La mannaia nel cuore di Londra

Il feroce assassinio di un soldato inglese, a Londra, in pieno giorno, per mano di due giovani convertiti alla fede maomettana, pone le autorità del Regno e i servizi di sicurezza britannici (ma non questi soltanto) dinanzi a una serie di dilemmi angosciosi, il primo dei quali è questo: se l’episodio rappresenti l’avvìo di una nuova forma di jihad (o guerra santa) gestito da vaste organizzazioni fondamentaliste; o se sia un caso isolato, dunque di una specie non prevedibile, deciso da singoli estremisti: un esempio di ciò che il Times ha chiamato lumpen terrorism, terrorismo dei poveri. Ma non è un dilemma che si possa chiarire a breve scadenza; e dunque, nel frattempo, si attivano tutte le antenne disponibili e, come s’usa dire, ci si regola “a orecchio” giorno per giorno.

Per parte loro i servizi segreti inglesi (sia la MI5 che la MI6, le due branche dell’Intelligence service responsabili rispettivamente dello spionaggio e del controspionaggio) debbono farsi una ragione del perché i due assassini, Michael Adebolajo di 28 anni e Michael Adebowale di 22, fossero classificati come «non pericolosi» sebbene li figurassero nei dossier dell’agenzia con note sconcertanti sulla loro militanza attiva nel fondamentalismo più virulento: quali adepti, per esempio, del movimento clandestino al-Muhagirun, posto fuorilegge nel 2010.

Tutti e due figli di immigrati nigeriani devoti e praticanti della religione cristiana, essi sono cittadini del Regno Unito per esservi nati al tempo in cui vigeva ancora il jus soli, cioè bastava questa circostanza per acquisirne la nazionalità. Fino all’adolescenza aderirono puntigliosamente al credo familiare, tanto più sentito in quanto, specie nel caso degli Adebolajo, l’espatrio dalla Nigeria aveva avuto attinenze con le langherie (e oggi ancor peggio) che la maggioranza musulmana infligge alle comunità cristiane.

Ma la vita degli “etnici” non è scevra da discriminazioni, intimidazioni, dispregi e violenze razziste nemmeno nel Regno di Elisabetta quand’anche si sia suoi sudditi a pieno titolo. I giovani tendono perciò a organizzarsi per propria difesa, secondo il colore o l’etnia o altro elemento aggregante, in gruppi che sovente, prima o poi, si trasformano in gangs delinquenziali. E tale fu il destino dei nostri due futuri assassini, a un dato punto esuli volontari dal focolare domestico. Adebolajo, di corporatura atletica e tempra da leader, dapprima si specializzò nell’appropriazione dei cellulari altrui, vantandosi una volta di averne collezionati più di cento con la semplice minaccia di un coltello più un pugno di congedo. Poi, con più rischi e migliori introiti, divenne fornitore e consumatore di droga, verosimilmente di provenienza mediorientale.

Analogo fu il cammino di Michael Adebowale nel mondo. Dove, spacciando droga, si prese pure una coltellata.. I due, che già si erano conosciuti in qualche raduno d’oriundi nigeriani, divennero sodali quando Adebolajo cominciò a frequentare a Greenwich le prediche di alcuni imam fondamentalisti e in particolare quelle di Anjem Choudary, allora leader dell’al-Muhagirun, e quelle del fondatore di questo movimento, Omar Bakri, il più persuasivo mentore dei giovani senza progetti di vita attratti dalle moschee, poi bandito dalla Gran Bretagna per le sue idee e attività estremiste. Adebolajo chiamò l’amico, che abitava nelle vicinanze, a spartire quell’esperienza, dalla quale uscirono entrambi convertiti alla versione più radicale dell’islam. Adebowale andrà sempre a rimorchio del compagno, quale un perverso Sancio Pancia al seguito di un perverso Don Chisciotte

Dalla conversione in poi, echeggiando l’indottrinamento subìto, essi figureranno tra i più ardenti propagandisti della jihad, o tra i promotori di campagne antioccidentali e manifestazioni contro qualche evento non gradito, come un processo a imputati musulmani. Appunto in una situazione così Adebolajo viene fermato dalla polizia dinanzi all’Alta Corte londinese per incitamento alla violenza in quanto nel suo sermone sulla strada ha proclamato che «chi non rispetta l’islam deve essere decapitato». Se la cava con una ammonizione.

