Donare alle cose la vita

Chiamare la morte, come fece Antonia Pozzi fin da giovanissima, può sembrare una sorte fatidica, un destino segnato e lugubre, una precoce intuizione negativa. In lei, come sottolinea un esperto quale Eugenio Borgna, parlando della categoria clinica e psicopatologica di suicidalità cronica, bisogna considerare che «le sue radici possono essere quelle che nascono da una condizione depressiva e talora inarrestabili». Radici che la portarono al suicidio il 3 dicembre 1938.

Antonia Pozzi nacque a Milano nel 1912, con tanti privilegi: l’ambiente familiare apparteneva all’alta borghesia, era figlia di un avvocato di grido e di una nobildonna. Figlia unica vezzeggiata, frequentò le migliori scuole con i migliori risultati possibili, conobbe vacanze, viaggi, amicizie, il palco alla Scala e una laurea in Lettere. Segretamente aveva l’animo della poetessa, consegnava alla carta e al Diario i suoi stati d’animo, serbando sempre una discrezione assoluta. Da ragazza osò far leggere le sue poesie ad un professore che stimava, ma questi non le comprese e fu un duro colpo per lei. Ancora giovanissima liceale, si innamorò del suo professore di latino e greco e ne fu ricambiata. Amore ostacolato dalle mire ambiziose del padre, quindi la coppia dovette smettere di frequentarsi. Anche le altre relazioni affettive, incipienti e caute che, negli anni, si susseguirono, non trovarono mai sbocco nella realtà: la delusione pesava enormemente sul suo animo.

Circondata da amici e dal benessere, Antonia Pozzi rimaneva sola. Dentro di lei premeva un mondo sconosciuto, ignoto. E quando, qualche volta, si palesò con qualche debole scintilla, fu soffocato e quasi deriso con un’indelicatezza che la giovane ragazza si portò sempre dentro di sé come una ferita dolorosa. Che cosa voleva Antonia? «Prendere tutto il dolore che ci spumeggia e ci romba nell’anima e placarlo, trasfigurarlo nella suprema calma dell’arte, così come sfociano i fiumi nella vastità celeste del mare». Dove lo collocava? «Niente era vero ed eterno come la vita della mia anima». Come viveva? Creando: «La poesia è una catarsi del dolore», scriveva. Ancora più in fondo, in quel segreto della persona con se stessa, vibrava un’altra tensione: «La mia personalità vorrebbe sgorgare per donarsi». Non le riuscì. Mai. Ogni tanto qualche fiotto emerse, ma fu presto assorbito e seccato dalla dura realtà con cui si scontrava o con cui riteneva di scontrarsi.

Una sua poesia esprime nitidamente questo doloroso contrasto, nell’evocazione di una vorticosa cascata che si erge nel vuoto per ricadere, fragorosa, con spruzzi, schiuma e vortici. La turbolenza dell’acqua non le suscitava l’impulso a sporgersi nella vita in un canto lieto, ma in una sorta di ruggito che coagulava la sua offerta d’amore, perennemente ingoiata dal mistero che la fagocitava.

Chi ha potuto visitare lo studiolo di Antonia nella dimora paterna, a Pasturo di Valsassina, ne riporta un’impressione vivida. Sulla porta è stata lasciata la targhetta metallica acquistata da Antonia in Inghilterra con inciso il suo nome e un orsetto di ottone. Un luogo di solitudine, piccolo e con scala d’accesso propria, per distaccarsi dalla vita della famiglia che si svolgeva nei diversi e vasti piani della casa. Anche perché Antonia aveva dentro di sé una consapevolezza lacerante: «Nessuno dei miei conosce la mia anima». Non aveva confidenza con nessuno: giovane sola e in preda al sentire affaticato e mutevole.

Nel quotidiano una forza la sorreggeva: «Perché non per astratto ragionamento, ma per un’esperienza che brucia attraverso tutta la mia vita, per un’adesione innata, irrevocabile, del più profondo essere, io credo alla poesia. E vivo della poesia come le vene vivono del sangue». Questa la sua risorsa inesausta, che insieme placava e riapriva le sue ferite, una battuta limpida, seguita da una oscura, una luce e un’ombra che ad Antonia suscitava l’immagine del cadere degli uccelli cui non reggano più le ali. La poesia affondava le sue radici nell’anima e, di quando in quando, uno sprazzo luminoso l’attraversava: «Il libro più bello del mondo finisce e dopo l’ultima pagina non si può chiedere che altre ne vengano aggiunte; ma il libro vivo di un’anima non finisce mai».

Questa apertura di speranza era solcata da un interrogativo che non conobbe risposta: dov’era Dio? O se la ebbe non riuscì a plasmare la pace nell’animo inquieto e triste della poetessa, perché riteneva di non avere un Dio, di non avere neppure una tomba. Si trovava a non respirare in un’esistenza che non conosceva nulla di fermo, tutto filtrava dalle sue dita come l’acqua che non si riesce a fermare, con un pessimismo che lasciava senza ieri ma anche senza domani. Ma una risposta, in realtà, c’è. E’ racchiusa in alcuni versi che avrebbero voluto espandersi in un amore concreto, tangibile che sempre le sfuggì: «Signore, tu lo senti / ch’io non ho voce più / per ridire / il tuo canto segreto. / Signore, tu lo vedi / ch’io non ho occhi più / per i tuoi cieli, per le nuvole tue / consolatrici».

Visse in uno strenuo tentativo di «donare alle cose una vita», ma perdendo la sua vita lentamente, a poco a poco, avvertendo i colpi dei suoi amori non corrisposti, quando sperimentava la vita come un lago che fosse scavato nella roccia. Un paesaggio non bucolico, ma terrorizzante perché risuona l’urlo della caduta dell’acqua, che suscita angoscia. Eppure la giovane avrebbe desiderato diventare come quei cerchi concentrici che si formano sulla superficie dell’acqua e appaiono dolci. I successivi balzi l’avrebbero dovuta condurre al riposo tanto desiderato, invece le aprivano solo un silenzio lugubre, intriso di vuoto.

Antonia chiuse così il suo percorso terreno, ingerendo barbiturici che però non la uccisero. Ci pensò il freddo di una gelida notte dicembrina. Fu ritrovata al mattino. Soccorsa inutilmente, morì il 3 dicembre 1938. Ora giace dove voleva, sotto la Grigna, in un tumulo ricoperto da fiori di montagna, quando ormai le cose della terra per lei erano svanite, sfumate, quando tutto ritornava al cielo, che per lei restava chiuso e muto. Alcuni versi, però, aprono un spiraglio di speranza: «Per candide creste di monti / sognati / all’altra riva, ai prati / del sole».

Cristiana Dobner



SIR | Avvenire.it | FISC

PRELUM Srl - P.I. 08056990016