I perchè del "no"

Il risultato più appariscente dei due turni di elezioni amministrative è senza dubbio il forte incremento dell’astensionismo rispetto alle stesse consultazioni di cinque anni fa, e anche rispetto alle politiche del febbraio scorso. Ha votato il 48,6 per cento degli aventi diritto, cioè meno di un italiano su due; a Roma poi si è scesi al 45,5.

Ragionare adesso su questo fenomeno non è facile perché l’indizio, pure forte e preoccupante, che viene dalla delusione generale dei cittadini verso la politica degli ultimi trent’anni, caratterizzata da una profonda corruzione a tutti i livelli, nazionali o locali, si mescola con i cambiamenti epocali e generazionali, ma soprattutto culturali e antropologici, che si registrano ogni giorno, in particolare nella diffusione dei mezzi di comunicazione fra i giovani, minacciati più di ogni altra fascia sociale dalla terribile crisi economica che stiamo vivendo e verso la quale i governi che si sono succeduti dal 2008 in poi sembrano non avere una chiave sicura per uscirne. Il che non incoraggia l’andata alle urne.

In ogni modo, a parte questa difficoltà nell’analizzare il fenomeno dell’astensionismo, non si può fare a meno di riconoscere nel voto di domenica e lunedì scorsi un vincitore assoluto, il centro-sinistra,che si è aggiudicato tutti i sedici sindaci di capoluoghi di provincia (undici in ballottaggio), più la stragrande maggioranza di tutti gli altri Comuni.

Né la attuale dirigenza del Partito democratico, né gli innumerevoli altri suoi leader più o meno famosi (D’Alema, Veltroni, Bersani…) o in attesa di diventarlo (Renzi) potevano aspettarsi un simile successo, che può cambiare le prospettive stesse del centro-sinistra. Questo, infatti, non sembra aver patito troppo l’attuale scelta della maggioranza di “larghe intese” con il governo Letta, che pure è contestata dalla minoranza composita del Pd e dai suoi alleati nella sinistra estrema.

Una contestazione che, aprendo lo sguardo sui tempi lunghi, può perdere senso da un momento all’altro. Prima o poi Berlusconi dovrà infatti uscire dal mirino degli “antiberlusconiani” di sinistra, che ne fanno da vent’anni il loro bersaglio preferito, sparendo di scena per almeno tre motivi. Primo motivo: l’esito ormai imminente dei processi che lo riguardano e per i quali le Procure impegnate nelle requisitorie hanno già chiesto dure condanne. Secondo motivo: la fine del centro-destra in quanto coalizione che comprende, insieme a una quota di elettorato ex democristiano che si professa “moderato” e vota il Pdl soprattutto per simpatia personale verso il leader, gli scarsissimi resti degli ex-missini postfascisti passati attraverso la fragile esperienza di Alleanza nazionale (esempio, il supersconfitto Alemanno, già sindaco di Roma) e ciò che resta di una Lega Nord che ha perso ogni effettiva importanza politica in campo nazionale, fra gli scandali dell’entourage bossiano, il nessun carisma maroniano, la sonora sconfitta di Gentilini, sindaco di Treviso per due mandati, che, ripresentatosi per rioccupare a 84 anni quella poltrona, non l’ha ottenuta commentando: «E’ finita un’era, non solo per me, ma anche per la Lega». Terzo motivo del possibile ritiro prima o poi del Cavaliere dalla scena: l’età, quest’anno ne compie 77.

Poi c’è Beppe Grillo. Il suo Movimento 5 Stelle aveva ottenuto a febbraio un successo del tutto inatteso. Aveva ricevuto all’incirca lo stesso numero di suffragi del Pd e aveva superato il Pdl, e quel risultato aveva sconvolto il programma dei democratici di Bersani i quali, grazie alla legge elettorale detta Porcellum, avevano ottenuto la maggioranza alla Camera (ma non al Senato) e per qualche giorno avevano pensato di formare un governo con il sostegno, appunto, dei “grillini”. Che invece, su autoritaria, personalissima decisione del comico genovese, avevano detto di no. Anzi, avevano approfittato, per alimentare le proprie future ambizioni di potere, dell’indegno comportamento di un centinaio di parlamentari democratici nell’eleggere il nuovo Capo dello Stato negando il loro voto a Marini e poi addirittura a Prodi, e scegliendo proprio il candidato numero uno del M5S, Rodotà.

Nulla meglio di così si sarebbe aspettato Beppe Grillo. E invece, fra il primo e il secondo turno amministrativo sono soltanto sei i sindaci eletti in piccoli centri dai suoi simpatizzanti, e nei suoi gruppi parlamenti soffia forte il vento secessionista (due deputati si sono già diretti al gruppo misto, altri lo starebbero progettando). Non è illecito riconoscere nei gesti, nelle parole, nei messaggi in rete di Beppe Grillo i sintomi talvolta volgari di una precisa volontà di scardinare l’attuale sistema costituzionale democratico trasformandolo in qualcosa di molto diverso, di cui non si ha del resto la minima idea, mentre fra i cosiddetti “riformatori” di tutte le altre forze politiche e culturali si discute finora senza precise indicazioni su presidenzialismo, semipresidenzialismo, sistema tedesco, leggi elettorali a doppio scrutinio e collegi uninominali, e così via, compreso il vecchio Mattarellum. Il che non cambia di una virgola il problema di fronte al quale si trova oggi l’Italia, insieme a tutti i Paesi dell’Unione europea: la crisi economica e finanziaria, che il governo “di larghe intese” sta cercando di risolvere con meno tasse e più tagli alla spesa pubblica, affrettando i propri stessi programmi e progettandone la realizzazione in diciotto mesi.

Enrico Letta si è detto convinto che può farcela, e che comunque non sarà il risultato delle amministrative (vinte dal suo partito) a interrompere il suo cammino. Non c‘è italiano onesto, sincero e personalmente non soggetto a conflitti d’interesse che possa augurarsi qualcosa di diverso. Ad esempio, la caduta di questo governo col ritiro del sostegno del Pdl e nuove elezioni anticipate, che non converrebbero a nessun partito, in pieno rischio di disastro economico. Speriamo.

Beppe Del Colle



SIR | Avvenire.it | FISC

PRELUM Srl - P.I. 08056990016