.

Si direbbe che il sistema di istruzione a forte centralità ministeriale resterà tale ancora per molto tempo in linea, del resto, con quanto è accaduto in 150 anni. Nonostante i grandi cambiamenti che in ogni settore hanno stravolto in un secolo e mezzo la società italiana, la scuola è ancora organizzata, nella sostanza di governo, come un lontano passato con un ministero presso cui è avocato e depositato ogni potere di azione e di interdizione.

Anche un semplice decentramento di funzioni resta perciò un miraggio irraggiungibile. In un passaggio felpato, ma abbastanza chiaro, il ministro Carrozza lo ha detto nella sua recente audizione in Parlamento: «La ulteriore devoluzione di funzioni, di strutture, di personale e di risorse in materia di istruzione non pare, pertanto, in questa fase, la corretta direzione da intraprendere per affrontare i problemi pressanti che investono la scuola italiana».

Così come il rituale omaggio reso al «sistema pubblico di istruzione composto dalle scuole statali e dalle scuole paritarie», ma senza impegni di alcun genere, sembra fatto apposta per anticipare che nessun passo in avanti sarà fatto nel senso della libertà d’istruzione.

Giorgio Chiosso

 



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