Molto più clamorosa è la sua avventura africana del 2010. La polizia del Kenya lo arresta in prossimità della frontiera con la Somalia in marcia verso il Nord con sei kenioti da lui reclutati per unirsi a una branca somala dell’al-Qaeda. Viene processato e rimpatriato a forza in Gran Bretagna. L’Intelligence service ne riceve una relazione dettagliata, ma lo considera ancora una volta «non pericoloso per il momento». Così a quanto riferisce il «Sunday Times», a soli cinque giorni dal massacro del soldato (Lee Rigby, reduce dall’Afghanistan, ventottenne e padre di un bimbo di due anni), Michael Adebolajo poteva ancora impunemente discettare con gli amici sulla legittimità di portare la jihad sul suolo britannico.

Più dell’omicidio in sé ha suscitato esecrazione e repulsione il modo selvaggio e in certo modo rituale in cui è stato commesso, a colpi di mannaia e coltellate e con una sorta di danza intorno alla vittima, al grido di «Allah è grande!». Peggior servizio alla causa dell’islam questi due disgraziati non potevano rendere. Né peggior provocazione agli istinti vendicativi dei razzisti inglesi, per frustrare i quali il governo ha dislocato migliaia di poliziotti, e anche dei soldati, a protezione dei quartieri e delle comunità musulmane.

Guardavamo sgomenti, sul teleschermo, la scena del crimine. Ci chiedevamo: dove siamo? Fino a che punto dell’inferno siamo scesi? L’uomo con la mannaia grondante di sangue come le sue mani faceva il suo discorso osceno sulla jihad, in virtù della quale nessun inglese sarebbe mai più stato al sicuro. L’altro, il Sancio Pancia degenerato, ordinava alla gente, brandendo un revolver, di tenersi lontana. Ma allora tre angeli avanzarono impavidi tra il sangue: tre donne sopraffatte dalla pietà anziché dalla paura, a differenza dell’altra folla.

La prima era un’infermiera di colore, Gemina Donnelly, ventenne, e si chinò sull’agonizzante a confortarlo come poteva, finchè il cuore cessò di battere. La seconda era la madre di Gemina, Amanda; e gli si inginocchiò accanto, in preghiera, pensando, disse poi, «potrebbe essere mio figlio». La terza, che le raggiunse di lì a un paio di minuti scendendo da un autobus che s’era fermato per il tumulto, era una signora anglofrancese di cinquant’anni, Ingrid Loyau-Kennett, madre di due ragazzi dai quali stava tornando; e accertato con Gemina che in quel corpo martoriato non c’era più vita, fece una cosa sbalorditiva: andò a parlare con gli assassini, fermandosi a faccia a faccia col più giovane. Gli chiese: «Ma cosa volete fare?». «Portiamo la guerra a Londra». «Ma scusi, mica potete vincerla. Siete in pochi e noi tanti. Forse farebbe bene a consegnarmi quello che ha in mano. La polizia sarà qui a minuti». «E noi l’attaccheremo».

Questo colloquio andò avanti, come lei voleva, finchè si udirono le sirene. Allora i due giovani si lanciarono avanti con le armi in pugno, e furono subito abbattuti, appropriatamente da una poliziotta tiratrice scelta, che si preoccupò di non ferirli in modo letale. Le tre soccorritrici angeliche, ha scritto Dominic Lawson sul «Sunday Times», hanno avuto la meglio sui piani della jihad diffondendo universalmente un messaggio del tutto diverso da quello che si prefiggevano gli assassini. «Abbiamo avuto sotto gli occhi la più potente forza per il bene che esista al mondo: l’empatia, la praticità e la tenerezza che caratterizzano le femmine della nostra specie».

Carlo Cavicchioli


SIR | Avvenire.it | FISC

PRELUM Srl - P.I. 08056990016