Un mondo nuovo è in arrivo

I numeri, anche questa volta, confermano l’interesse per un festival che, ai suoi inizi, si pensava avrebbe potuto riguardare solo gli addetti ai lavori. Invece, a Trento, il Festival dell’economia è stato anche per l’edizione 2013 un successo di presenze, soprattutto di giovani, grazie alla molteplicità di voci che sono state chiamate a discutere di «Sovranità in conflitto», il tema di quest’anno, con un occhio particolare per la crisi, economica e istituzionale, che l’Europa sta attraversando.

In quattro giorni si sono alternati esperti italiani e internazionali, che hanno contribuito ad ampliare l’analisi sulla contemporaneità, non esclusivamente in chiave economica, ma anche etica e sociale. Tra le autorità più attese, il vicedirettore del Fondo monetario internazionale, Namat Shafik, intervenuta per descrivere dove stia andando l’economia globale. «La crisi ha segnato un mutamento anche per l’Fmi, innanzitutto perché non l’avevamo prevista», ha affermato durante l’incontro di domenica 2 giugno, davanti a un folto pubblico di studenti, esperti e semplici cittadini che hanno potuto incalzarla con una serie di domande. «Ciò ha comportato un necessario cambio di visione e un’autocritica circa i parametri solitamente utilizzati. Le interconnessioni dell’economia mondiale ci hanno mostrato che il fattore tempo doveva essere considerato in modo diverso. Negli ultimi tre anni il Fondo monetario internazionale ha messo infatti in discussione i fondamenti economici, come ad esempio la libertà dei flussi di capitale e le modalità di ristrutturazione del debito pubblico. Tecnicamente abbiamo visto, studiando la Grecia, che a fronte della riduzione del deficit di bilancio di 1 punto percentuale, non corrispondeva un declino economico contenuto nello 0,5 per cento: gli effetti erano ben più negativi del previsto. Così abbiamo rivalutato i programmi, non solo per Atene, ma anche per il Portogallo e la Spagna, considerando che non si potevano chiedere politiche di austerità per far rientrare il debito che avrebbero di certo accelerato il declino economico di questi Paesi. Abbiamo capito, insomma, che l’economia non è solo una scienza, ma anche un’arte».

L’analisi del vicedirettore del Fmi ha compreso quindi quattro principali tendenze di trasformazione mondiale, comprendendo lo spostamento dei poli d’interesse dal Nord al Sud e da Ovest a Est del mondo. In particolare, l’area asiatica fa prevedere che nel 2030 l’economia indiana sarà paragonabile come forza a quella europea, mentre la Cina avrà superato di due volte il vecchio Continente. A rafforzare il processo, la crescita demografica, che descrive un’Europa sempre più vecchia, a fronte della popolazione asiatica che nel 2025 coprirà i due terzi di quella mondiale. Senza trascurare l’Africa subsahariana, in cui il 70 per cento degli abitanti ha meno di trent’anni, un dato che insieme ai cambiamenti climatici avrà sempre più impatto sull’economia globale.

Tra le discriminazioni da affrontare, Shafik ha ricordato anche la disparità tra generazioni, con una fascia anziana ricca e una maggioranza di giovani senza risorse, sempre più esposti a disoccupazione ed eccessiva flessibilità lavorativa, priva di tutele. Dei 208 milioni di persone in cerca di lavoro al mondo, previsti dall’Ilo nel 2015 e di cui almeno 70 milioni sono giovani, è soprattutto l’Europa a trascinare il peggioramento dell’economia, a fronte di Stati Uniti e Giappone, che registrano timidi segnali di ripresa. «I due livelli in cui si è spaccato il mondo del lavoro è tutto a svantaggio dei giovani», ha continuato Shafik, «serve invece un mercato con condizioni alla pari, che faciliti l’accesso e riveda il contratto sociale tra generazioni. Il problema è particolarmente sentito nei Paesi del sud Europa. Se la crisi dell’occupazione nel resto del mondo è intorno al 5-6 per cento, in Europa è il doppio e in Italia abbiamo il 38 per cento di giovani senza lavoro. L’unico modo per uscirne è favorire la crescita, ma l’Eurozona è frammentata sotto molti punti di vista».

