Meno tasse, bene: non basta

L’intervento istituzionale di inizio mandato del presidente del Consiglio ha suscitato un’ampia approvazione; sono piaciute l’intenzione e le indicazioni, seppure di ordine generale, almeno per ora, per trovare una sintesi tra la necessità di mantenere l’equilibrio nei conti dello Stato e l’esigenza, parimenti presente, di superare il recesso nel quale si dibatte l’economia italiana con le ricadute ben note e giustamente sottolineate sull’occupazione.

Acquisita la fiducia del Parlamento non sono tardate a manifestarsi le diatribe, mai veramente sepolte, sulle scelte concrete da compiere nell’intento di dare attuazione alle linee generali del programma appena enunciato, prima tra tutte la sensibilissima questione dell’Imu. Quanto disturba in argomento è ancora una volta la sensazione che il dibattito appaia più attento agli umori degli elettori della recente tornata elettorale e forse in previsione di una prossima, sperata non lontana, che non alle effettive ricadute sul benessere del Paese.

La tesi dell’abolizione dell’odiata imposizione fa leva sul possibile effetto sulla domanda: più risorse lasciate alla disponibilità dei cittadini dovrebbero sfociare in un rinvigorimento dei consumi e, con questo, della produzione dei beni e servizi oggetto d’acquisto, con il conseguente innesco della spirale virtuosa della crescita. In parte il pensiero ha una buona sostenibilità, tenendo conto però di alcuni aspetti inevitabilmente connessi.

In primo luogo l’imposizione fiscale non è stata attuata per il gusto estetico del presentare un bilancio pubblico risanato o, come con colpevole leggerezza si sostiene, per fare piacere alla Germania, ma per evitare di precipitare in un baratro sul ciglio del quale ci trovavamo. Ove in esso si fosse caduti oggi non ci si troverebbe nelle condizioni di discutere sul come impostare una via per lo sviluppo, ma ci si affannerebbe a capire come emergerne. Il rigore fiscale, del quale l’Imu è stato solo una parte, è stato certo molto duro e ha imposto sacrifici per molti al limite della sopportazione e forse più, ha portato non pochi benefici.

In secondo luogo, s’è attuato ciò che altri paesi europei già praticano da tempo, godendo di situazioni anch’esse non brillanti, ma decisamente migliori della nostra.

In terzo luogo la ricaduta della correzione fiscale come incoraggiamento della domanda sarebbe pura utopia attenderla molto vicina: qualunque correzione adottata in via legislativa, e non potrebbe essere altrimenti, richiede tempi tecnici non immediati per cui produrrebbe effetti sensibilmente dilazionati. Per convincersene si pensi alla decisione, già adottata, di destinare 40 miliardi di euro al pagamento dei debiti della pubblica amministrazione verso le imprese. Pur esistendo la disponibilità di risorse, almeno per una prima tranche di 20 miliardi, e pur essendo passato più di un mese, poco di concreto è avvenuto. Nel caso dell’Imu e delle altre forme di fiscalità sotto denuncia, le risorse non si sa dove possano essere attinte, anche se occorre trovarle al più presto per non vanificare quanto di buono i sacrifici hanno generato.

Occorre dunque procedere con realismo; lo stesso professor Monti aveva chiaramente detto che poteva iniziare un processo indirizzato alla crescita anche agendo sull’alleggerimento fiscale; nel caso dell’Imu, mediante una sua rimodulazione in armonia con le effettive capacità contributive dei cittadini e con il reperimento dei fondi necessari a non turbare l’equilibrio raggiunto. In questo senso, la scelta del governo di disporre per il prossimo giugno una sospensione al fine di definire il corretto modo di agire è da valutare molto positivamente; non diversamente dovrebbe avvenire per la Tarsu per l’Irap o per ridurre finalmente la tassazione sul lavoro modificando nettamente il cuneo fiscale (differenza tra l’effettivo costo del lavoro per l’impresa e l’entità della remunerazione percepita dal lavoratore).

Resta tuttavia assolutamente chiaro che la desiderata crescita non trae spunto solamente dall’alleggerimento della fiscalità, ma può solo derivare da una politica economica e industriale complessa atta a prevedere programmi intesi a porre in essere le indispensabili infrastrutture materiali e immateriali. Se si vuole, una riedizione di una sana politica keynesiana materializzabile in un piano di investimenti pubblici nel sistema dei trasporti, nelle reti di telecomunicazione, nei servizi per il turismo, nelle risposte al fabbisogno energetico, nella formazione a tutti i livelli, nella cultura. Di fronte alla stessa il problema delle risorse necessarie si pone con ancora maggiore evidenza identificando il grande nodo che l’esecutivo è chiamato a risolvere nei prossimi mesi se non giorni.

Il programma enunciato da Enrico Letta, l’unico proponibile nell’attuale situazione, è tale da imporre azioni coordinate e condivise, l’attuazione delle quali può avvenire seriamente con senso di realtà: qualcosa di radicalmente diverso da discussioni e da legami con promesse elettorali velleitarie dichiarate in passato o peggio collegate a speranze di rivincite future.

Giovanni Zanetti



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