Nel porto il dolore di una città

«Basta morti sul lavoro, vicini alle famiglie». E poi cinque minuti di silenzio, vero, allo stadio, anche dopo il calcio d’inizio. Al «Luigi Ferraris» i portuali genovesi hanno fatto il giro del campo prima della partita Genoa–Inter, con lo striscione rosso che parlava per tutti. Genova è ferita, ancora.

«Onore alla vittime del porto», recita un altro striscione sugli spalti: la vita continua, ma anche per i tifosi non è più come prima. Nelle stesse ore quattromila persone stanno sfilando alla capitaneria di porto, dove nove bare in fila (una ancora vuota, strazio su strazio) ricevono l’omaggio, la preghiera, il pianto di chi li conosceva, di chi lavorava insieme, di chi il porto lo sfiora da quando era piccolo e fa parte del suo panorama, o di chi è venuto a Genova per la grande fiera Slow Fish, dove ti insegnano ad amare il mare e i suoi prodotti, ma ha trovato, anche, quella ferita.

Una enorme scala di sicurezza che non è servita a nulla, inclinata verso l’acqua invasa di vetri e cemento, una torre di controllo abbattuta e una palazzina crollata. E, dopo pochi giorni, neanche più la scala, perché a poco a poco i pezzi della tragedia vengono smontati e spostati, ci sono due persone ancora là sotto da cercare, poi una, e non si trova. Tutto è accaduto in quella notte genovese in cui è sembrato che il mare fosse andato a prendersi uomini proprio quando ce n’erano di più, sulla torre: al momento del cambio turno. Due stavano scendendo con l’ascensore, un altro non era ancora di turno, ma era arrivato come sempre qualche ora prima da Livorno, che non aveva voluto lasciare spostando moglie e due figli, dopo aver vinto il concorso per piloti al porto di Genova. Riposava, per poi prendere servizio, nella sua “cabina” dentro alla palazzina dei piloti, crollata insieme alla torre.

Sono sue, di Michele Robazza, certe foto scattate sulle navi, lavoro che tanto lo appassionava da volerlo “raccontare” su twitter . Foto suggestive che danno l’impressione di essere lassù tra i container con lui, mentre accompagna il comandante della nave per pilotarla all’ingresso o all’uscita del porto. In una foto c’è, dalla prospettiva della nave, la torre di controllo, che sarà il posto sbagliato per lui, solo un mese dopo. O il posto giusto, forse, per chi sta facendo il suo lavoro, e lo fa fino in fondo. Per tutti, vivere il porto era passione, competenza, responsabilità. Per Marco De Candussio, 39 anni, di Lucca, Davide Morella, 33, di Biella, Daniele Fratantonio, 30, di Rapallo, Giuseppe Tusa, 35, di Milazzo, Francesco Cetrola, 38, di Matera, tutti in forza alla capitaneria, e Michele Robazza, 41, genovese, pilota del porto, Maurizio Potenza, 55 anni, genovese, telefonista della centrale, Sergio Basso, 50, genovese, “torrettista” della Rimorchiatori Riuniti. Ultimo disperso Gianni Iacoviello, della Guardia costiera, 33 anni, tra i primi soccorritori della Costa Concordia al Giglio il 13 gennaio 2012: il sergente spezzino, prima alla centrale operativa di Roma Eur e poi a Genova, era addetto a raccogliere gli sos e coordinare gli interventi per i soccorsi in mare.

Quattro feriti, poi, potranno incredibilmente raccontare questo dramma vissuto. Tutta gente della “torre”, ognuno con un ruolo prezioso, e insieme, per la vita del porto, fondamentali. Dalla torre di controllo, spiegano nel sito della Società capitani e macchinisti navali di Camogli, si dà il via alle varie fasi operative, si determina il ritmo produttivo del porto stesso, si razionalizza l'impiego dei servizi, eliminando i tempi d'attesa, e regolando l'intera movimentazione navale sulla base di un unico e affidabile concetto di sicurezza. Coordinare e utilizzare al meglio le risorse disponibili: tutto dall’alto della torre. Genova ne ha avute molte, costruite e ricostruite e poi l’ultima, nel 1997, fiore all’occhiello di un porto che finalmente si adeguava ai porti del Nord, 55 metri di cemento su cui svettava la cabina di regia, un panorama mozzafiato per il cervello operativo, punto di contatto di tutti i soggetti operanti in porto.