Eccoli: «Pensiamo ai tassi d’interesse. La Bce sta facendo un buon lavoro per tenerli bassi e favorire i prestiti, ma la disparità tra Paesi si fa sentire in termini di sviluppo. Le piccole e medie imprese sane, che però lavorano in Italia o in Spagna, devono pagare un tasso più alto rispetto a quello che accade alle concorrenti francesi o tedesche. È necessario, quindi, andare avanti con il progetto dell’unione bancaria, la realizzazione di un unico meccanismo di vigilanza, e di una rete di sicurezza che garantisca i depositi dei cittadini. L’unione fiscale è indispensabile, perché senza condivisione dei carichi socioeconomici, causati ad esempio dalla crescita della disoccupazione in un singolo Stato, l’Europa non può andare molto avanti. E tanto meno essere capace di rispondere alla crisi, senza originare un’Unione a due velocità».

Il riferimento alla politica tedesca del rigore non si è fatto attendere. «I mercati non temono tanto gli effetti della crisi quanto il pericolo che in futuro la Ue si possa dividere tra Nord e Sud. Ed è anche per questa ragione che l’Fmi è entrato in contrapposizione con Angela Merkel, perché avere l’unione fiscale non significa che la Germania debba pagare i debiti di tutti gli altri. Se dal 1999 ci fosse già stato questo strumento, tutti i Paesi dell’Ue avrebbero prima o poi ricevuto fondi, perché le oscillazioni in questi ultimi decenni hanno riguardato diverse nazioni europee. E pure la Germania ne avrebbe beneficiato».

Perdere sovranità per il singolo Stato, quindi, è una scelta inevitabile? «La globalizzazione stessa sta portando i Paesi a dipendere reciprocamente e a ragionare con uno spirito di mediazione. Persino il modus operandi dell’Fmi è cambiato in questo senso con la crisi europea: confrontandosi con un numero ampio di nazioni, unite nella stessa area, non si è più proceduto secondo un dialogo bilaterale, ma è stato necessario ragionare in modo integrato. Mancando una singola banca, abbiamo dovuto coinvolgere la Bce per le strategie macroeconomiche, ma anche dialogare con i rappresentanti degli Stati membri, dai quali provengono i fondi per la realizzazione dei programmi. D’altronde l’Unione europea è priva dei meccanismi per la gestione delle crisi. Il nostro coinvolgimento è stato inevitabile, ma ritengo che sia stato utile anche perché abbiamo messo a disposizione una visione neutrale, basata sui numeri e le evidenze».

Certo è che gli interventi attuati sotto pressione dei mercati hanno sì accelerato il processo di integrazione europea, ma è mancata una visione di lungo periodo. «Però i progressi ci sono, anche se non c’è ancora un effetto positivo sull’economia reale e l’Europa rischia la stagnazione. Di certo, il dibattito sull’austerità si è impantanato anche internamente all’Ue e la stessa troika, di cui facciamo parte, ha concluso che il deficit fiscale non è un valore nominale, ma va pesato in termini strutturali. Se l’economia è più lenta del previsto, quindi, o il deficit di un Paese è più alto non è questione di vita o di morte, ma si recupererà in futuro».

Lo sguardo all’Italia, infine, ha puntato il dito sulla necessità di procedere a riforme strutturali che agevolino la produttività. «Con una serie di interventi, come la riforma del mercato del lavoro o dei sistemi di produzione, o l’adeguamento del sistema delle utility a modelli europei», ha concluso Shafik, sarebbe possibile in cinque anni incrementare il Pil italiano del 5-6 per cento. Se mancano investimenti in Italia non è a causa del forte debito pubblico; piuttosto lo si deve ai problemi strutturali che pesano sull’economia. Non si può sottostare a gruppi di interesse che mantengono lo status quo, se poi ne fa le spese l’intero Paese in termini di concorrenzialità. In Grecia si importano pomodori dall’Olanda perché, a causa del monopolio dei trasportatori, costa di meno rispetto al trasportare quelli locali dalle campagne ad Atene. Sono questi i freni alla crescita su cui si deve intervenire, anche se è chiaro che per la politica sono interventi che non portano voti».

Fabiana Bussola


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