Il femminicidio e le sue vere ragioni

Il drammatico reiterarsi di atti di violenza alle donne ha assunto il nome di «femminicidio», che, oltre a riferirsi al fenomeno in sé, ne qualifica il reato, come categoria a sé in attesa di una normativa adeguata. Ma stiamo parlando di un fenomeno nuovo o solo del reiterarsi di un macabro rituale che si perpetua da sempre e che soltanto da poco ha un’eco che prima non conoscevamo?

Sembrava un argomento archiviato parlare di discriminazione o di violenza alle donne, con buona pace dei benpensanti che storcevano il naso di fronte a quello che ritenevano fosse un eccesso femminista, un’attenzione esagerata ad un problema marginale, tutte le prerogative e i diritti riconosciuti e sanciti pienamente. Le donne uscivano di casa per lavorare e decidevano per il proprio futuro con libertà, raggiungevano i più alti livelli professionali.

Qualcosa di questo argomentare si è inceppato, il bel quadretto sul benessere femminile si è rivelato un falso. Oggi, all’esplosione della crisi, l’iceberg della situazione femminile è emerso con tutta la sua gigantesca emergenza. Da dove incominciare? Forse da un’immagine della donna che è quella che non si è voluto vedere in tutti questi anni, perché era un’altra che si è costruita. Un’istantanea della fatica nella normale quotidianità di chi è uscita di casa per conquistare l’indipendenza economica, ma ha sempre continuato il doppio lavoro in casa, come madre, educatrice, infermiera, moglie e molto altro. Nessun sindacato se n’è mai accorto. Non è l’elogio di un beato ritorno a casa, ad un società patriarcale, ma lo sguardo sulla famiglia che cominciava ad accusare scompensi e fratture, perchè altre erano le priorità all’ordine del giorno.

Intanto i mezzi di comunicazione e la pubblicità hanno lentamente costruito un’immagine distorta di una donna plastificata, stretta in abiti succinti, mai sicura se lo specchio non la riproduceva bella, seducente e accattivante. Quando non si è più se stessi e si perde l’autostima, la persona è asservita completamente allo sguardo di un padrone. Quasi nessuna voce negli ultimi vent’anni a segnalare una crepa. Il danno era già stato commesso, la ferita già infetta e putrida, se c’è gente contenta che le proprie figlie abbiano intrapreso carriere intrecciate tra politica e postribolo.

Analisi moralista? Piuttosto una riflessione sulla responsabilità di noi genitori, educatori, madri e padri. Ci siamo fatti promotori di una cultura che a casa e nelle scuole educasse gli adolescenti ai sentimenti, agli affetti, alle relazioni improntate al rispetto di genere? Sicuramente non in modo efficace, se assistiamo ad una desertificazione dei sentimenti, alla grave carenza di una educazione emozionale efficace. Gli agenti educativi, famiglia, scuola, parrocchia, vivono grosse difficoltà al loro interno e necessitano di una assunzione di responsabilità e di una sinergia di interventi. Il compito educativo è ineludibile. Ma nessuno può essere lasciato solo, né la famiglia, né la scuola e tutte le agenzie educative: è necessaria una collaborazione sinergica, una progettualità nuova.

Questo malessere profondo, questo drammatico fenomeno ha quindi radici complesse e profonde. Sembra che l’uomo sia talmente frantumato e fragile da non sopportare di trovarsi di fronte una persona che decide dei propri sentimenti, fino al punto di cancellarne il volto con l’acido. Simbolicamente questo gesto è pregno di significato, insieme a quello estremo dell’eliminazione fisica della persona che è divenuta “oggetto”. Quando una cultura esprime violenza e sopraffazione tocca il fondo. Non siamo convinte dell’opinione che minimizza la gravità, facendo riferimento alle violenze un tempo sopportate in silenzio dentro le mura domestiche. Sicuramente la donna oggi denuncia di più, ma il dato quantitativo parla con tutta la forza dell’evidenza: sono forse poche le 130 donne uccise nel 2012 e le già circa 50 del 2013? Queste cifre ci pongono di fronte a qualcosa di molto grave che è sfuggito di mano. Il male imperversa nella sua più ovvia banalità. Come sempre.

Le madri sfornano nuove raccomandazioni alle loro figlie, le invitano a prestare attenzione all’equilibrio mentale dei loro corteggiatori e al primo campanello d’allarme le pregano di fuggire via a gambe levate. Peccato che tutti sembrino normali. Folli non sono, ma minacciosi, sicuramente. Appena qualcosa non va per il verso giusto, una donna li lascia, non accetta la possessività e la gelosia malate, allora inizia lo stalking. Le denunce, purtroppo, il più delle volte, lasciano il tempo che trovano. Minacce sotto casa, al telefono, sul web, in un crescendo inquietante. L’aspetto virtuale non è secondario, anzi va evidenziato perché è parte importante della violenza. Il web di certo è solo un mezzo, ma bisogna ragionare su come lo si usa. Soprattutto se è divenuto premessa e “brodo di coltura” nel quale si nutrono progetti insani che possono tradursi in atti concreti.

Nessuno ha sollevato prima d’ora, a livello culturale e istituzionale, nessuno ha squarciato il velo sul radicarsi di una «cultura della minaccia tollerata come burla». Sono di questi giorni gli insulti razzisti e sessisti impronunciabili alla volta del ministro Kyenge e del presidente della Camera, Boldrini, che bene ha fatto a non tacere e a sollevare il problema. Perché le parole si trasformano facilmente in pietre e altri corpi contundenti, là dove non vigono più il rispetto, l’ascolto e la tolleranza. Un problema di aggressività e violenza verbale ha permeato la politica e la società. Una società malata produce i suoi mostri, magari è il marito della porta accanto, il fidanzato dell’amica. La precarietà e la mancanza di orizzonti scandiscono le lancette di un tempo di paura. Chi ha paura è un essere fragile che vede nemici dovunque. Nell’immigrato che gli ruba il lavoro, nell’omosessuale che viola i tabù, nella donna che non è più sottomessa. L’emergenza è dunque a vari livelli, ma si deve partire da una cultura nuova. Occorre che sia la donna a ridisegnare il suo volto deturpato, mettendosi in gioco, coinvolgendo l’uomo.

Attualmente più di un libro scritto da donne si occupa dell’amore che uccide, dell’essere «Ferite a morte», come si intitola quello di Serena Dandini, diventato un denso lavoro teatrale che sta impegnando molte donne. «La drammaturgia è sempre servita ad attirare l’attenzione e a catalizzare le forze, ci piacerebbe tentare e lanciare il cuore oltre l’ostacolo», dice il manifesto redatto dal movimento contro la violenza alle donne. Nasce così una petizione per chiedere al governo di convocare gli Stati generali, una task force che coinvolga più ministeri, Giustizia, Salute, Istruzione, contro una violenza che sembra infinita. Se ne può uscire? «In questo cammino noi speriamo, anzi siamo sicure», affermano le promotrici, «che gli uomini saranno con noi, perché solo insieme potremmo sanare questa ferita». Dalla ferita profonda una società può guarire se si torna a guardare il volto dell’altra o dell’altro. Senza paura.

Ida Nucera

 



SIR | Avvenire.it | FISC

PRELUM Srl - P.I. 08056990016