La Turchia dimentica Ataturk

Sicuramente l’eroe nazionale Ataturk sarebbe fiero di questi novelli “giovani turchi” che stanno sfidando il governo (regime?) di Erdogan. Anzi, probabilmente scenderebbe in piazza con loro, a contrastare la deriva islamista che l’attuale premier sta imponendo alla Turchia, una sorta di retromarcia politica che sta lentamente cancellando le riforme democratiche introdotte dal venerato padre della patria.

Quando Mustafa Kemal Ataturk assunse la guida del Paese, nel 1922, dopo aver conquistato l’indipendenza e deposto il sultano, diede vita a una repubblica di ispirazione occidentalista, secondo un disegno politico laico e nazionalista che da lui prese il nome di «kemalismo», e che fino a pochi anni fa dettava ancora le linee-guida lungo le quali si dipanava lo sviluppo della Turchia. Fra le novità introdotte da Ataturk, vale la pena ricordare il suffragio universale (in Italia arriverà solo vent’anni dopo) e il concetto di parità dei sessi, rivoluzionari per l’epoca, specie in un Paese musulmano. Ma nell’ultimo decennio, con l’avvento al potere del partito islamista “moderato” Akp (Partito per la giustizia e lo sviluppo), guidato da Recep Tayyip Erdogan, ex sindaco di Istanbul eletto primo ministro nel 2003, le cose hanno preso un’altra piega.

Sotto l’aspetto politico, mentre nelle relazioni estere si è dato grande impulso ai rapporti bilaterali con l’Unione europea, finalizzati all’ingresso del Paese nella Comunità di Bruxelles (stoppato con decisione da Parigi e Berlino), sul fronte interno ha preso piede un autoritarismo strisciante, condito sempre più apertamente in salsa islamista, teso ad azzerare la modernizzazione e secolarizzazione della Turchia per riportarla a poco a poco nell’orbita dell’ortodossia musulmana. All’opposto, dal lato economico, il Paese si è inserito nel solco del neoliberismo, impostando uno sviluppo di stampo capitalistico basato sulle ricette finanziarie tuttora imperanti in Occidente e sullo sviluppo di infrastrutture e urbanizzazione selvaggia, in una parola cementificazione. Un’impostazione consumistica in grado di creare l’illusione ottica di un benessere a portata di mano per tutti, ma in realtà gestita in maniera clientelare e destinata ad acuire le disparità sociali. Non a caso, proprio su questi aspetti si è materializzato il detonatore che ha fatto esplodere le tensioni latenti accumulate negli ultimi due lustri.

I fatti sono relativamente noti: il governo decide di smantellare il parco Gezi, piccolo ma storico polmone verde situato nella porzione europea di Istanbul, per fare posto all’ennesimo centro commerciale, appaltando i lavori, guarda caso, al genero di Erdogan. La società civile organizza una protesta pacifica, concentrata nell’adiacente piazza Taksim. La reazione della polizia è immediata e brutale: cariche, pestaggi, lancio di lacrimogeni producono un bilancio pesante, con due morti e centinaia di arresti e feriti. Tuttavia la protesta non si placa, anzi la violenza di Stato innesca una reazione di solidarietà coi manifestanti che allarga le contestazioni a macchia di leopardo, interessando anche Smirne, Izmir, la capitale Ankara, perfino la turistica Antalya. E parallelamente si amplia anche la repressione, con centinaia di arresti arbitrari, pestaggi in carcere, controllo delle comunicazioni, in un crescendo di tensione.

Fin qui la cronaca. Ma l’analisi rivela che, al di là della difesa di un giardinetto fra i palazzi di Istanbul, sono ben altri i motivi che agitano le folle. Nel mirino ci sono le restrizioni imposte progressivamente alla popolazione in un’ottica di stretta osservanza islamica, sfociata di recente anche nel proibizionismo anti-alcolici, e l’autoritarismo crescente del governo, destinato ad aumentare con le riforme costituzionali, fortemente presidenzialiste, in programma. Una società tradizionalmente laica e secolarizzata mal sopporta la costante erosione delle libertà individuali in nome di un’ortodossia pervasiva che, come ci aveva testimoniato padre Samir Khalil, gesuita di origini egiziane fra i massimi esperti di islam, non si limita a emettere linee guida che ogni individuo possa declinare secondo la propria sensibilità, ma pretende di codificare ogni aspetto dell’esistenza, scendendo fin nell’intimo e nel privato delle persone.