Era bellissima, ardita, e non c’è più. Un fuscello in balia di una nave grande ma più piccola di altre, sfuggita a due nodi e mezzo, e finita sul molo facendosi poco più di un graffio sulla fiancata a poppa. Distruzione, e morte. La Jolly Nero, 40 mila tonnellate di stazza, era diretta a Napoli e avrebbe poi fatto rotta per Port Said, Abu Dhabi, Gibuti, Suez, Castellon. Fa parte di una storica compagnia di navigazione genovese fondata novant’anni fa, la Ignazio Messina & C, secondo operatore ro-ro (modalità di carico senza ausilio di mezzi meccanici, come le gru) container del mondo, 14 navi di proprietà e bandiera italiana, più altre noleggiate. Una nave che è nata nel 1975, nave vecchia, si commenta, con molto mare alle spalle, che è stata allungata ed è stata anche “nave appoggio” nella guerra del Golfo, mossa da un motore danese di chiara fama, a due tempi, reversibile. Una nave che dopo aver percorso a “marcia indietro” un lungo tratto all’interno della diga foranea doveva girarsi, spegnere e ripartire in avanti. Non è ripartito il motore, quando si è trattato di andare avanti, o forse non ha funzionato il meccanismo di inversione del senso di marcia, e a 3 nodi, poco più di 5 km e mezzo all’ora, né i rimorchiatori né le ancore hanno fermato l’abbrivio all’indietro. All’indietro verso il molo Giano, là dove la torre di controllo svettava a filo di banchina.

Ed ecco la polemica forse più sterile ma immediata, come quando muore un pilota di Formula 1 e ci si chiede il perché di uno sport così rischioso. Perché proprio lì? Perché costruirla sul limite delle acque, a pochi metri dalle fiancate delle enormi navi che, sempre in quello specchio d’acqua, arrivano e si girano proprio come la Jolly nero quella notte? Anche le immense navi da crociera come quella fotografata con un brivido e messa sul profilo facebook dal sergente Daniele Fratantonio, uno dei giovani che stavano lassù sulla torre, e mandata agli amici per condividere, forse, la domanda: così vicino, perché? Poteva essere progettata un po’ più indietro, o un poco a lato, pochi metri bastavano ad attutire l’impatto. Là dove era stata costruita la prima, nel 1901, quando il capo pilota chiedeva al comandante del porto di Genova di far costruire “un casotto” sul molo Giano «pel pilota di guardia durante la notte onde i vapori stranieri in arrivo, massime quelli provenienti dalla parte di levante, come i postali germanici e olandesi, possano in tempo essere avvistati». E dove sta ancora quella ricostruita nel ’47 dopo che per due volte i bombardamenti l’avevano abbattuta, insieme ad una statua della Madonna che era caduta in acqua con le granate e poi ritrovata e rimessa a posto.

Ora intanto c’è l’inchiesta della Procura, con un primo scontro tra gli armatori Messina («non riusciamo ad accettare che i due rimorchiatori, anche ammesso che la macchina della nave fosse ferma, non siano stati in grado di tenere una nave di medie dimensioni come la Jolly Nero») e la società Rimorchiatori Riuniti, proprietaria delle due barche che assistevano la Jolly Nero quella sera: «concordiamo con la Società Messina che questo è il tempo del dolore. Pare che essa dimentichi che non è il rimorchiatore a decidere quale sia l’esecuzione della manovra. La manovra è eseguita secondo gli ordini della nave»). Il comandante della Jolly Nero, il genovese Roberto Paoloni, che si è reso conto di non avere più il controllo e ha pronunciato la parola «avaria», che in mare aperto sarebbe stata piccola cosa ma che a poche decine di metri dalla banchina era dramma, è indagato dalla Procura di Genova per omicidio colposo plurimo. Con lui il pilota del porto, salito in plancia accanto al comandante, come sempre quando una nave entra ed esce.

Occorrerà tempo per decifrare i tabulati delle telefonate intercorse quella notte tra la Jolly Nero, la società armatrice, la Guardia costiera e i rimorchiatori, quando, con il crollo della torre, le comunicazioni via radio sono saltate. Si tratterà di individuare responsabilità ed errori umani, fino all’ipotesi del guasto meccanico: le attenzioni sono rivolte ad una valvola pneumatica che può bloccare quel tipo di motore quando la pressione dell’aria compressa che lo avvia è insufficiente. Anche se era partito prima ed è ripartito poco dopo, facendogli perdere dunque un solo colpo, quello che sarebbe servito a evitare una tragedia. Intanto Genova, dopo la prima settimana, è ancora “colpita” al cuore. Un’espressione che ricorre nei titoli e nelle dichiarazioni, e sembra retorica, ma non lo è: perché mai come adesso Genova si è accorta di averlo, quel cuore, che fa muovere tutto. E’ il suo porto. E chi è dentro, ci mette la vita.

Daniela Ghia



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