Questa ingerenza religiosa che, unita all’autoritarismo politico, sta limitando sempre più le libertà individuali e sociali, è alla base dei malumori esplosi in rivolta nei giorni scorsi, anche in opposizione a un modello di “sviluppo” (parola-chiave inserita significativamente nella stessa denominazione del partito di Erdogan) vorace e insostenibile, come ormai rilevato ovunque esso sia stato applicato. Ancora, si può tristemente notare come l’accezione di islam “moderato”, che in Occidente aveva suscitato grandi speranze di rinascita democratica al sorgere delle “primavere arabe”, si riveli sempre più un’illusione, come già ampiamente verificato in Tunisia ed Egitto. E come ora si intravede nella stessa Turchia, a lungo guardata come possibile modello di sviluppo, dove le numerose opportunità di business catturavano ogni attenzione, oscurando le problematiche latenti venute adesso prepotentemente a galla.

Naturalmente il premier Erdogan, al di là di una limitata critica agli eccessi della polizia, rivendica le proprie decisioni, a cominciare dallo scempio urbanistico che ha innescato le manifestazioni, nonostante l’ampiezza della protesta, appoggiata anche dal Chp (Partito popolare repubblicano), principale opposizione tuttora ispirata ai principi laici introdotti da Ataturk. Non solo: il primo ministro ha anche accusato i manifestanti di appartenere a «gruppi estremisti», ha qualificato i social media come «minaccia alla società» per avere contribuito al diffondersi delle contestazioni, ma soprattutto ha affermato che le proteste sarebbero pilotate da fantomatiche «forze esterne». Quest’ultima dichiarazione ha provocato una specie di gioco di specchi con l’ingombrante vicino Assad, che sosteneva (probabilmente anche con più ragione…) la stessa cosa riguardo alle rivolte in Siria, esponendo così Erdogan a una sorta di “contrappasso” politico e mediatico.

Memore anche del sostegno fornito dai turchi all’opposizione sunnita, Damasco non ha perso occasione per ribaltare sul governo di Ankara le stesse frasi che gli venivano indirizzate all’inizio della crisi siriana, riadattandole opportunamente e sostenendo che «le aspirazioni del popolo turco non meritano tutta questa violenza» e che Erdogan «dovrebbe farsi da parte», visto che non è in grado di dialogare coi manifestanti, ma solo di ricorrere alla violenza. Un’astuzia diplomatica che ha provocato un certo imbarazzo ai sostenitori del governo turco, particolarmente agli Stati Uniti, la cui politica dei “due pesi e due misure” risulta ancora una volta piuttosto evidente, visti i blandi appelli alla calma indirizzati ad Ankara, ben diversi dai duri comunicati lanciati contro Damasco, con minacce neanche troppo velate.

Forse anche per questo Washington va coi piedi di piombo sulla questione attualmente cruciale nel conflitto siriano, l’utilizzo di armi chimiche. Al contrario ad esempio di Hollande, che ha accusato apertamente il regime di Damasco di averne fatto uso, l’amministrazione Obama continua a sostenere la necessità di ulteriori accertamenti, per evitare di dare corso a quanto baldanzosamente annunciato in precedenza, ovvero l’eventualità di un coinvolgimento diretto nel conflitto. Un’ipotesi che, al di là delle dichiarazioni, non entusiasma di certo Washington, alle prese con le beghe interne scatenate dallo scandalo sulle intercettazioni “di Stato” ai danni dei cittadini e per nulla incline a inasprire il confronto con gli sponsor politici di Assad, ovvero la Russia di Putin e soprattutto la Cina di Xi Jinping, recentemente incontrato da Obama in un faccia a faccia “informale”.

E se gli Usa non si muovono, ben difficilmente lo farà il resto della comunità internazionale. Un grosso vantaggio per Assad, il cui esercito, supportato dai rinforzi delle milizie di Hezbollah, ha lanciato una controffensiva che gli ha permesso di riconquistare parecchio terreno perduto, ricacciando indietro l’esercito ribelle. Un coinvolgimento, quello di Hezbollah, che preoccupa non poco Israele, che mantiene le forze armate in stato di massima allerta, specie nella zona strategica delle alture del Golan, al margine con Siria e Libano. Tensione alle stelle dunque, ed emergenza umanitaria destinata ad aggravarsi, con centinaia di migliaia di civili siriani, sia sfollati interni che rifugiati all’estero, bisognosi di tutto e affidati alla non sempre adeguata assistenza umanitaria internazionale.

Per ora, su questo fronte, l’unica buona notizia è che Domenico Quirico, l’inviato di guerra de «La Stampa» scomparso da circa due mesi, è riuscito a far sapere di essere ancora vivo. Ma anche nel suo caso la soluzione del dramma appare ancora assai problematica.

Riccardo Graziano

 



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